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	<title>La sentinella della libertà</title>
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	<description>Blog liberale, laico, libertario</description>
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		<title>Madeira: l&#8217;Atlantide sempre più perduta</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 20:29:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lafayette70</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da piccolo paradiso atlantico, con l&#8217;ambito status europeo di Free Trade Zone, ad ultima frontiera della disperata battaglia continentale contro la spirale dei debiti sovrani. Sintesi non esagerata dell&#8217;attuale condizione dell&#8217;arcipelago di Madera che, oltre ad aver dato i natali ad un certo Christiano Ronaldo, gloria pallonara mondiale, ed ospitare il vitigno da cui si estrae l&#8217;omonimo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lasentinelladellalaicita.wordpress.com&amp;blog=3303830&amp;post=4435&amp;subd=lasentinelladellalaicita&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2012/01/madeira.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4442" title="Madeira" src="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2012/01/madeira.jpg?w=150&#038;h=140" alt="" width="150" height="140" /></a>Da piccolo paradiso atlantico, con l&#8217;ambito status europeo di Free Trade Zone, ad ultima frontiera della disperata battaglia continentale contro la spirale dei debiti sovrani. Sintesi non esagerata dell&#8217;attuale condizione dell&#8217;arcipelago di Madera che, oltre ad aver dato i natali ad un certo Christiano Ronaldo, gloria pallonara mondiale, ed ospitare il vitigno da cui si estrae l&#8217;omonimo squisito vino liquoroso si era trasformato, nell&#8217;arco di poche decadi, in una meta turistica di prim&#8217;ordine ed in una delle regioni più prospere del Portogallo. Oggi il quadretto idilliaco sembra svanire sotto i colpi del dissesto finanziario che sta travolgendo il paese lusitano. Con i Credit Default Swaps (i contratti assicurativi sulla sostenibilità del debito nazionale) vicini al punto di non ritorno, oltre quota 1500, Lisbona ha deciso di mettere fine alla &#8220;specificità&#8221; maderense. L&#8217;ispiratrice della manovra è, ovviamente, la famigerata troika (FMI,BCE e Unione Europea) che già sta colpendo la Grecia con i propri inflessibili diktat. Al governo di centro-destra di Passos Coehlo, recentemente eletto, non resta altro che adeguarsi ai desiderata dei padroni del vapore ed imporre, per quanto possibile, una ricetta lacrime e sangue composta di tasse e tagli draconiani che potrebbe sì raddrizzare i conti, ma solo dopo aver fatto terra bruciata per i prossimi decenni di qualsiasi possibilità di crescita economica. E così il Presidente della Regione Autonoma Alberto Joao Jardim, in sella da oltre un trentennio, dovrà giustificare ai propri amministrati la fine di tutte quelle franchigie e facilitazioni fiscali e non che avevano contribuito al miracolo di Funchal. Tra le medicine particolarmente amare da trangugiare senz&#8217;altro spiccano l&#8217;incremento dell&#8217;IVA di ben 6 punti (dal 16 al 22%), una nuova tassa sui carburanti, l&#8217;introduzione di un ticket sanitario per farmaci ed esami diagnostici e pesanti decurtazioni dei salari di dipendenti pubblici e privati. Puntuali le critiche dell&#8217;opposizione locali che evoca scenari catastrofici tutt&#8217;altro che lontani dal vero vista la ricaduta immediata che le misure in questione avranno sul tessuto socio-economico della regione. Lo stesso Jardim, in passato, vantava i propri trascorsi indipendentisti e non ha esitato a ritirar fuori l&#8217;armamentario di (velate) minacce secessioniste durante la complessa trattativa di salvataggio con la madrepatria. Ma si è capito subito che si trattava di una manovra da consumato istrione per alzare il prezzo dell&#8217;accordo. Tantopiù che il debito del governo di Madera (circa 5 miliardi di euro) non era di certo un invenzione del governo centrale e la situazione rischiava di farsi insostenibile: la degna conclusione di una gestione allegra dei conti figlia di ogni welfarismo clientelare e nepotista. Missione compiuta, quindi, per l&#8217;Esecutivo e malinconico tramonto dell&#8217;autonomismo e dei suoi corifei. Sarebbe stato molto più lungimirante optare per il completo distacco subito dopo la caduta del regime salazarista e l&#8217;avvento della democrazia portoghese sulla metà degli anni &#8217;70. Solo il senno di poi, naturalmente. Ma quasi a confermare l&#8217;opzione dell&#8217;isolamento atlantico giunge a corollario una notizia oggi ripresa dai principali quotidiani portoghesi: la compagnia privata di navigazione che assicurava i collegamenti tra i sodali oceanici (Madera, Azzorre e Canarie) e la terraferma ha interrotto il servizio. Il preludio ad una fuga dal continente sulle tracce della perduta Atlantide di cui gli abitanti della zona menano vanto essere i discendenti?</p>
<p>Pubblicato su L&#8217;Indipendenza:  <a href="http://www.lindipendenza.com/madera-unautonomia-violentata-da-crisi-e-fmi/">http://www.lindipendenza.com/madera-unautonomia-violentata-da-crisi-e-fmi/</a></p>
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		<title>Qualcosa di nuovo, anzi di antico</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 20:19:39 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2012/01/lindipendenza.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4440" title="L'Indipendenza" src="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2012/01/lindipendenza.jpg?w=150&#038;h=80" alt="" width="150" height="80" /></a>Indipendenza: una di quelle parole che, nonostante l&#8217;uso continuo ed alle volte improprio, è riuscita a serbare quasi intatto il proprio significato intrinseco ed originario. Non è un caso che l&#8217;altra felice eccezione sia costituita dal termine Libertà: non importa quante legioni di truffatori, ruffiani e omuncoli abbiano tentato, nel corso dei secoli, di corrompere e snaturare il senso di questo concetto, attributo primario dell&#8217;umanità e di qualsiasi individuo. Si potrebbe quasi dire, mutuando terminologia cara ai mistici ed ai credenti, che questa rappresenti la più plastica manifestazione del Verbo che si fa Carne. Libertà ed Indipendenza formano, dunque, agli occhi dei tantissimi che ancora sentono ed intendono, una vera endiade indissolubile ed un connubio eterno. Basterebbero tre illustrissimi esempi storici ad asseverare questa verità elementare.</p>
<p> Il primo ci proviene dagli impervi bastioni montuosi delle alpi svizzere. In pieno medioevo i contadini ed i pastori di tre lande, conosciute in seguito come i Waldstaetten, prostrati da decenni di vessazioni e razzie dei rapaci Absburgo, decisero di mettere in comune le proprie sorti per scacciare l&#8217;oppressore austriaco. La straordinarietà dell&#8217;evento è dovuta non solo al clamoroso successo della ribellione, ma anche alla codificazione scritta, la prima in età volgare, del principio di autodeterminazione, seppur in forma alquanto sommaria e sotto la specie di un&#8217;alleanza militare  confederale. Recita il testo del Giuramento di Rutli (oggi custodito nel museo della cittadina di Schwitz) : &#8220;Sia noto dunque a tutti, che gli uomini della valle di Uri, la comunità della valle di Svitto e quella degli uomini in Untervaldo, considerando la malizia dei tempi ed allo scopo di meglio difendere e integralmente conservare sè ed i loro beni, hanno fatto leale promessa di prestarsi reciproco aiuto, consiglio e appoggio, a salvaguardia così delle persone come delle cose, dentro le loro valli e fuori, con tutti i mezzi in loro potere, con tutte le loro forze, contro tutti coloro e contro ciascuno di coloro che ad essi o ad uno d&#8217;essi facesse violenza, molestia od ingiuria con il proposito di nuocere alle persone od alle cose. Ciascuna delle comunità promette di accorrere in aiuto dell&#8217;altra, ogni volta che sia necessario, e di respingere, a proprie spese, secondo le circostanze, le aggressioni ostili e di vendicare le ingiurie sofferte.&#8221; La concretezza dei montanari, certamente, ma nel contempo la consapevolezza di compiere un atto temerario di sfida all&#8217;ordine costituito eppure quantomai moralmente giusto.</p>
<p>Un filo rosso lega i due continenti separati dall&#8217;Atlantico: leggendo il testo della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d&#8217;America, vergata da Thomas Jefferson quasi cinque secoli dopo il covenant del prato elvetico, il rimando a quell&#8217;exemplum del passato è immediato. Ignoriamo, per la verità, se i Padri Costituenti americani avessero piena contezza e cognizione dell&#8217;illustre antecedente. Sappiamo, tuttavia, per sicuro, che l&#8217;analogia tra i due eventi era nota alla cultura del tempo. Ne è testimonianza autorevole il &#8220;Wilhelm Tell&#8221; di Friedrich Schiller che mascherava la  censurata ribellione dei coloni del Nuovo Mondo dietro l&#8217;epopea dell&#8217;eroe nazionale svizzero. Il tutto in funzione antinapoleonica giacchè gli ammaestramenti dell&#8217;insurrezione americana assai inquietavano il cesarismo bonapartista. Non può sfuggire, tuttavia, una differenza fondamentale tra le scene del dittico sommariamente illustrate: mentre gli svizzeri avevano reagito all&#8217;aggressione e vinto spinti  da un naturale istinto alla libertà quasi innato tra gli abitanti di quei luoghi impervi, ben più consistente era l&#8217;armamentario culturale da cui i commercianti di New York o i proprietari della Virginia potevano attingere per corroborare le motivazioni del proprio sollevamento verso la madrepatria britannica. Il lievito della riforma protestante, in primis, con il principio del libero esame delle Scritture e la conseguente valorizzazione del dissenso, diede il via non solamente, secondo la nota tesi weberiana, al moderno capitalismo nordeuropeo, ma soprattutto favorì l&#8217;affermazione di quella democrazia delle possibilità e delle capacità descritta dal Tocqueville nel suo mirabile funzionamento (ma anche nel rischio di trasformarsi in una &#8220;tirannide della maggioranza&#8221;). La filosofia politica, dal canto suo, aveva compiuto un cammino a dir poco vertiginoso nel corso dei secoli approdando, alfine, all&#8217;opera lockeiana e a quella dei suoi epigoni. Quanto la teoria dei diritti naturali ed imprescrittibili possa aver influenzato gli scritti di un Franklin, di Madison o dello stesso Thomas Jefferson è oramai materia da manuali di storia. Quel che preme constatare è come il transfert tra diritti individuali e diritti dei popoli, libertà in testa, divenne nell&#8217;arco breve di pochi decenni il senso comune, per dirla con Paine, condensato nella Dichiarazione del 1776. Per oltre un secolo e mezzo la vittoria in un conflitto apparentemente impari che vedeva fronteggiarsi il più potente impero militare e commerciale del globo ed i pionieri di un mondo selvaggio fornì alimento a tutti coloro che cercarono di emularne le gesta. Ma, a dire il vero, tolta la fortunata eccezione del sudamerica  che si affrancò, ad inizio ottocento, dal dominio spagnolo, ben flebile eco percorse gli altri continenti dopo l&#8217;iniziale clamore. Troppo forti le fanfare del nascente nazionalismo veicolato dalla Grande Révolution francese del 1789 e dal sogno imperiale napoleonico che ebbero ascolto ed accoglienza assai più entusiastica tra le nuove elites europee. Non a caso furono i processi unitari di Italia e Germania, costruiti sulla punta delle baionette a caratterizzare il secolo del romanticismo. E, assieme, alla corsa frenetica verso il mito della Nazione, grande o piccola che fosse, riprese vigore l&#8217;espansionismo militare che, fatalmente, portò alla prima grande conflagrazione mondiale, tomba degli imperi coloniali ma alba delle pestifere e genocide ideologie totalitarie del secolo breve. Poco spazio, quindi, per le rivendicazioni di autonomia da parte di regioni e popoli oppressi. La stessa America che aveva acceso la fiaccola risolse, seppur a prezzo di  una carneficina fratricida la questione sospesa della dialettica fra potere federale e diritti degli stati: era l&#8217;inizio del tradimento di quei principi del &#8217;76 ed il primo passo in direzione del destino palese di una superpotenza. Il mito fondante della &#8220;patria della libertà&#8221; e l&#8217;irresistibile spinta all&#8217;egemonia convissero, tuttavia, per oltre due secoli fino alla crisi odierna che pare davvero concedere poche chances di sopravvivenza ad un&#8217;istituzione, lo Stato-Nazione perlappunto, convertitosi in despota, ben più occhiuto dei sovrani assolutisti del tempo che fu.</p>
<p>Stretta l&#8217;Eurasia fra le tenaglie feroci dei fascismi e del comunismo bolscevico, toccò al subcontinente indiano amministrato con mano paternalista e decisa dagli inglesi, offrire un salto di qualità decisivo nella teoria e nella pratica dell&#8217;indipendentismo moderno. Se gli americani avevano, infatti, raggiunto l&#8217;emancipazione in forza di una rivolta armata condotta a buon fine, all&#8217;India toccò la fortuna di poter disporre di una personalità straordinaria capace di compendiare, nella sua azione, il common law anglosassone, la spiritualità del jainismo e gli insegnamenti di Henry David Thoreau sulla disobbedienza civile. Mohandas K. Gandhi riuscì, trasformando in carne viva il principio dell&#8217;ahimsa (nonviolenza), a mettere in scacco l&#8217;avversario sino a ridurlo all&#8217;impotenza. Nella seconda metà del &#8217;900 la tentazione della lotta armata continuerà a mietere vittime ed illusioni, ma la via maestra era ormai segnata. Ed era stato un piccolo uomo con gli occhiali dall&#8217;aria mite e dalla determinazione ferrea a tracciarla con il proprio esempio. Contemporaneamente alla forza dell&#8217;esempio gandhiano anche il diritto internazionale rafforzò non poco l&#8217;opzione dell&#8217;autodeterminazione pacifica. Dalla Carta delle Nazioni Unite al Protocollo di Helsinki numerosi documenti ufficiali sanciscono oramai l&#8217;ingresso di quest&#8217;ultima nel novero delle scelte possibili. Così, recentemente, abbiamo avuto la possibilità di assistere alla separazione consensuale della Cecoslovacchia ed alla riconquistata sovranità delle repubbliche baltiche. Ma, quasi per spietato contrappunto, ci è toccato osservare la mattanza che ha accompagnato la dissoluzione della Jugoslavia, prigioniera della violenza dei nazionalismi in armi contrapposti. Un rischio insito nelle lotte di emancipazione anche incruente, come fortunatamente sono la maggior parte, è proprio il ripiegamento esasperatamente identitario che assai può nuocere al progetto di nuova patria nascitura. Essersi lasciati alle spalle i lutti e le ubbìe dei grandi leviatani nazionali per ripetere, seppur con conseguenze meno funeste, errori simili, non sarebbe una grande riuscita per un&#8217;impresa partita con le più nobili intenzioni.</p>
<p>Oltre agli strumenti giuridici, alle armi nonviolente ed alla simpatia delle opinioni pubbliche mondiali, il supporto ideale del liberalismo è un presidio irrinunciabile ed insostituibile per scongiurare questo tipo di deriva. Più del liberalismo democratico o sociale che rappresentano tentativi non riusciti di puntellare l&#8217;edificio logorato di quella che, con espressione felice, taluno ha definito &#8220;democrazia reale&#8221;, sono le più recenti sperimentazioni del libertarismo, non limitate all&#8217;ambito meramente speculativo, ed il revival provvidenziale di autori troppo in fretta rimossi come il francese Fréderic Bastiat, alfiere del laissez-faire, o il suo omologo francofono (ma belga) Gustave de Molinari, vero precursore dell&#8217;anarchismo di mercato, ad aver assai opportunamente allargato il perimetro concettuale di una nuova possibile declinazione della territorialità in chiave &#8220;leggera&#8221; e meno coercitiva. Compito non facile, inutile negarcelo, vista la progressiva sclerotizzazione delle forme consolidate di democrazia rappresentativa oggi imperanti. Per quanto concerne la pars destruens, essenziale in ogni processo che non farebbe scandalo definire rivoluzionario (riappropriandosi di un termine schiettamente liberale e borghese) considerato l&#8217;obiettivo da raggiungere, molto utili sono le suggestioni lasciateci da Murray Newton Rothbard, il massimo teorico del libertarismo contemporaneo, che nel suo &#8220;Nazioni per consenso&#8221; si spinge a delineare uno scenario di disgregazione delle nazioni otto-novecentesche attraverso una teoria di secessioni e possibili aggregazioni sino a scardinare il monopolio territoriale dello stato così come lo conosciamo. Si arriverebbe, in questo modo, ad una omogeneità che solamente la volontarietà può garantire. Di conseguenza le dimensioni della nuova compagine &#8220;statale&#8221;, definiamola così per comodità, potrebbero essere molto limitate, addirittura al livello di quartiere o di condominio.Senza escludere la possibilità di forme più complesse come città-stato, micronazioni e libere confederazioni di più soggetti. In parole povere la fine dei grandi contenitori costruiti con tratti di penna e colpi di cannone che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli e poco più di storia. Non un utopia, come affrettatamente si potrebbe giudicare, ma una realtà la cui trama già inizia a dipanarsi dinanzi ai nostri occhi ancora abbastanza increduli. Quanto guardare alle esperienze del passato ci aiuti a valutare la pericolosità del mostro che abbiamo contribuito con babelica leggerezza ad edificare ci è, invece, illustrato dal più dotato degli allievi di Rothbard, Hans Hermann Hoppe. In &#8220;Democrazia: il dio che è fallito&#8221; la vis critica dello storico non deve farci perdere d&#8217;occhio l&#8217;intento principale che è quello di suggerire un&#8217;organizzazione policentrica del consorzio umano che ridia centralità al diritto di proprietà ed al libero mercato. Ma non sono solamente questi ed altri teorici come David Friedman o R.T.Long a discettare dell&#8217;evoluzione della specie &#8220;homo politicus&#8221;. Diversi tentativi di concretare queste idee sono già in corso in diversi punti del pianeta: potremmo citare il principato di Sealand piuttosto che le comunità volontarie sorte un po&#8217; ovunque in nordamerica. Grande notorietà, ad esempio, ha conquistato il &#8220;Free State Project&#8221;, embrione di società libertaria che dovrebbe sorgere in una zona del New Hampshire al raggiungimento del ventimillesimo componente. Anche volendo accantonare per il momento come premature queste ipotesi di riconquista piena della sovranità individuale, sarebbe alquanto ingiusto liquidarle come elucubrazioni intellettuali e mode momentanee alla maniera fatta da tanta pubblicistica e tanta politica sia conservatrice che democratico-progressista. A confutare tanta sicumera basta prendere in mano un atlante geografico contemporaneo ed operare un semplicissimo confronto fra il numero di stati esistenti all&#8217;inizio del novecento e quello di un secolo dopo: noteremo, per lo stupore di tanti, che la cifra è più che triplicata, passando da una sessantina scarsa a quasi duecento. E l&#8217;aspetto più importante risiede senz&#8217;ombra di dubbio nella constatazione che il processo appare irreversibile nonostante le resistenze, alle volte anche violente, dei sistemi interessati dalle spinte centrifughe.</p>
<p>Perlustrando con attenzione, seppure entro i limiti  di una veloce ricognizione, la mappa evocata come pietra di paragone del cambiamento impetuoso che stiamo vivendo, inizierò l&#8217;analisi dai tre massimi campioni del potere militare ed economico globale ossia gli Stati Uniti, la Cina e il riemergente orso russo. Come accennato dinanzi, la dicotomia sempre più accentuata tra &#8220;big government&#8221; centrale ed i poteri che il sistema di pesi e contrappesi attribuiva ai singoli stati dell&#8217;unione sta minando le basi stesse del compromesso faticosamente raggiunto dopo la lacerazione della guerra di secessione. L&#8217;avanzata irresistibile dell&#8217;interventismo pubblico nella sfera del vissuto quotidiano individuale ha generato, in risposta, un&#8217; inquietudine crescente che si riversa in diversi canali di protesta. Si va dal Tea Party, quasi a rievocare quello spirito ancestrale snaturato dalla stratificazione di troppa pessima politica, a quegli esperimenti di privatopie già descritti in precedenza. Ma riprendono contestualmente forza i localismi in tutti e quattro gli angoli del paese. In Alaska, ad esempio, esiste da oltre un trentennio un partito che riesce a coniugare felicemente il senso di appartenenza con una piattaforma di governo puramente libertaria. Difesa del diritto di portare le armi, tutela della proprietà privata ed economia di mercato sono infatti i capisaldi programmatici dell&#8217;Alaskan Independence Party che, come indicato icasticamente nel nome, punta alla separazione da Wahington. Dopo essere riuscito, per la prima ed unica volta in questo ultimo secolo, a far eleggere alla carica di Governatore un proprio rappresentante, il movimento ha conosciuto una eclisse piuttosto lunga per riemergere dal cono d&#8217;ombra solo da poco, come testimoniano i numeri crescenti dell&#8217;affiliazione elettorale che collocano l&#8217;AIP in terza posizione, anche se distante dai due colossi tradizionali repubblicano e democratico. Altra situazione non priva di interesse nel progressista Vermont dove il &#8220;Second Republic Party&#8221;, pur non partecipando a competizioni elettorali, si spende nel propagandare presso  i concittadini l&#8217;idea che forse sarebbe meglio far da sè, senza il condizionamento di Congresso e Casa Bianca. Quasi un eden dal sapore waldeniano, giusto ad omaggiare il non lontano luogo delle meditazioni di quel Thoreau che già ho ricordato come uno dei padri spirituali dell&#8217;impegno civile e politico gandhiano. Dal New England scendendo verso quel sud che conobbe il ferro ed il fuoco della battaglia e della sconfitta spiccano gli adepti della &#8220;League of the South&#8221; meno effimera del &#8220;Southern Party&#8221; presto sparito tra i litigi delle sue varie componenti. Il sogno non nascosto è quello di far rivivere in qualche modo la Confederazione sudista depurandola, ovviamente, delle parti indifendibili come lo schiavismo istituzionalizzato o quello &#8220;spontaneo&#8221; del Ku Klux Klan.Tradizionalismo senza revanscismo, dunque, per conservare la specificità del &#8220;Vecchio Sud&#8221;. Velleitarismo, sempre che l&#8217;ambizione di qualche politico locale non trasformi in proposta concreta questo folklore. Cosa possibile ricordando l&#8217;uscita antiobamiana del Governatore texano Rick Perry che, non più tardi di un anno addietro minacciava, con tanto di appiglio legal-costituzionale, la dipartita dello stato della stella solitaria dal consesso yankee. Ma se il Texas, ormai nuova terra promessa e baricentro dell&#8217;economia americana, può reclamare a gran voce un supplemento di autonomia in grazia di questi nuovi fasti, la California, nobile decaduta, si vede quasi costretta a farlo spinta da un catastrofico dissesto finanziario. Accade così , nella culla della Silicon Valley, che un oscuro supervisore della Contea di Riverside, tale Jeff Stone, se ne esca  con l&#8217;illuminazione di segare in due lo stato, distaccando dal centro le 13 contee sudorientali. Sono segnali da non trascurare visto che proprio dalla California presero le mosse la rivoluzione hippy e quella neoliberista reaganiana.</p>
<p>Sorvolato il Pacifico giungiamo nel più stupefacente esempio di ingegneria sociale ed economica conosciuto a memoria d&#8217;uomo: la Cina, già portabandiera del comunismo più ortodosso ha compiuto una trasformazione nella direzione di un capitalismo autoritario che mette a serio rischio il primato delle democrazie occidentali. Ma, dietro le cifre mirabolanti della crescita si nascondono tensioni crescenti di natura sociale ed etnico-geografiche. Il benessere assaporato dai quadri di partito e dalla nuova classe media cinese genera la rabbia di quelli che alimentano il miracolo con ritmi di lavoro e paghe da fame. Quasi un singolare ed ironico rovesciamento dello schema classico marxiano con i capi e capetti del PCC ad interpretare il ruolo del pescecane dipinto in tanta letteratura agit-prop. Oltre allo spettro della rivolta anti-establishment altre nubi incombono su Pechino. E la forza bruta, tradizionale risorsa dell&#8217;apparato di potere, potrebbe non bastare a tener sotto controllo il sistema. D&#8217;altronde la riprovazione mondiale per la persecuzione di cui sono state fatte segno le minoranze tibetane e turcofone del Sinkiang sono la riprova che il pugno di ferro funziona sino ad un certo punto. Soprattutto se si trova a contrastare l&#8217;opposizione pacifica dei monaci tibetani. L&#8217;eventuale piena sovranità dell&#8217;isola di Taiwan, ultimo riparo dei nazionalisti cinesi sconfitti dall&#8217;Esercito del Popolo, è, invece, più un residuo della guerra fredda tanto più ora che le differenze tra isola e terraferma si sono alquanto stemperate, almeno sul lato del modello di sviluppo seguito.</p>
<p>Anche la Russia si trova a fronteggiare periodicamente tentazioni di fuga dal seno della propria mole colossale. Di solito ciò è avvenuto nei momenti di vuoto e caos politico intercorrenti tra due fasi autoritarie. Come durante il trapasso dell&#8217;autorità regale dai Rjurikidi ai Romanoff o subito prima dell&#8217;affermarsi pieno del bolscevismo o ancora negli anni successivi all&#8217;ammainabandiera rossa dalla fortezza del Kremlino. La  sete di energia smisurata dell&#8217;Eurasia ha ricompattato un complesso mosaico di nazionalità ed etnie che stava per collassare definitivamente. Per converso i morsi della crisi finanziaria esplosa da qualche anno mette in serie ambasce la monarchia postcomunista putiniana. Anche in questo caso la nemesi fa da protagonista assoluta sulla scena: l&#8217;uomo forte castigamatti dell&#8217;oligarchia corrotta si ritrova contestato in ogni piazza da una folla nauseata dai maneggi della cricca dominante. La delegittimazione del regime può portare ad un rifiorire delle opzioni secessioniste e non solo nel martoriato Caucaso, dove il protettorato ceceno testimonia tutta la durezza della ragion di stato intesa nella sua accezione peggiore, ma ovunque i gravami degli ukaze moscoviti contrastino con le tradizioni ed i sentimenti di popolazioni refrattarie all&#8217;abbraccio mortale della cosiddetta madrepatria Russia. E allora dalla Siberia, al Tatarstan, ai sami della Penisola di Kola potrebbero giungere, a breve, nuove scosse capaci di lesionare un edificio che sembrava essere tornato inespugnabile. Certo dovremmo augurarci che tutto si svolga in maniera non troppo traumatica: non dimentichiamo che la stessa Cecenia, inalberato il vessillo dell&#8217;autodeterminazione, si trasformò nell&#8217;arco di pochi anni, anche causa la violenza della repressione russa, in un comodo ricettacolo per l&#8217;estremismo terrorista islamico. Un promemoria insanguinato che la generazione di bloggers e contestatori scesi in piazza contro il nuovo zar dovrà tenere ben presente se non vorrà ripetere i troppi errori del passato.</p>
<p>Il laboratorio di sperimentazione più importante per il nuovo corso delle politiche autonomiste ed indipendentiste rimane, tuttavia, l&#8217;Europa. Non esiste quasi stato, nel vecchio continente, che non debba misurarsi con richieste di questo tipo provenienti dagli ambiti locali. A partire dai tenori maggiori, Francia, Regno Unito,Italia, Spagna e Germania che pure sembrava aver invertito la rotta con la riunificazione della parte orientale una volta crollato il Muro di Berlino. Ma le maggiori chances di assistere al parto di nuove entità particolari ci verranno, a detta di molti, da due stati minori: la Danimarca ed il Belgio paese,quest&#8217;ultimo, tra i fondatori del Mercato Comune Europeo. La piccola penisola scandinava saluterà, da qui a poco, quelle che erano due sue contee di dimensioni alquanto eterogenee tra loro: la gigantesca Groenlandia, l&#8217;isola più grande del mondo escludendo il continente australiano, ed il minuscolo arcipelago delle Faer Oer. Nel 2008 gli abitanti della prima hanno votato un referendum che attribuiva loro una maggiore autonomia, in pratica un&#8217;opzione di autogoverno. Il  sì  al quesito ha ottenuto  una maggioranza quasi plebiscitaria, oltre il 70%,lasciando al governo danese le sole competenze concernenti la difesa  e la moneta. Nelle Faer Oer,invece, il referendum, che aveva per obiettivo il distacco completo da Copenhagen, si era già tenuto nel 1946 con esito seppur di un soffio favorevole, ma un vero e proprio golpe bianco ne annullò l&#8217;esito convocando elezioni anticipate sfavorevoli all&#8217;amministrazione secessionista in carica. Difficilmente oggi simile scenario si ripeterebbe visto l&#8217;atteggiamento benigno e rassegnato con il quale la Danimarca ha accolto la consultazione groenlandese. Una nuova chiamata alle urne, stavolta decisiva, potrebbe essere stabilita entro breve visto che il parlamentino di Torshavn ha già in progetto di emendare la costituzione proprio riguardo a questo punto dirimente. Il Belgio vive tutt&#8217;altra situazione vista la netta divisione esistente tra due diverse comunità linguistiche costrette a convivere in un contenitore artificiale nato in piena epoca di risorgimento delle nazionalità. Con il non trascurabile particolare che fiamminghi e valloni non costituivano certo una unica nazionalità. Fin quando la guida francofona ha retto il cammino di Bruxelles un compromesso era sempre possibile, ma, allorquando le province settentrionali acquistarono un dinamismo economico che il resto del paese faceva fatica a mantenere, le distanze non fecero che allargarsi sino a scavare l&#8217;attuale fossato. L&#8217; interminabile crisi politica susseguitasi alle ultime elezioni non ha fatto che accentuare, qualora ve ne fosse stata necessità, la sensazione di ineluttabilità che accompagna la morte per consunzione di questo piccolo frankenstein istituzionale nel cuore d&#8217;Europa.</p>
<p>Quanto alla Spagna, possiamo senza tema di smentite scrivere che non vive momenti facili: uscita dalla dittatura franchista conservando l&#8217;istituzione monarchica come collante tra il piccolo mosaico di regioni e comunità autonome che ne rappresenta l&#8217;ossatura, la giovane democrazia iberica ha conosciuto un periodo di crescita economica piuttosto lungo per precipitare, dal 2008, nell&#8217;incubo del default finanziario. Per oltre 30 anni il confronto tra Madrid e la periferia, soprattutto quella che mai aveva accettato il dominio della capitale, ha avuto due volti: il primo quello duro e drammatico del terrorismo con le efferatezze dei terroristi baschi dell&#8217;ETA cui si reagì, da parte del governo, con una guerra sporca senza esclusione di colpi. L&#8217;altro, sicuramente più moderato, tentava di ribadire le ragioni della secolare identità catalana. La svolta messa in atto in Euskadi dalle forze più oltranziste che hanno ufficialmente abbandonato la lotta armata offre l&#8217;occasione alla sosiddetta sinistra abertzale di mietere ripetuti successi elettorali sotto forma di coalizioni composite. Pensare un domani ad un&#8217;alleanza con i rivali storici del Partido Nacional Vasco non è più un&#8217;ipotesi tanto irrealistica. Il tutto sancirebbe l&#8217;esistenza dei numeri per il grande passo (oltre il 50%, attualmente). Dalle parti di Barcellona dirimente è, invece, la questione dello Statuto, recentemente bocciato dal Consiglio Costituzionale spagnolo: decisivo sarà l&#8217;atteggiamento che il governo autonomista catalano, guidato da Convergencia i Uniò, deciderà di assumere magari spinto dall&#8217;impellente desiderio di non vedere vanificato un progetto di governo in solitario accarezzato per decenni. Anche qui conterà molto la sintonia con la vasta area, circa il 15%, dell&#8217;indipendentismo catalano, in massima parte espressione della storica sinistra repubblicana e nazionalista di ERC. Se gli occhi di tutti sono proiettati su Bilbao o Barcellona, gioverebbe non sottovalutare tutte le voci che si levano da altre comunidades autonomicas insofferenti dell&#8217;abito amministrativo che inizia ad andare sempre più stretto. Si va dalle isole come le Canarie e le Baleari, alla Galizia dal retaggio celtico, dalla Asturia alla stessa Castiglia per arrivare sino all&#8217;Andalusia, da sempre ponte privilegiato di ogni cultura mediterranea.</p>
<p> Se la confinante Francia condivide con il vicino le specificità basche ed occitane presenti nel Midi, le vere spine nel fianco del paese di Chauvin vengono dall&#8217;orgogliosa Bretagna e dalla patria di Napoleone Bonaparte, la piccola ed arcigna Corsica. Similmente ai baschi la tentazione della lotta ha attraversato la parabola del nazionalismo corso. Di qui le azioni del Fronte di Liberazione Nazionale Corso che hanno colpito soprattutto il possibile processo di emancipazione  negli anni &#8217;80 e &#8217;90. Ora, i sostenitori dell&#8217;azione armata sembrano aver perso peso e con l&#8217;emergere di una forza come Corsica Libera, cartello di più organizzazioni separatiste, le premesse per riprendere la rotta verso il sogno che fu di Pasquale Paoli nel lontano settecento appaiono meno nebulose. In Bretagna il terrorismo ha avuto forma più che altro dimostrativa ed è scomparso dai radar da qualche tempo offrendo spazio all&#8217;affermazione del Parti Breton che sposando una linea gradualista punta a restituire alla penisola bretone la piena sovranità. Altrove si agitano vecchie bandiere storiche come in Borgogna, Lorena o Savoia per riesumare miti ancora pulsanti sotto la cappa di omogeneità e conformismo patriottico imposta da Parigi. Altri ancora, come i normanni e  gli alsaziani si contenterebbero di un po&#8217; più di mano libera nei propri affari regionali e ci sono coloro come la Franca Contea ed alcuni settori della Ligue Savoisienne  che chiedono addirittura di riunirsi alla confederazione Elvetica&#8230;</p>
<p>Concluderei questo excursus sommario e necessariamente lacunoso con il fronte che ha suscitato senza dubbio più entusiasmo tra gli amanti delle antiche libertà: la Scozia dei clan e di William Wallace, eroe del luogo fatto rivivere in pellicola dal kolossal di Mel Gibson. Come noto a tanti, lo Scottish National Party, nato nel lontano 1934, governa da un anno ad Edimburgo con la maggioranza assoluta del parlamento. L&#8217;intenzione confermata più volte dal Premier Alex Salmond è quella di convocare l&#8217;elettorato entro il 2015 per decidere sulla rinascita di un libero stato sulle ceneri dell&#8217;Union Jack di Giacomo Primo. Nulla di cosi drammatico come le lotte all&#8217;ultimo sangue dei secoli passati, ma solo la riaffermazione di un diritto che affonda le proprie radici in un medioevo leggendario ed in una cultura che non accettò di farsi assoggettare nemmeno dalla formidabile macchina bellica romana. La partita sarà molto difficile, ma corretta: da Londra fanno sapere che non si opporranno alla tenuta del referendum e, quasi sicuramente, accetterebbero il responso delle urne, foss&#8217;anche per loro negativo.</p>
<p>Comunque sia, molti sguardi seguiranno con attenzione, partecipazione ed invidia quanto scaturirà in quei giorni dalla terra di Burns e Walter Scott. Persino dalla sfortunata penisola italica oppressa da un potere al contempo farsesco e crudelmente macbettiano delle cui vicende ci toccherà trattare dalle colonne di questo giornale.</p>
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		<title>I patemi del grande timoniere</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 11:42:51 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2012/01/vladimir-putin.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4429" title="Vladimir Putin" src="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2012/01/vladimir-putin.jpg?w=121&#038;h=150" alt="" width="121" height="150" /></a>Ha suscitato una certa sorpresa e qualche malcelato scetticismo tra i commentatori stranieri la lunga intervista rilasciata dal Premier russo Vladimir Putin, favorito d&#8217;obbligo delle prossime elezioni presidenziali che si terranno il 4 marzo. Il motivo di queste reazioni, non infondate bisogna dire, risiede essenzialmente nell&#8217;attacco senza mezzi termini che l&#8217;uomo forte della seconda superpotenza(almeno militarmente) mondiale ha rivolto nei confronti di taluni ambienti politici accusati di soffiare sul fuoco del nazionalismo grande-russo e dell&#8217; intolleranza etnica. Un rovesciamento delle parti piuttosto singolare per chi ha fatto dell&#8217;esaltazione patriottica e della politica di potenza la sostanza ed il metodo del proprio abile agire nel difficile agone del gigante postsovietico. Durante i primi due mandati da capo dello stato, infatti, nulla è stato fatto per arginare l&#8217;ondata di xenofobia anti-caucasica diffusasi nella federazione. Anzi, lo stesso Putin ha puntellato l&#8217;impresa di &#8220;pacificazione&#8221; nella ribelle Cecenia non tanto con le male parole delle squadracce neonaziste che imperversano nella capitale, ma con tutta la forza di un apparato di repressione che non si vedeva dagli anni cupi dello stalinismo. Senza dimenticare il ruolo attivo, chiamiamolo in questo modo,ricoperto dalla diplomazia segreta russa verso i vicini satelliti che tentano di allontanarsi dall&#8217;orbita imperiale. Emblematici i casi dell&#8217;Ucraina, della Moldova e della Georgia che hanno subito minacce pesanti causa la loro volontà di seppellire definitivamente ogni afflato residuo di &#8220;fratellanza slava&#8221;. E così, allarmato da quel 43% di concittadini affascinato dal mito della &#8220;russia ai russi&#8221;, Putin caldeggia un ritorno, nientemeno, alla &#8220;nozione sovietica di amicizia tra i popoli&#8221; come antidoto a pulsioni &#8220;destabilizzanti&#8221;. Con tanto di Ministero per le Nazionalità riesumato dal dimenticatoio. Lo stesso di cui fu primo titolare il già menzionato Josif Stalin in anni lontani, ma pare non del tutto trascorsi. Per riequilibrare verso il giusto mezzo quello che ha tutta l&#8217;aria di un piccolo dazebao elettorale era impossibile fare a meno di qualche strale contro il separatismo che, anch&#8217;esso, &#8220;causerebbe il collasso dello stato russo&#8221;. D&#8217;altronde da chi è cresciuto nel culto della spietata realpolitik comunista cosa aspettarsi di diverso dal centralismo autoritario in barba a tutti i trattati internazionali sottoscritti nelle più alte sedi? Niente autodeterminazione per le tante peculiarità nazionali e culturali asiatiche, siberiane e non solo, dunque. Al massimo il contentino di qualche poltrona di sottogoverno, espediente sempre utile per ritagliarsi quelle clientele senza le quali pare impossibile amministrare qualsivoglia stato contemporaneo. Difficile prevedere se il cambio d&#8217;immagine confezionato dal monarca potrà giovare più di tanto ad una campagna elettorale partita piuttosto fiaccamente sulla scia di una contestazione di massa inusitata nelle recenti vicende storiche russe. La vittoria di zar Vladimir è più che possibile. Ma il suo declino è certo.</p>
<p>Pubblicato su &#8220;L&#8217;indipendenza&#8221;  <a href="http://www.lindipendenza.com/vladimir-putin/">http://www.lindipendenza.com/vladimir-putin/</a></p>
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		<title>Trappola mortale</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 11:33:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lafayette70</dc:creator>
				<category><![CDATA[politica estera]]></category>
		<category><![CDATA[adesione all'UE]]></category>
		<category><![CDATA[Croazia]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2012/01/croazia-ue.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4427" title="Croazia-UE" src="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2012/01/croazia-ue.jpg?w=150&#038;h=94" alt="" width="150" height="94" /></a>Non è bastata la campagna appassionata di Nigel Farage, campione riconosciuto dell&#8217; euroscetticismo militante, per il NO all&#8217;ingresso della Croazia nell&#8217;Unione. L&#8217;esito del referendum che ha visto quest&#8217;oggi consultato l&#8217;elettorato della piccola repubblica ex-jugoslava appariva scontato sino a poco tempo addietro, ma la forbice tra le due risposte al quesito si era accorciata negli ultimi giorni del voto. Alla fine, tuttavia, il consenso all&#8217;importante svolta si è materializzato con dei numeri tali da smorzare qualsiasi velleità. Dai primi polls della televisione di Zagabria, infatti, almeno due terzi dei croati hanno dato il proprio avallo ai desiderata della quasi unanime classe dirigente del paese. Quasi tutti erano concordi, dalla coalizione di centro-sinistra recentemente trionfatrice delle elezioni legislative alla malconcia destra nazionalista al potere fino a poche settimane orsono. Solo gli irriducibili ultrà del Partito del Diritto e i regionalisti di Slavonia e Barania(due regioni orientali) remavano contro in rappresentanza di un 10% scarso del voto parlamentare. Le preoccupazioni per il futuro erano comunque lievitate sulla scia della grave crisi finanziaria e di credibilità in cui si dibatte il colosso europeo. Più di qualcuno ha iniziato a temere una rovinosa caduta dalla padella iugoslava alla brace continentale: una sorta di coazione a ripetere capace di imbrigliare in una rete mortale il sentimento di gelosa ed orgogliosa autonomia che nemmeno il Gran Turco e gli Absburgo erano riusciti a domare.Per contro, a spingere verso l&#8217;abbraccio con l&#8217;Europa molto avrà influito la prova invero assai mediocre offerta dalla politica croata da quel fatidico 1991, anno della riconquistata libertà.  L&#8217; interminabile sequela di scandali il cui denominatore unico era la spaventosa corruzione ed incompetenza palesata dall&#8217;establishment dell&#8217; HDZ, partito fondato e diretto fino alla morte dal padre della patria Franjo Tudjman,oltre a consegnare  il governo nelle mani dei moderati ha convinto la maggioranza degli elettori ad appoggiare l&#8217;avventura brussellese in questo momento tanto delicato. Il paese entrerà ufficialmente nel club continentale come ventottesimo membro componente nel luglio 2013. Positive le prime reazioni dei timonieri: convinta approvazione e soddisfazione piena sono state espresse, tra gli altri dal neo-Premier Milanovic, dal ex-Presidente della Repubblica, Stipe Mesic e dall&#8217; attuale Capo di Stato Ivo Josipovic. A tutto vapore verso l&#8217;obiettivo, dunque. Nonostante qualcuno, magari anche nella stessa stanza dei bottoni, inizi a temere che  la stessa UE vada miseramente a fallire addirittura prima della concusione del processo di adesione&#8230;</p>
<p>Pubblicato su &#8220;l&#8217;Indipendenza&#8221;   <a href="http://www.lindipendenza.com/croazia-ue/">http://www.lindipendenza.com/croazia-ue/</a></p>
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		<title>I Duellanti</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 11:25:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lafayette70</dc:creator>
				<category><![CDATA[politica estera]]></category>
		<category><![CDATA[Alex Salmond]]></category>
		<category><![CDATA[David Cameron]]></category>
		<category><![CDATA[referendum sull'indipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[scozia]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2012/01/cameron-salmond.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4425" title="Cameron -Salmond" src="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2012/01/cameron-salmond.jpg?w=150&#038;h=84" alt="" width="150" height="84" /></a>Tra Londra ed Edimburgo è ormai duello aperto sulla questione deflagrante del prossimo referendum che dovrà decidere le sorti della Scozia. Con un&#8217; accelerazione improvvisa, infatti, il governo di David Cameron tenta di sconvolgere la tabella di marcia del Premier scozzese Alex Salmond intenzionato a convocare la consultazione nel 2014 ,se non addirittura l&#8217;anno successivo, al termine del proprio mandato. Incaricato della delicata missione è nientemeno che il Cancelliere dello Scacchiere,George Osborne, che avrebbe preparato una vera e propria polpetta avvelenata per Holyrood( la sede dello scottish Parliament): concedere allo stesso la potestà di indire il voto ma&#8230;entro e non oltre la metà del prossimo anno. Anche se lo stesso Cameron ed il Segretario agli affari scozzesi, il libdem Michael Moore, giustificano l&#8217;espediente con la necessità di offrire chiarezza e &#8220;pronte risposte alla crisi&#8221; alla business community locale, risulta palese la volontà di infliggere un colpo da k.o alle velleità indipendentiste del partito trionfatore nelle ultime elezioni. Lo Scottish National Party, se questo scenario divenisse realtà, avrebbe, infatti, poco tempo per ribaltare il probabile esito negativo del referendum. A conforto di ciò basti citare i numeri dell&#8217;ultimissimo sondaggio Ipsos-Mori apparso quest&#8217;oggi sul &#8220;Daily Telegraph&#8221; : i favorevoli all&#8217;indipendenza raggiungono il 29% nel territorio scozzese a fronte del 54% di contrari. Così similmente nel resto del Regno Unito. Altro elemento fondamentale: Salmond ed il suo entourage pensano ad un quesito con tre opzioni di risposta in modo da poter sommare i consensi favorevoli all&#8217;autodeterminazione a  quelli richiedenti solo una maggiore autonomia in materie non compendiate dalla devolution del 1997. Da parte inglese si insiste, invece, sullo schema aut-aut, cercando così di stanare la preda in questa specie di caccia alla volpe istituzionale. Comunque sia, la partita è appena agli inizi: lo SNP è intenzionato a rintuzzare l&#8217;offensiva arrivando sino al punto di rispedire il pacco-dono al mittente dopo un solenne pronunciamento negativo in Parlamento. Possibile, infine, che si giunga ad una chiamata alle urne senza il nullaosta della madrepatria. Magari in una data simbolica che conserva  tuttora un grandissimo significato per queste lande: il 24 giugno del 2014, settecentesimo anniversario della vittoriosa battaglia di Bannockburn che vide il trionfo degli irriducibili montanari guidati da Robert Bruce sull&#8217;arroganza reale della Corona d&#8217;Inghilterra. Giusto a ricordare che spesso la politica è davvero la prosecuzione della guerra con altri mezzi. Fortunatamente meno sanguinosi.</p>
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		<title>Vittoria di Pirro</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Dec 2011 18:57:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lafayette70</dc:creator>
				<category><![CDATA[politica estera]]></category>
		<category><![CDATA[Belgio]]></category>
		<category><![CDATA[Elio di Rupo]]></category>
		<category><![CDATA[Governo]]></category>

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		<description><![CDATA[E finalmente governo fu! Dopo oltre 570 giorni di crisi politico-istituzionale, infatti, il Belgio avrà, presumibilmente da lunedì, un esecutivo nuovo di zecca guidato da Elio di Rupo, esperto mestierante socialista, uscito indenne da una sciarada interminabile che avrebbe potuto abbattere chiunque. Non questo virtuoso della mediazione, capace di far accordare i principali partiti del [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lasentinelladellalaicita.wordpress.com&amp;blog=3303830&amp;post=4399&amp;subd=lasentinelladellalaicita&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2011/12/belgio-2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4400" title="Belgio 2" src="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2011/12/belgio-2.jpg?w=150&#038;h=112" alt="" width="150" height="112" /></a>E finalmente governo fu! Dopo oltre 570 giorni di crisi politico-istituzionale, infatti, il Belgio avrà, presumibilmente da lunedì, un esecutivo nuovo di zecca guidato da Elio di Rupo, esperto mestierante socialista, uscito indenne da una sciarada interminabile che avrebbe potuto abbattere chiunque. Non questo virtuoso della mediazione, capace di far accordare i principali partiti del paese su un corposissimo e defatigante dossier, istituzionale oltre socio-economico. Basti pensare che il programma della neonata compagine risulta &#8220;condensato&#8221; in qualcosa come 179 pagine fitte fitte. Ma, passata l&#8217;euforia del giorno dopo, bisognerà fare i conti con la dura realtà dell&#8217;immediato futuro che si riassume in una frasetta semplicissima quanto gravida di conseguenze future: il Belgio è un paese fallito. Nonostante, infatti, gli sforzi di socialisti, democristiani e liberali abbiano consentito di raggiungere un fragile compromesso, in articulo mortis, su diversi temi scottanti quali la ripartizione delle spese per il welfare statale o l&#8217;assetto del famigerato distretto BHV, l&#8217;inerzia volge ineluttabilmente in direzione di una separazione fra le due comunità. A congiurare  verso questo esito l&#8217;insofferenza ed il malessere crescente verso una struttura tarlata da troppi errori ed orrori burocratici, affrettatamente passati in cavalleria come &#8220;contributi  alla realizzazione di un autentico spirito federale&#8221;. Fatto sta che, ad un certo punto, la frustrazione maturata per il freno unitario alle velleità di sviluppo, modernizzazione, elasticità decisionale della parte più dinamica nel connubio fiammingo-vallone si è trasformata in un rigetto puro e semplice di tutta l&#8217;architettura statale. E quanto la mistica della nazione una ed indivisibile, verrebbe da dire mutuando formula di quel passato francese non certo estraneo al singolare ircocervo belga, sia in crisi lo testimoniano le prime reazioni alla nascita del gabinetto Di Rupo. Nelle Fiandre, infatti, la formazione autonomista-indipendentista, la N-VA(nuova alleanza fiamminga, erede della VolksUnie) è volato ad un incredibile 40% di potenziali consensi, eguagliando, da sola, i tre partiti formanti la coalizione. Cosa ciò significhi non dovrebbe sfuggire a Bart de Wever, il leader dei regionalisti: nonostante il fiume di retorica patriottarda che si è riversato in ogni casa, la risposta è il rigetto vieppiù amplificato. Si tratterà di vedere ora se a dare il colpo di grazia al castello dell&#8217;unione sarà il salasso fiscale in arrivo imposto dall&#8217;UE o non piuttosto il fragoroso crollo del colosso bancario-assicurativo Dexia, fino a non molto tempo fa fiore all&#8217;occhiello della finanza brussellese. Comunque sia, non serve di certo la sfera di cristallo a prevederlo, non sarà un&#8217;attesa molto lunga.</p>
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		<title>Ultima chiamata</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 23:33:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lafayette70</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2011/11/m-rajoy1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4397" title="M.Rajoy" src="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2011/11/m-rajoy1.jpg?w=106&#038;h=150" alt="" width="106" height="150" /></a>All&#8217;indomani del previsto avvicendamento alla Moncloa il dubbio legittimo tra gli osservatori delle complesse vicende politiche spagnole verte su quale dei dossiers aperti peserà maggiormente nell&#8217;agenda del neo-premier conservatore Mariano Rajoy. Sicuramente, la situazione complessiva dell&#8217;economia di Madrid è, a dir poco, catastrofica: la disoccupazione è tornata oltre il 20%, cancellando in pochi mesi una crescita che sembrava inarrestabile, il deficit veleggia oltre il 9% del pil ed anche il debito pubblico è tutt&#8217;altro che sotto controllo. Aggiungiamo la fragilità endemica del locale sistema creditizio e avremo sott&#8217;occhio le principali cause del deprezzamento vertiginoso dei titoli di stato del paese, tanto rapido che già è scattata la procedura di standby nei riguardi di un  salvataggio europeo, ammesso sia possibile, viste le dimensioni ingenti che dovrebbe avere il salvagente. Nel pieno della tempesta, quindi, il nuovo esecutivo dovrà confrontarsi con i diktat di Bruxelles che imporranno una serie di misure rigorose sullo stile greco o italiano. Si arriverebbe ad una sorta di commissariamento, forse un po&#8217; meno oneroso di quello imposto ai colleghi(latini) di sventura, Grecia, Italia ed il confinante Portogallo. Facile immaginare i brividi che passeranno per la schiena dei nuovi governanti alle prese con il proverbiale gioco del cerino e tutt&#8217;altro che entusiasti di dover subire interamente l&#8217;ondata di impopolarità in arrivo. Nulla di lontanamente paragonabile al tanto strombazzato movimento degli &#8220;indignados&#8221;, ma un&#8217;opposizione talmente radicale da minare le basi stesse dello stato unitario. Certamente non saranno i socialisti, alle prese con il risultato elettorale più catastrofico dall&#8217;avvento della democrazia parlamentare, a costituire una minaccia per il PP, nè tantomeno i loro cugini comunisti dell&#8217; Izquerda Unida, seppur reduci da una buona performance. L&#8217;attenzione di tutti, invece, sarà rivolta alla dialettica tra centro e periferia, foriera di crescenti tensioni. Proprio questa sarà la seconda sfida che Rajoy ed i suoi dovranno necessariamente superare per garantirsi non solamente una sopravvivenza politica, ma anche per passare alla storia come i salvatori dell&#8217;unità nazionale. Purtuttavia gli scricchiolii, nella compagine territoriale si avvertono sempre più distinti ed il compito potrebbe rivelarsi assai difficile. D&#8217;altronde regioni abituate ad una larga autonomia ed assai gelose del proprio retaggio identitario non accetteranno passivamente i tagli e le altre ricette draconiane imposte a Madrid dai cerberi continentali. Di sicuro non la Catalogna dove i nazionalisti di Convergencia i Uniò sono riusciti a diventare il primo partito a spese dei socialisti e gli indipendentisti storici dell&#8217;Esquerra Republicana Catalana appaiono tutt&#8217;altro che in disarmo anche se in recupero da un periodo travagliato. Come altrettanto certo sarà difficile incontrare remissività tra gli orgogliosi baschi che, a differenza dei colleghi catalani, hanno anche imboccato in passato la via senza uscita del terrorismo pur di vincere una causa giusta. Ma stavolta, fortunatamente, l&#8217;attacco è stato sferrato con altre armi meno letali,  per gli uomini, perlomeno. Le urne hanno, infatti, ingigantito l&#8217;opzione indipendentista e la coalizione Amaiur è diventata la formazione più rappresentativa della comunidad con ben 6 deputati contro i 5 moderati del Partido Nacional Vasco. Se poi passiamo a sommare i voti conquistati dai due partiti baschi arriviamo al 51%. Cosa questo significherebbe nel caso di una convergenza di intenti è facile immaginare. Per ora i primi segnali che giungono dal centro sono poco rassicuranti: nessun dialogo con gli abertzales e freddezza verso gli altri. Ma le sorti del Regno non si giocheranno unicamente sulle questioni dello statuto catalano e delle rivendicazioni basche visto che altri focolai rischiano di accendersi. Ad iniziare dalla Comunitat Valenciana che riesce a portare per la prima volta la propria voce alle Cortes e lo fa con uno dei leaders del nazionalismo locale deciso a farsi rispettare dal nuovo padrone. Nelle Asturie   Alvarez Cascos, già ras popolare, raccoglie i consensi sufficienti a far eleggere un proprio rappresentante sotto l&#8217;etichetta del Foro Asturiano: ufficialmente proclama di voler solamente difendere la specificità della sua terra d&#8217;elezione, ma gli ex colleghi di partito diffidano del personaggio.Per il resto si confermano la Coaliciòn Canaria nell&#8217;omonimo arcipelago e il Bloque Nacional Gallego in Galizia, pronti anch&#8217;essi, almeno a sentirne le prime dichiarazioni, a pungolare l&#8217;Esecutivo. Laddove la corsa al diritto di tribuna non è riuscita( Baleari, Andalusia, Cantabria), i regionalisti mantengono o accrescono la loro consistenza numerica. Gli spazi di manovra, come si vede, sono alquanto angusti ed il timoniere dovrà fare uso di tutte le risorse del proprio talento per mantenere a galla la nave. Ma la proverbiale abilità dei grandi navigatori iberici questa volta potrebbe non bastare.</p>
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		<title>Il nuovo che ci avanza</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 22:28:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La produzione di aria fritta, giova sempre ricordarlo, costituisce una delle principali attività di coloro che in questa appendice di continente decidano di consacrare la propria altrimenti fallimentare esistenza al mondo dorato e putrido della politica. L&#8217;ammaestramento inizia sin dalla giovane età ovvero dagli anni preziosi dell&#8217;apprendistato alla vita trasformato in un incubo  dal cretinismo di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lasentinelladellalaicita.wordpress.com&amp;blog=3303830&amp;post=4386&amp;subd=lasentinelladellalaicita&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2011/10/politicozze.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4387" title="politicozze" src="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2011/10/politicozze.jpg?w=150&#038;h=90" alt="" width="150" height="90" /></a>La produzione di aria fritta, giova sempre ricordarlo, costituisce una delle principali attività di coloro che in questa appendice di continente decidano di consacrare la propria altrimenti fallimentare esistenza al mondo dorato e putrido della politica. L&#8217;ammaestramento inizia sin dalla giovane età ovvero dagli anni preziosi dell&#8217;apprendistato alla vita trasformato in un incubo  dal cretinismo di un sistema gerarchizzato e burocratico. Ci siamo passati più o meno tutti, almeno gran parte di quelli che hanno avuta la ventura di frequentare una scuola superiore o un ateneo italiano dopo l&#8217;ubriacatura sessantottina. Intendiamoci: esiste una letteratura enorme e consolidata sul fatto che anche prima l&#8217;istituzione possedesse tutti i crismi dell&#8217;inutilità, ma perlomeno la pestilenza di un preteso impegno civico non aveva ancora fatto il solenne ingresso attraverso tutta quella pletora di organismi di rappresentanza democratica che han finito, come nell&#8217;ordine logico delle cose, per rappresentare unicamente le velleità dei carrieristi allevati amorevolmente dai boss di partito. Una sorta di versione moderna dei famigerati littoriali fascisti, insomma. Questi pensieri, ed altri che per decenza converrà tacere, si affacciano alla mente cercando di analizzare con un po&#8217; di lucidità gli epifenomeni ed i cascami di un regime agonizzante che riesce, tuttavia, a trascinare nell&#8217;abisso con sè un paese refrattario a qualsivoglia anticorpo liberale. Prendiamo, a mo&#8217; di esempio, lo straordinario talento esercitato dall&#8217;apparato di potere nel rinnovarsi periodicamente proponendo sedicenti riformismi e nuove confezioni nelle quali impacchettare il medesimo prodotto stantìo di sempre. Successe quasi un ventennio fa con il &#8221;grande miracolo italiano&#8221; berlusconiano, poi ripreso in tutte le salse  dal medesimo promotore, accade ora con rottamatori e nuova sinistra vendoliana. Facce diverse del prisma corporativista nazionale, maschere nude in una recita perennemente identica. Nulla più.</p>
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		<title>Nel nome della libertà-1</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 22:44:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lafayette70</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fissata oramai per il prossimo 6 gennaio, con i caucuses dell&#8217;Iowa, la partenza del grande circo delle elezioni primarie americane restano da valutare quali siano le chances di successo di quei candidati che han fatto della resistenza al colosso statale la divisa della propria campagna elettorale. E, partendo dall&#8217;ambito repubblicano, direttamente interessato a queste consultazioni che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lasentinelladellalaicita.wordpress.com&amp;blog=3303830&amp;post=4379&amp;subd=lasentinelladellalaicita&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2011/10/ron-paul-20122.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4384" title="Ron Paul 2012" src="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2011/10/ron-paul-20122.jpg?w=96&#038;h=150" alt="" width="96" height="150" /></a>Fissata oramai per il prossimo 6 gennaio, con i caucuses dell&#8217;Iowa, la partenza del grande circo delle elezioni primarie americane restano da valutare quali siano le chances di successo di quei candidati che han fatto della resistenza al colosso statale la divisa della propria campagna elettorale. E, partendo dall&#8217;ambito repubblicano, direttamente interessato a queste consultazioni che sceglieranno il candidato ufficiale da contrapporre a Barack Obama non si può, ovviamente, prescindere da Ron Paul, il congressman che per la seconda volta sfida i pesi massimi, un po&#8217; sfiatati a dirla tutta, del suo partito. Un partito assai restio, per la verità, a cambiare pelle in senso libertario prigioniero, come appare, delle sterili diatribe tra l&#8217;ala più di establishment e quella populista che ha tentato, senza riuscire del tutto nell&#8217;impresa, di mettere il cappello sul fenomeno politico per eccellenza degli ultimi anni: il Tea Party. Ebbene, l&#8217;avventura pauliana  si situa esattamente sul punto di congiunzione tra il patriottismo costituzionale dei padri fondatori, Jefferson in testa, e l&#8217;irresistibile moto dal basso nato per contestare l&#8217;inesorabile avanzata del big government sotto le diverse amministrazioni presidenziali succedutesi negli ultimi decenni. Il radicalismo delle soluzioni economiche(prima tra tutte la drastica limitazione dei superpoteri della banca federale), il noninterventismo fulcro di una politica estera lontanissima dalle istanze neoconservatrici e la difesa strenua delle libertà civili messe vieppiù in pericolo da un apparato di controllo statale più occhiuto e pervasivo di quanto lo diano ad intendere politici e grande stampa sono proprio quel propellente alla base del successo della candidatura Paul. E, guarda caso, corrisponde a quel settore in crescita, anche se non maggioritario, nella società americana che ama definirsi tout court &#8220;libertaria&#8221;. Si tratta di un segmento che, secondo l&#8217;analisi dei politologi arriva al ragguardevole valore del 15 % dell&#8217;elettorato,insufficiente, certamente, per prevalere in una contesa durissima come quella delle primarie o, a fortiori, nell&#8217;election day di novembre, ma decisivo per la vittoria o la sconfitta dei candidati maggiori. Quest&#8217; anno, inoltre, a corroborare questa sensazione contribuiscono perfino i sondaggi, tradizionalmente pilotati in favore delle figure meno scomode, che attribuiscono a Paul un consenso oscillante fra l&#8217;8 ed il 10%, praticamente il doppio di quattro anni fa quando il Dottore raccolse poco più di un milione di voti rimanendo in lizza fino alla fine come ultimo rivale di John McCain. Intimoriti da questa crescita, le penne e le lingue più vicine al potere hanno rafforzato il cordone sanitario nei confonti della mina vagante mettendo in atto tutti gli stratagemmi dell&#8217;arte mediatica: omissioni, minimizzazioni, promozioni discutibili di personaggi in cerca d&#8217;autore. Non si spiegherebbe altrimenti, ad esempio, il tentativo disperato di trovare un&#8217;alternativa fittizia al grigio Romney per coprire quella reale, Paul appunto, che potrebbe far deflagrare il GOP ( e per la legge dei vasi comunicanti, l&#8217;intero sistema bipartitico USA) innescando quella dialettica virtuosa tra antistatalisti e difensori dello status quo in grado, forse, di vivificare il barcollante edificio della democrazia americana. Comunque sia, incassato un ottimo score nel duello interno repubblicano, lo stesso Paul  potrebbe essere tentato dall&#8217;idea di presentarsi come terzo incomodo nel tradizionale showdown tra elefante ed asinello. Un&#8217; ipotesi peraltro non negata recisamente dall&#8217;interessato e con potenziali sviluppi assai più interessanti di quelli passati esemplificati da meteore come Wallace o Ross Perot. Non si tratterebbe, in questo caso, di far vincere l&#8217;uno o l&#8217;altro dei presidenziabili, ma di inserire un potente anticorpo nel sistema. Una tossina di nome libertà (continua)</p>
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		<title>La Battaglia d&#8217;Inghilterra</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 20:08:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lafayette70</dc:creator>
				<category><![CDATA[politica estera]]></category>
		<category><![CDATA[Conservatori]]></category>
		<category><![CDATA[David Cameron]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2011/10/eu-referendum-campaign.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4377" title="eu referendum campaign" src="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2011/10/eu-referendum-campaign.jpg?w=105&#038;h=150" alt="" width="105" height="150" /></a>Tempi duri per il Premier britannico David Cameron che ha dovuto fronteggiare un&#8217;aperta rivolta di parte consistente della rappresentanza conservatrice alla Camera dei comuni dove si votava su una mozione richiedente, nientemeno, la convocazione di un referendum popolare per confermare ovvero annullare l&#8217;adesione della Gran Bretagna all&#8217;Unione Europea. Un tema davvero scottante, come facilmente immaginabile, un vero e proprio nervo scoperto che ha fatto riesplodere il mai sopito conflitto tra europeisti ed euroscettici in casa tory. Ben 79 (su 305 MPs) hanno votato a favore della proposta presentata dal deputato David Nuttall. Come dire che, senza il voto determinante dell&#8217;opposizione laburista, l&#8217;Esecutivo in carica da meno di un anno e mezzo sarebbe entrato inopinatamente in crisi. Per dare l&#8217;idea del cataclisma basti ricordare che la più seria crisi euro-britannica aveva riguardato non più di 41 parlamentari che si opposero, nel 1993, alla ratifica del Trattato di Maastricht, tappa fondamentale sulla via verso il rafforzamento dell&#8217;unione federale e l&#8217;avvento della moneta unica. Da quasi un ventennio, quindi, i fautori del riavvicinamento tra l&#8217;isola ed il continente sembravano dominare la scena senza particolari patemi. Ma ora, nel bel mezzo della più grave crisi economica degli ultimi tempi, molti inglesi, una maggioranza schiacciante di quasi il 70% a dar retta ai numeri, identifica proprio nella frettolosa rincorsa all&#8217;ortodossia europeista un pericolo di prima grandezza per la stabilità del sistema britannico peraltro già periclitante. Molto impopolari appaiono, soprattutto, le spese crescenti per il mantenimento del costoso budget di Bruxelles ed il salasso alle viste per il salvataggio dei paesi impegolati sino al collo nell&#8217;incubo default. Comprensibile, quindi, che il non morire per Atene(o Lisbona) sia diventata, in pochi mesi, una parola d&#8217;ordine capace di mobilitare centinaia di migliaia di persone attorno alla campagna lanciata da un comitato ad hoc ed appoggiata da subito da diversi partiti ed organizzazioni tra cui spicca l&#8217;UKIP, oramai vera spina nel fianco della maggioranza liberal-conservatrice.Quel che sembra certo è che i  prossimi mesi si incaricheranno di chiarire se a sferrare il colpo decisivo al superstato europeo saranno le disastrate finanze dei paesi mediterranei o non piuttosto la fiera resistenza della perfida Albione</p>
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