Le spine di Pauline

Posted in politica estera with tags , , , , , , on dicembre 28, 2012 by lafayette70

Pauline MaroisLe prime mosse dell’esecutivo sovranista del Québec, provincia a maggioranza francofona della confederazione canadese, non saranno di certo annoverate nel rango dei successi epocali.

 Tornato al timone del governo locale, il Parti Québecois della Premier, Signora Pauline Marois, ha, infatti, incassato due rovesci cocenti nell’arco di poche ore riuscendo a ricompattare un’opposizione parlamentare finora litigiosa su tutto. Eppure si trattava di materie sì di una certa importanza ,ma non certo della portata esplosiva di un nuovo referendum per l’indipendenza. Su questo ultimo punto la Marois ha adottato una linea di condotta piuttosto prudente dopo le sconfitte del 1980 e quella sul filo di lana del 1995 che smorzarono alquanto la crescita apparentemente irresistibile del movimento per l’autodeterminazione iniziato sul finire degli anni ’60. Motivo di tanta flemma soprattutto il fatto che le ultime elezioni legislative si sono concluse bensì a favore del PQ, ma con un vantaggio minore del preventivato sugli acerrimi rivali liberali e, soprattutto, senza una maggioranza nell’assemblea (54  seggi conquistati di contro ad una maggioranza assoluta  di 65).

Via libera, quindi, ad iniziative più di  basso profilo che mirassero a ridare mordente allo spirito autonomistico alquanto declinante nell’ultima decade. I due provvedimenti riguardavano, nello specifico, due dei principali simboli identitari di ogni comunità nazionale che si voglia definire tale, ovvero la bandiera e la lingua.

La prima, la tradizionale croce bianca in campo azzurro attorniata dai gigli (già emblema della monarchia francese che di queste terre fu prima colonizzatrice) è stata da sempre oggetto di un singolare balletto nei palazzi di rappresentanza del Québec assieme all’omologa federale, la arcinota foglia di acero. Ebbene, ogniqualvolta i sovranisti prevalevano nel voto la prima aveva l’onore di campeggiare ovunque e la seconda veniva, per così dire, accantonata. Il contrario accadeva con i governi liberali, da sempre fautori di un federalismo unitario. Questa volta il tentativo del governo è stato frustrato, come in precedenza scritto, dal convergere del dissenso di liberali e nazionalisti moderati della CAQ (Coalizione  per il futuro del Québec) ed i due emblemi dovranno, dunque, convivere  nella medesima “red room” dell’assemblea legislativa locale  dove si riuniscono le commissioni parlamentari.

Riguardo poi alla questione della lingua, lo smacco è stato, se possibile, peggiore visto che a sconfessare l’operato della maggioranza(relativa)  ci ha pensato,nientemeno che l’Office québecois de la langue française, la speciale autorithy incaricata di vigilare su eventuali violazioni ai danni della prima lingua provinciale. I dati forniti dall’agenzia suggerivano, infatti che il numero di lavoratori ed imprenditori ad utilizzare l’idioma gallico non era in diminuzione sotto l’assedio dell’ortodossia anglofona bensì in aumento abbastanza pronunciato. Immediato e doveroso, quindi, il ritiro dell’emendamento che aveva per oggetto la modifica della legge-quadro in materia con altrettanto comprensibile scorno della Premier e degli altri notabili “pekistes”.

Nonostante la duplice batosta, la luna di miele tra Marois e l’elettorato non sembra essere tramontata del tutto.:il consenso alla separazione dalla Confederazione oscilla, è vero, attorno al 35%: troppo poco per pensare ad un terzo tentativo di consulta popolare, ma, complici le difficoltà degli avversari (anch’essi alle prese con non trascurabili problemi di immagine e pregressi scandali affaristico-finanziari) il Parti Québecois è dato dai sondaggisti oltre il risultato raggiunto lo scorso settembre e con un bottino potenziale di 70 parlamentari. Quanto basta per pensare ad un possibile, anzi probabile, ritorno alle urne già nel 2013

 

Braccio di ferro

Posted in politica estera with tags , , , , , , , , on dicembre 18, 2012 by lafayette70

CatalunyaA distanza di tre settimane dal voto per il rinnovo del parlamento catalano torniamo a dare uno sguardo a quanto accaduto nella zona politicamente più inquieta di Spagna.

 Le elezioni del 25 novembre, come noto, hanno sensibilmente mutato il quadro delle forze in campo senza che venisse però modificato l’elemento principale della dialettica in corso ovvero l’ampia maggioranza di cui gode quello che è stato per comodità definito “blocco sovranista“. Si tratta di una coalizione piuttosto eterogenea di partiti favorevoli alla consultazione referendaria per l’autodeterminazione della regione ma quantomai divisi riguardo alle politiche economiche ed alle tattiche da utilizzare per il raggiungimento dell’agognato traguardo, lo stato nazionale catalano.

Convergencia y Uniò, la formazione delPresidente Màs, scottata da un secco ridimensionamento nell’urna a tutto vantaggio della sinistra indipendentista di ERC, sta tentando di portare a termine una estenuante trattativa finalizzata alla formazione di un nuovo governo, se possibile di coalizione. Ma il problema è proprio lo scarso entusiasmo con il quale Oriol Junqueras, leader dei repubblicani, vede un possibile impegno organico di governo; più facile un appoggio esterno ai nazionalisti con però una data certa per la consulta popolare e una modifica sostanziale alla politica di austerity sin qui seguita dalla Generalitat. Comunque sia è assai probabile che si giunga sino al termine ultimo consentito dalla legge prima del voto di investitura del nuovo presidente, ovverosia la prima settimana  del nuovo anno. Dopo di allora, giocoforza, sapremo se a nascere sarà un esecutivo senza maggioranza e dalla vita presumibilmente assai breve quanto stentata o, per contro, uno determinato a portare a termine il mandato conferito dalla “Diada” e dal consenso popolare  nel più breve tempo possibile.

 Già, perchè contrariamente a quanto la vulgata, soprattutto italiana, è andata raccontando sulla questione un’ipotesi non da scartare è che il processo indipendentista in corso possa subire un’accelerazione più che una crisi irreversibile. Se esiste un nemico temibile per i fautori dell’ Estado propio esso andrebbe individuato, piuttosto, nei reciproci calcoli politici dei due principali attori in campo ed anche, beninteso, degli altri importanti comprimari: Màs ed i suoi più stretti collaboratori temono che fissare da ora il giorno fatidico possa rivelarsi un formidabile propellente per le velleità egemoniche di ERC. I repubblicani, dal canto loro, paventano il peso oneroso di un difficile compromesso.

 Dicevamo degli altri: i difensori dell’unità rimangono a guardare consapevoli di rappresentare una minoranza e , nel contempo, attenti a non urtare la suscettibilità degli indipendentisti. A complicare ulteriormante una posizione già difficile è , infatti, giunta l’improvvida tegola della politica linguistica del Ministro spagnolo Wert, deciso a diminuire decisamente l’influenza della lingua catalana nelle scuole locali. Una iniziativa invisa alla stragrande parte dell’opinione pubblica anche di quella di sentimenti filo-spagnoli, tant’è che la stessa Pasionaria dei popolari catalani Alicia Sanchèz Camacho è stata costretta a smarcarsi.

I socialisti, dei quali si era parlato come di possibili interlocutori sono alle prese con un duplice assillo: da una parte il vertice nazionale del partito ha deciso di patrocinare la causa della nazione(spagnola) una ed indivisibile, dall’altra una serie di indagini giudiziarie ha colpito una parte importante della nomenclatura di Barcellona. Sono, infatti,  finiti sotto inchiesta per tangenti ed abusi vari il responsabile catalano dell’organizzazione e tre sindaci di altrettante cittadine vicine alla capitale.

 Non si rassegna allo stallo invece l’Assemblea Nazionale Catalana. l’organizzazione federale dell’indipendentismo militante che ha promesso, in caso di mancato sblocco del confronto fra Màs e l’ERC, di riprendere su larga scala la propria mobilitazione in favore del referendum.Anche con iniziative clamorose di disobbedienza civile.

Delirio e disgusto a Bucarest

Posted in politica estera with tags , , , , on dicembre 12, 2012 by lafayette70

Victor PontaBruxelles. abbiamo un problema!”, verrebbe da scrivere al commentatore a proposito del voto legislativo svoltosi questa passata domenica in Romania. Perchè, da quelle parti(il sud-est del continente), il problema per la periclitante unione europea  (e forse persino per la NATO) c’è davvero: alla tempesta greca sempre più ingovernabile, nonostante i tecnici e non avvicendatisi al comando delle operazioni, si è aggiunto, infatti, il marasma assoluto che ha investito in pieno Bucarest.

 Il precipitare della crisi, per la verità, data già da qualche mese, da quando la “strana opposizione” riunificata formata da socialdemocratici, conservatori e nazional-liberali era riuscita a rovesciare la maggioranza parlamentare del Presidente in carica Traian Basescu, un politico populista convertitosi per necessità ( o per altro che non ci è noto) all’ortodossia rigorista made in troika. Da allora, pur fallendo l’obiettivo di scacciare per via referendaria lo stesso  Capo dello Stato, i 4 partiti di opposizione sono riusciti a ridurlo all’impotenza varando tutta una serie di provvedimenti che hanno suscitato inquietudine in occidente. Basti, a  mo’ di esempio, citare la riforma che subordina la Corte Costituzionale locale al Parlamento con le ovvie ripercussioni sulla trasparenza democratica che si possono immaginare.

Il verdetto dell’urna ha, se possibile, complicato ulteriormente il quadro: l’Unione Social-liberale, il cartello formato dai partiti socialdemocratico, liberal-nazionale, conservatore e dall’ Unione Democratica per il Progresso della Romania, ha sbaragliato la derelitta coalizione presidenziale con uno score umiliante: 58% contro 16 o poco più.Tradotto in seggi 173 a 56.Quanto basta, con l’aiuto di un partitino minore, ad imporre ulteriori modifiche costituzionali con buona pace dell’anatra zoppa Basescu il cui mandato dovrebbe scadere alla fine del 2014.

Il programma dei vincitori è per la verità un faticoso compromesso tra istanze piuttosto differenti: si potrebbe riassumere nello slogan :”meno tasse e meno tagli alla spesa” . Come queste parole d’ordine possano efficacemente contrastare lo stato comatoso dei conti e dell’economia romena è tutto da dimostrare. L’ipoteca esterna è, infatti, più che mai attuale; ai 20 miliardi di euro prestati dal FMI nel 2009 si è, infatti, aggiunto un ulteriore accordo del valore di 4 miliardi da rinegoziare a breve. Quasi un preludio ad un futuro possibile salvataggio internazionale, insomma. Per ora, le prime dichiarazioni post-voto del neo Premier(peraltro riconfermato) Victor Ponta sono apparse concilianti: rispetteremo gli impegni assunti con l’Europa. Almeno fino a quando le piazze in subbuglio lo consentiranno, è lecito aggiungere. Non si tratta di una iperbole: potreste davvero commentare diversamente un’elezione nella quale solamente il 42% dei cittadini si è recato ai seggi?

Voto tra le rovine

Posted in Politica interna on giugno 12, 2012 by lafayette70

Arriva anche in Sardegna l’onda lunga del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Già ne ho fatto ampio cenno nell’articolo di presentazione del test elettorale svoltosi tra domenica e lunedì nell’isola. Grande clamore per la comparsata del comico, come suo solito piuttosto carico nei toni ed ammiccante al crescente sentimento sovranista locale. Mancava, dunque, solo la sanzione numerica ad un successo annunciato. E successo è stato ,anche se non nelle proporzioni raggiunte in alcune regioni del nord Italia, segnatamente Emilia-Romagna e Veneto, il mese scorso. I grillini fanno il proprio ingresso nei consigli comunali di Alghero e Quartucciu, in provincia di Cagliari. Nel primo centro, dove andranno al ballottaggio i candidati di centro-destra e centro-destra separati da un distacco risicato, l’aspirante Sindaco Giorgia di Stefano conquista poco meno del 10% dei consensi risultando eletta e determinante nello scontro che si consumerà da qui a due settimane. A Quartucciu la percentuale del Cinque Stelle cresce per arrivare attorno al 15%, sufficiente  per garantire  anche in questo caso una poltrona nell’assise del posto. Vedremo quali saranno le proposte che verranno messe in cantiere per rispondere ad una crisi drammatica del tessuto sociale palesatasi negli ultimi mesi e giunta al punto di non ritorno. Ad Oristano, capoluogo di provincia e centro più rappresentativo al voto, il PDL , diviso tra due cavalli incassa una sonora bocciatura e, a disputarsi la fascia di primo cittadino saranno il democratico Tendas ed il centrista Uras. Altrove, il partito di Alfano e del Governatore sardo Ugo Cappellacci regge meglio.Magrissima consolazione dopo il tracollo nazionale di maggio nel voto amministrativo continentale. Ad uscire bene dalla competizione è sicuramente l’UDC che conquista  10 dei 64 sindaci in ballo compresa la riconferma a Selargius in alleanza con il centro-destra. Gli indipendentisti, dal canto loro, schieravano un candidato ad Oristano, Pierluigi Annis che capeggiava una lista dal nome Aristanis Noa: risultato discreto con il 4 e passa per cento al candidato e quasi il 3 alla lista, ma niente eletto. Chissà, non tutti i mali vengono per nuocere, forse, visto lo scarso successo della strategia “entrista”. Un eccesso di cinismo, da parte di chi scrive? Probabile, ma ripensando alla bocciatura del referendum consultivo di Doddore Meloni da parte dell’assemblea regionale qualche dubbio ammetterete che nasca legittimo. Ma visto che si è presentata l’occasione di citare questo sommo aeropago della democrazia sarda, quali saranno le ricadute del voto sull’attività amministrativa che pare voler proseguire ad oltranza nonostante lo sfascio acclarato? Per ora  tempesta perfetta in un bicchiere di plastica e poco più. Il Partito Sardo d’Azione, in maggioranza ma convertitosi di recente ad un indipendentismo “gradualista” minaccia l’uscita dalla giunta per la gestione dell’affare nomine agli enti pubblici che definire scandalosa sarebbe un complimento. Anche se accadesse Cappellacci potrebbe continuare a sedere al timone sia pure con solamente due seggi in più delle opposizioni. Tempi ancor più cupi si annunciano , insomma, per la terra dei quattro mori. Certo che se l’alternativa a questo astuto proconsole berlusconiano si chiama Renato Soru, allora sì che è davvero il caso di farsi due conti in tasca e scegliere la strada più impervia, ma l’unica con qualche speranza di riuscita: la navigazione in mare aperto…

Padri e Figli

Posted in politica estera with tags , , , , , , on aprile 14, 2012 by lafayette70

Potrà un partito tutto sommato moderato ed impregnato di un nazionalismo liberale e cristiano-umanista come il catalano Convergencia i Uniò riuscire ad arrivare dove ha fallito la sinistra repubblicana dell’ERC per anni al governo assieme ai socialisti locali? La meta cui alludo e che in tanti nella comunidad autonomica de Catalunya vorrebbero raggiungere è, naturalmente, la piena sovranità della regione o, il che è dire lo stesso, l’indipendenza formale e sostanziale dal Regno di Spagna. I segnali che fanno propendere per un precipitare verso questo esito si vanno moltiplicando ad un ritmo assai serrato negli ultimi tempi. Dai referenda consultivi in numerose municipalità alle variopinte “carovane della libertà” che attraversano il paese a guisa di caroselli giubilanti per gli innumerevoli trofei del Barcellona è tutto un fiorire di iniziative all’insegna di una speranza che è ormai convinzione comune possa tramutarsi presto in realtà. Ad aggiungere propellente alla corsa verso l’obiettivo si inserisce in questo contesto febbrile l’elezione a Segretario dellla componente maggioritaria di CiU, la Convergencia Democratica de Catalunya, di Oriol Pujol, figlio del padre nobile dell’autonomismo català, quel Jordi Pujol primo presidente regionale dal 1980 al 2003 e che mai fece mistero del sogno di una vita di impegno politico. Ovviamente, visto che l’ideale si trova a coabitare su questo pianeta con l’urgenza della realtà quotidiana, l’anelito di far sentire la propria voce nel consesso delle libere nazioni non andò mai disgiunto, nei lunghi anni di governo, con un pragmatismo che spinse Pujol padre a cercare compromessi con la politica nazionale, in specie con i popolari, pur di  avanzare passo dopo passo nella giusta direzione. Talvolta questo atteggiamento alieno alla spettacolarizzazione ed agli eccessi retorici di altri movimenti “di liberazione” è stato bollato con poca generosità come attendista se non come addirittura complice delle elites madriliste. Eppure quanto dell’attuale euforia da primavera dei popoli che con i suoi effluvii percorre le ramblas della capitale, a dispetto del grave momento dell’economia che anche da queste parti si avverte in tutta la sua virulenza, è merito del vecchio patriarca che dopo aver abbandonato il timone ai suoi successori continua, purtuttavia a vigilare sul processo in corso? Sicuramente la maturazione di una coscienza finalmente scevra da tabù e feticci identitari che per decenni hanno ostacolato, ad esempio, il cammino verso l’autodeterminazione delle non lontane province basche. Ora, come accennato, è giunta forse l’ora che la crisalide spicchi il volo come farfalla. Difficile sapere se toccherà al neo-Presidente catalano Arthur Màs o al giovane Pujol, buon conoscitore di Saint-Exupery, impersonare il ruolo del piccolo principe. La certezza è che gli alleati di governo popolari (che garantiscono, almeno sul bilancio, il proprio appoggio esterno all’esecutivo nazionalista) hanno da subito iniziato un fuoco di sbarramento minacciando la fine del compromesso ed il ricorso anticipato alle urne. Cosa che di questi tempi rischia davvero di essere un’arma spuntata nelle mani di un Primo Ministro e di un partito la cui luna di miele con l’elettorato spagnolo ed anche catalano sembra essere stata prematuramente archiviata.

Publicato su L’Indipendenza:  http://www.lindipendenza.com/catalunya-un-altro-pujol-impegnato-per-lindipendenza/

L’ ombra del Bounty

Posted in politica estera with tags , , , , , , , on marzo 31, 2012 by lafayette70

Nemmeno la lontana parentela con il terribile Ammiraglio William Bligh, immortalato da innumerevoli pellicole cinematografiche come comandante del “Bounty”, ha giovato alla grintosa discendente che da 5 anni occupava la più prosaica, ma di certo non meno prestigiosa carica di Governatrice del Queensland, stato fino a pochi anni fa tra i più prosperi della Federazione Australiana. E così, nonostante il fiero cipiglio con il quale Anna Bligh, numero uno del Partito Laburista (ALP), ha affrontato una difficilissima campagna elettorale tentando di invertire la marea soverchiante del voto liberal-nazionale, il risultato delle urne ha rispettato le più catastrofiche previsioni dei sondaggisti. Saranno, infatti, solamente in 7, dei 51 della vigilia, i deputati della sinistra che siederanno di nuovo tra gli scranni del parlamentino di Brisbane. Gli altri, compresi il vice-Premier Fraser e 8 ministri dell’Esecutivo in carica sono andati incontro ad una disfatta di dimensioni storiche nll’intera letteratura politica del paese. Il trionfatore della giornata è ,senza alcun dubbio, l’ex Sindaco del capoluogo provinciale, Campbell Newman, che disporrà di ben 77 postazioni sulle 89 disponibili, una maggioranza mai vista in alcuna assemblea nazionale o locale. E pensare che fino al laborioso ingresso di Newman nella corsa i giochi sembravano davvero aperti nonostante i gravi errori commessi dalla defending champion!  Lo scioglimento anticipato dell’Assemblea con il sapore agre dell’opportunismo ha nuociuto in maniera palese sulle possibilità della Bligh, ma a cancellare le speranze residue di rielezione ci ha pensato la tattica scriteriata adottata dai suoi consiglieri convinti che la character assassination potesse alla fine pagare. Così non è stato ed i numeri ne sono eloquentissima testimonianza. A contribuire ulteriormente allo tsunami, non fosse bastato quanto sopra, ci si è messo anche il Governo federale della Signora Gillard, uno dei più impopolari di sempre e candidato a sua volta a sicura mattanza elettorale nella prossima tornata prevista per l’estate 2013. La sciagurata carbon-tax, in uno stato come il Queensland nel quale il comparto minerario ha ricoperto un ruolo di primo piano nel boom economico delle scorse decadi, sembra aver convinto perfino i  più ben disposti verso il Labor a cambiare cavallo. In poco più di 18 mesi un capitale di credibilità acquisito sul campo con l’attenta amministrazione del bilancio, frutto di privatizzazioni inusitate per un governo leftist, è stato così interamente dilapidato. Né ha lasciato tracce il ricordo dell’ ottima prova fornita durante la drammatica emergenza alluvionale dell’inverno scorso. Ad usufruire, seppure in misura molto minore e, forse sotto le aspettative, della debacle laburista va ricordato il neonato Partito Australiano di Bob Katter, parlamentare nazionale fuoriuscito dalla coalizione Liberal-National, che ha tentato di recuperare una quota di elettori rurali affezionati a politiche di protezionismo e conservatorismo sociale. I due seggi raccolti in questa circostanza consentono al fresco leader di nutrire ancora qualche velleità per il campo da gioco principale. Quanto al Queensland, ora al nuovo timoniere spetta il compito non facile di assecondare una difficile ripartenza dell’economia di questo sterminato territorio (4 volte l’Italia con una popolazione di 4 milioni di abitanti). In caso non riuscisse nell’impresa lo spettro del Comandante Bligh non mancherà di palesare la propria insoddisfazione. A volte le leggende di mare hanno l’inopinata attitudine  a tramutarsi in realtà

Pubblicato su The Right Nation  http://www.rightnation.it/2012/3/25/queensland.aspx

e Scenari politici http://www.scenaripolitici.com/2012/03/australia-elezioni-legislative.html

Un avamposto del progresso

Posted in politica estera with tags , , , , , on marzo 28, 2012 by lafayette70

Con i suoi quasi 10 milioni di soggiorni turistici annuali ed il livello di eccellenza riconosciuto a 2 suoi atenei per il contributo offerto nello studio del rapporto tra paesaggio ed antropizzazione responsabile, l’arcipelago vulcanico delle Canarie costituisce quasi un’eccezione nel panorama in chiaroscuro delle regioni europee, tutte più o meno alle prese con un difficile momento economico e sociale. Sarà perchè nè la cosiddetta primavera araba nè tantomeno la crisi dell’eurozona hanno influito più di tanto sulla crescita dei flussi vacanzieri provenienti da ogni parte del mondo e non solo dal continente più prossimo (culturalmente, se non geograficamente, distando le Canarie poche centinaia di miglia dalle coste africane). Sarà , soprattutto, per la durata di quel felice esperimento conosciuto con l’acronimo ZEC (Zona Economica Canaria), uno status privilegiato che consente a chi è dotato di un minimo di spirito imprenditoriale di poter intraprendere una sua attività in loco pagando un’ imposta di società pari ad un inusitato 4% senza, oltretutto, incorrere nei rigori di un’imposizione sul reddito, la proprietà e perfino i consumi assai inferiori agli standards per altri purtroppo abituali. Peraltro questa franchigia che a prima vista potrebbe apparire una forma di benevolenza è, a ben guardare, solo il giusto riconoscimento di un’antica vocazione commerciale che aveva fatto di questo fazzoletto di terra in pieno Oceano Atlantico uno dei gioielli più fulgidi della corona imperiale spagnola. Almeno fino a quando le relazioni con la madrepatria furono improntate allo spirito di unione tra liberi più che alla consueta dialettica similcoloniale propria di tutti gli imperi. Riconquistata la propria autonomia con il ritorno alla democrazia susseguente alla morte del Caudillo Francisco Franco, gli abitanti di Tenerife e della Palma si sono rimessi di buzzo buono ad ingegnarsi per recuperare l’antico splendore. Nè si può dire che non ci siano riusciti: un numero basti su tutti: il PIL pro capite ammonta (dati del 2009) ad oltre 21000 dollari annui, meglio di una regione come le Marche e appena sotto a quello del Friuli. Anni luce avanti ai dati sconfortanti di Andalusìa o Extremadura, tanto per restare in ambito ispanico. La politica di salutare negligenza messa in atto, una tantum,dalle autorità continentali (spagnole ed europee), ha consentito a questo piccolo miracolo di prosperare disinnescando, nel contempo, un particolarismo assai condiviso tra la popolazione. Le Canarie vivono, infatti, in maniera molto sentita il senso di appartenenza alla propria comunità: secondo un’indagine di qualche mese fa quasi la metà degli isolani si considerano cittadini della comunidad autonomica prima che spagnoli. Una percentuale a livelli di quelle catalane e basche, per intendersi. Qualora l’inerzia dovesse cambiare per le gravi ambasce del bilancio spagnolo è facile ipotizzare che le 7 navi ammiraglie della flotta canaria sarebbero le prime a mollare gli ormeggi e ad abbandonare al proprio destino il galeone in affondamento. Per ora la Coaliciòn Canaria, il cappello di partiti autonomisti e nazionalisti che governa assieme ai socialisti, si è limitata ad adottare come propria bandiera il vessillo dell’indipendenza con le sette stelle verdi incastonate nel tricolore. Ma i padroni del vapore sono avvertiti: da queste parti la navigazione in mare aperto non fa paura…

Pubblicato su L’Indipendenza: http://www.lindipendenza.com/canarias-independencia/

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