Centralismo padano

Prodigo di uscite ad effetto, come antica costumanza, la concione ferragostana di Umberto Bossi in quel di Ponte di Legno.

Esternazioni a tutto campo, quindi, e su ogni aspetto dell’attualità politica e dello scibile umano.

Ecumenico sulla crisi caucasica ha evitato,tuttavia, di ripetere l’imbarazzata scena muta del Premier e del titolare della Farnesina, timorosi di indisporre un amico potente ed ingombrante detentore della golden share sulle materie prime necessarie al funzionamento di Casa Italia.

Il Pugno duro putiniano poco si concilia,evidentemente, con l’appello leghista all’autodeterminazione del popolo padano che questa dice di voler rappresentare : vero che in questione ci sarebbe l’autonomia di Abkhazia e Sud-Ossezia da Tbilisi ; ma , è anche vero che sul problema ceceno non si può dire che l’autocrate moscovita abbia fatto gran mostra di spirito federalista.

Il Federalismo fiscale.

Perchè votare l’abolizione dell’ICI per poi affermare di volerla reintrodurre?

Lodevole il voler avvicinare i centri decisionali e di tassazione  alle  entità  territoriali di base, ma farlo con strumenti dirigisti e spirito esasperatamente protezionista non sembra un gran passo verso la tanto evocata ed auspicata riduzione dell’inefficente strapotere e prepotere centrale.

Lo si vede, ma questo Bossi non voleva nè poteva dirlo, dalla strenua opposizione leghista alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali, vera mangiatoia partitocratica,e dalla difesa insensata del protezionismo agricolo-zootecnico,patrocinata dall’ Unione Europea per tramite della famigerata PAC, quella delle montagne di latte in polvere e delle truffe su vino ed olio, giusto per intenderci.

Come dire. un plauso ai fratelli irlandesi per aver respinto l’assalto del moloch europeo, ma un contemporaneo arraffare i piccoli e grandi privilegi che la nomenklatura nazionale e quella brussellese mettono a generosa disposizione.

Padroni a casa nostra? Forse sì, ma senza disdegnare i quattrini altrui…

Uno dei più grandi e lucidi teorici del diritto liberale e libertario mondiale, Bruno Leoni, metteva in guardia spesso i facili entusiasmi dei cultori delle piccole patrie con questa icastica affermazione:

“Non sempre il padrone vicino è più affidabile di quello lontano”.

E lo diceva da impietoso critico delle istituzioni politiche e giuridiche scaturite dal mito nefasto dello Stato nazionale   a sua volta germogliato dal paradigma giacobino-napoleonico  il cui fardello ci sembra, oggi, tanto oneroso da sopportare.

Una lettura da consigliare sotto l’ombrellone : il sole delle Alpi può far male davvero, alle volte…

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