Punto di non ritorno

image-sarah-palinSmaltiti,in parte,gli effetti nefasti della cocente disfatta elettorale di novembre,i repubblicani tentano di rimontare la china di una situazione che li vede soccombenti non solo dalle parti di Pennsylvania Avenue,ma anche nei due rami del Congresso e nella maggioranza dei governatorati,le vere fondamenta del potere americano.

Magra consolazione l’aver evitato la capitolazione definitiva al Senato dove è stato respinto a fatica il tentativo democratico di raggiungere la soglia fatidica dei 60 membri,sufficiente ad eliminare la possibilità di ricorrere al “filibustering” condannando all’impotenza assoluta l’opposizione.

La Situazione del GOP,secondo diversi autorevoli commentatori,ricorda quella del 1992,ma a differenza di quella contingenza,non si intravede all’orizzonte un nuovo Goldwater o Reagan capace di rianimare la demoralizzata truppa repubblicana.

Non bastasse questo, la lotta tra le varie componenti della policroma coalizione conservatrice prosegue  in sterili diatribe che hanno l’amaro gusto della recriminazione : affievolitasi l’influenza dei neoconservatori,principali paladini di una strategia offensiva nei confronti dei regimi legati al terrorismo internazionale, continuano le scorrerie della destra religiosa che tenta di conservare l’influenza acquistata nel partito grazie al contributo decisivo offerto nella riconferma di G.W.Bush nell’oramai lontano 2004.

 A mo’ di esempio,non passa giorno che la sulfurea Governatrice dell’Alaska, Sarah Palin,già candidata alla vicepresidenza a fianco dell’ex-marine John McCain,non faccia parlare di sè con qualche trovata o qualche dichiarazione controversa.

Beninteso, il clamore mediatico può essere un utile propellente nel lungo cammino verso la risurrezione politica,ma se utilizzato in maniera non corretta potrebbe condannare uno dei due pilastri della democrazia americana alla definitiva catastrofe, come accaduto in passato,seppur per motivi ben diversi, ad altri campioni del sistema bipartitico a stelle e striscie come il Federalist Party o il Partito Whig.

Proprio per il fatto che si tratta di un fattore che tende a dividere piuttosto che ad unire,in primis lo stesso Partito Repubblicano, la carta del social conservatism sembra un’arma del tutto spuntata nelle mani di chi decida di utilizzarla quando non,addirittura,una minaccia per l’equilibrio instabile del gigante statunitense: sarebbe un tragico contrappasso che il paese della libertà religiosa divenisse un campo di battaglia tra integralisti ed ultra-liberals…

Il Sentiero alternativo,certo più impervio,consisterebbe nel lasciar correre i giovani puledri scalpitanti come il Governatore della Luisiana,l’indo-statunitense Boby Jindall,anch’egli incline ad un indirizzo politico piuttosto rigorista,o il suo omologo del Minnesota(da sempre Stato liberal) Tim Pawlenty.

Figure che darebbero nuova linfa agli sconfitti consentendo loro di rispondere al piccolo capolavoro strategico costruito dallo staff di Barack Obama, capace di trasformare l’erede di una tradizione tutt’altro che recente in una speranza di cambiamento dai tratti messianici.

Insomma, una storia che si ripete sempre negli stessi termini: rinnovarsi o perire.

Vedremo se prevarrà l’istinto di autoconservazione o non,piuttosto,l’incontrollabile pulsione al cupio dissolvi…

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