Memoria corta

operazione-iraqi-freedomSino ad un anno fa,più o meno di questi giorni,le tristi sorti dell’Irak e dei suoi abitanti suscitavano l’accorata apprensione della  nutrita muta di cronisti sguinzagliati nel paese mediorientale per illustrare all’opinione pubblica internazionale le nequizie dei perfidi occupanti ed il martirio della popolazione civile, oppressa da… i propri connazionali,leggi i vari gruppi terroristici che si contendevano la palma ambita di principali  resistenti all’aggressione imperialista.

Fiumi di inchiostro misto a lacrime furono riversati per descrivere gli intollerabili abusi consumati nel carcere di Abu Ghraib,per inciso lo stesso  dove ,in un solo giorno,l’illuminato regime saddamita aveva eseguito qualche migliaio di condanne a morte con modalità non propriamente improntate a criteri umanitari.

Né valse a lenire la sacrosanta indignazione dei più il non trascurabile fatto che il fattaccio era venuto alla luce grazie alla denuncia di un alto ufficiale americano,che i responsabili degli  stessi crimini siano stati sottoposti a processo,che non sia stato divulgato un conteggio accurato delle vittime causate dai torturatori: inutile prassi formale cui sono aduse le grandi democrazie…

Più facile assimilare i liberatori dal trentennale giogo baathista ad un esercito di voraci locuste,di crudeli predoni, vuoi mettere come si stava meglio ai tempi di baffone quando il lavoro era garantito, la criminalità era stata debellata,la laicità tutelata ed assicurata la solidità dell’unità nazionale?

Che dire poi di quegli iracheni ( circa il 70% degli aventi diritto al voto che si recò alle urne per le prime elezioni democratiche del paese  in mezzo alle bombe ed ai tagliagole pagando un pesantissimo tributo di sangue) che avevano deciso di scommettere sulla possibile rinascita del proprio paese sacrificando le proprie vite indossando una divisa dell’improvvisato esercito o della raccogliticcia polizia locale? Ma via, solo dei volgari collaborazionisti, degli utili idioti al servizio del gigante affamato di petrolio…

Già il petrolio…chissà come mai le scorte di oro nero a buon mercato si sono trasformate in un boomerang per la bolletta energetica yankee dilatandone all’inverosimile il deficit commerciale e trasformando il tema dell’autosufficienza energetica nel mantra di qualsiasi politicante desideroso di farsi eleggere in qualsivoglia ufficio pubblico; e allora vai con le energie alternative, il nucleare,la trivellazione di nuovi pozzi in Alaska…

Non era forse un conflitto per il petrolio? O piuttosto l’evento bellico non aveva rotto le uova nel paniere a molti governi,tutti amanti della pace indubbiamente,che avevano lucrato sull’operazione “Oil for Food” e concluso importanti accordi con il pericolante regime saddamita?

E ancora, le armi di distruzione di massa non trovate, il casus belli.

Verissimo,nulla è stato,a tutt’oggi,reperito.

Ma il fatto che già,in passato,Il satrapo di Baghdad avesse utilizzato i micidiali reagenti chimici contro Curdi e sciiti causando decine di migliaia di vittime rendevano l’ipotesi assai possibile,non una mera invenzione propagandistica.

La Vera colpa da addebitare agli  “invasori” sarebbe da rintracciare,piuttosto,nel colpevole ritardo dell’intervento,negli anni di sopravvivenza garantiti ad un despota e,almeno fino alla fine degli anni ’80 nell’appoggio,diretto o indiretto,allo stesso in chiave di stabilizzazione anti-iraniana dell’intera regione.

Tuttalpiù si sarebbe potuto discettare dell’opportunità di frenare la rampante aggressività della teocrazia iraniana con le sue velleità nucleari piuttosto che dare il colpo di grazia all’oramai indebolito dominio del tiranno.

Di tutto ciò non si trova quasi più traccia nel rosario quotidiano sgranato dai notiziari di mezzo mondo, o quasi.

L’Eccezione lodevole è costituita da un bel pezzo apparso sull’inglese “Times” che dietro la fredda apparenza di una semplice collazione di aride cifre offre invece la concreta sensazione di quanto la situazione irachena vada evolvendo ,lentamente ma inesorabilmente,verso un deciso miglioramento.

Certo ,il numero dei caduti rimane intollerabilmente alto, ma il calo di oltre due terzi delle perdite sofferte dalla popolazione civile,dalle forze dell’ordine e da quelle della coalizione sono un evidente segnale incoraggiante sul difficile cammino della normalità e della convivenza civile.

Vi saranno altri lutti,altri momenti difficili,ma la speranza del cambiamento,parola molto di moda al giorno d’oggi,non pare più una chimera o una visionaria utopia.

Ma quando ciò si verificherà saranno gli abitanti stessi del martoriato paese tra i due fiumi, già culla della civiltà umana, ad informarne,orgogliosi,il mondo, senza bisogno di solleciti interpreti…

Il link all’articolo del “Times”:    http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/iraq/article5414490.ece

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