Proposta indecente

agostino-megaie1Tasse: primo gettito dello Stato e, ahimé, spesso viste come panacea di tutti i mali… ma sono davvero necessarie? Quando è meglio ricorrere a soluzioni alternative?
Certamente in un periodo di crisi come l’attuale la ricetta economica per un’auspicabile e celere ripresa è nota: ridurre la pressione fiscale in modo da incentivare i consumi.
Dunque l’aumento delle aliquote fiscali è per il momento altamente sconsigliabile.
A giungere controcorrente è una proposta avanzata qualche giorno fa dalla Cgil per bocca del suo segretario confederale Megale.
Si tratterebbe tuttavia di una imposizione extra (tassa di solidarietà) per i redditi superiori ai 150.000 euro annui. La motivazione apposta da Megale sarebbe quella di poter tutelare i lavoratori privi di garanzie adeguate, come i lavoratori in esubero ed i precari.
Ciò che sfugge al nostro Robin Hood, non certo noto per le sue abilità economiche, è che così facendo contribuiremmo a rafforzare le vecchie cure palliative, tralasciando l’origine del problema.
Inoltre, l’elevata pressione fiscale e lo sperpero delle risorse pubbliche spingerebbero il contribuente a dichiarare un reddito inferiore, in modo da riequilibrare le proprie entrate compensando la nuova perdita. Fenomeno tutt’altro che raro che si verifica quando l’imposizione fiscale supera un certo livello ritenuto “sostenibile”, come dimostrato dal noto economista statunitense Laffer.

Tralasciando le suddette analisi quantitative potremmo in ugual modo addentrarci in campi più astratti. In base a quale principio lo Stato effettua dei continui prelevamenti di denaro dalle buste paga, e non solo, dei propri contribuenti? La teoria che va per la maggiore riscontra tale diritto nella possibilità, offerta dallo Stato, di creare ricchezza all’interno del proprio territorio.
Il controsenso ad oggi diventato una regola fissa è che parte di tale ricchezza viene poi redistribuita alle aziende al momento del loro imminente fallimento. Parlo di quelle grandi aziende pubbliche, o semi-private, precariamente gestite ma sostenute da incentivi pubblici che, di fatto, costituiscono un elemento di concorrenza sleale nei confronti di aziende private correttamente funzionanti e, perciò, non sussidiate da alcuno.
Il sistema premiante del libero mercato è quindi stravolto.

Concludendo: invece di continuare a supportare le nostre imprese con continue flebo di ricchezza ingiustamente prelevata dalle nostre tasche, non sarebbe più sensato abbandonare le strategie di partito e predisporre finalmente un terreno adatto per un libero mercato?

Ilaria Garosi

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