Soluzioni precarie

Come si può aver torto anche quando si ha ragione?   Uno spunto per risolvere la controversa questione ci giunge, ancora una volta, dalla populistica cronaca che assiduamente imperversa sui nostri scarni quotidiani.

Il fatto può essere presentato, in via introduttiva, con un esempio: un distinto signore dalle inconfutabili ricchezze si reca quotidianamente presso la dimora di un altro signore, stavolta indebitato fino al collo e, dopo aver riscosso dazio con grandi cene lussuose, dovutegli in virtù della sua nobiltà (circa 4 miliardi annui), intima al padrone di casa: “ho a cuore i vostri servi: dovreste pagarli di più!“.

Non è, ahinoi, un postumo di un’antica sapienza popolare nata in qualche infelice feudo, ma ciò che si apprende dalle pagine dei notiziari italici: “servono un fisco più equo e ammortizzatori sociali fin qui davvero modesti”. Poco da contestare per quanto riguarda il contenuto, lo svilimento nasce quando si osserva che a reclamare tali facili applausi non è un politico qualsiasi ma il presidente della CEI, membro di quella stessa Chiesa che sul nostro territorio gode di consistenti favori, tanto da far scomodare persino l’Unione europea.

Tra estese esenzioni ICI, elargizioni a favore delle c.d. scuole paritarie, non imponibilità a fini Irap delle retribuzioni dei sacerdoti è davvero sensato continuare a trattare lo Stato italiano come un pozzo senza fondo al quale attingere senza cognizione di causa? Se è vero che in un momento di crisi lo Stato potrebbe fungere da cuscinetto per attenuare gli effetti negativi è anche inconfutabile che il nostro sistema è improntato ad un metodo di progressività affinché il più ricco supporti il più povero. Esenzioni eccezionali collocabili al di fuori di un contesto di effettiva necessità sono improponibili, così come una mera politica da Stato assistenzialista.

Parrebbe invece che a giovare alle sorti di questa triste economia fossero, a maggior ragione, delle riforme strutturali in grado di rendere le imprese italiane realmente produttive. Alleggerire il carico fiscale delle imprese è una misura necessaria ma non sufficiente. Servirebbe, al contrario, un territorio perfettamente concorrenziale in grado di spingere in alto la competitività e, dunque, anche l’effettiva consistenza delle buste paga perché, si sa, non si può pretendere un salario elevato a fronte di una scarsa produttività.Al di là delle svariate forme di cure palliative (ammortizzatori in primis o tagli al cuneo fiscale che si traducono in aumenti di 15-20 euro), il problema andrebbe risolto alla radice.

Ilaria G.

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3 Risposte to “Soluzioni precarie”

  1. … e poi per le famiglie (regolari) disagiate abbiamo anche l’accordo CEI – ABI per i prestiti (da restituire) con un congruo interesse…
    Ma la chiesa NON fa politica…

  2. Ma come si permettono?? Proprio loro dovrebbero star zitti! Loro che rubano 1 MILIARDO di EURO all’anno agli italiani (anche a quelli che non scelgono non mettendo la crocetta) con l’8 per mille!

  3. Aviva De Benedetti Says:

    Domnada legittima, ma risposta ovvia. Si, si può chiedere quando davanti hai chi ti tiene aperta la porta. A meno che non si accrediti la tesi che chi si paluda dietro una tonaca abbia una superiorità etico-morale superiore a quella degli altri organismi di potere.

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