L’Eredità

Quella  che si svolgerà il prossimo 19 gennaio in Massachusets non sarà solamente un’elezione dall’alto valore simbolico, ma anche un importante elemento per valutare il reale stato di salute dell’amministrazione Obama e della maggioranza democratica in Congresso.Gli elettori dovranno scegliere il successore di uno dei più carismatici politici statunitensi dal singolare destino: fine tattico e grandissimo oratore,infatti,Ted Kennedy non è mai riuscito a raggiungere l’obiettivo di conquistare la Casa Bianca a differenza del fratello maggiore John.Il tragico incidente di Chappaquiduick che non gli impedì  di vincere per sei volte consecutive il seggio del Bay State gli precluse ,tuttavia,la più importante magistratura americana cui pareva destinato quasi per una sorta di successione. dinastica.Raggiunto lo status di padre nobile e coscienza critica della conflittuale democrazia americana,la triste parabola finale con il male incurabile che ne ha segnato gli ultimi anni,affrontato con incredibile stoicismo, lo ha consegnato al pantheon ristretto dell’epopea nazionale,quella dei padri fondatori e dei grandi presidenti,giusto per intendersi.

Ora a contendersi il seggio vacante in un’elezione suppletiva densa di incognite saranno la sua collega di partito Martha Coackley,Procuratrice Generale dello stato e il repubblicano Scott Brown,membro del locale Senato tra i ranghi dell’opposizione.La Coackley possiede tutte le credenziali del perfetto candidato liberal e quindi vincente in una zona di radicamento tradizionale per il partito dell’asinello:brillante,infaticabile,strenua campionessa dei diritti delle donne e delle minoranze.

Per converso,l’avversario si connota per il conservatorismo non solo fiscale(riassumibile nella semplice formula:meno tasse,meno stato) ma anche sociale con un no deciso all’aborto e la difesa a spada tratta del matrimonio “naturale”(il Massachusets è uno degli stati ad aver autorizzato le unioni gay).

Parrebbe una partita chiusa in partenza.

Malauguratamente così non è ed un sondaggio ha precipitato i sostenitori dell A.G in uno stato di panico inopinato:i numeri davano ragione all’avversario con una falla preoccupante di consensi tra l’elettorato indipendente che rappresenta la metà dell’intero corpo chiamato al voto.Altre rilevazioni hanno,tuttavia,rovesciato l’infausto pronostico assegnando un vantaggio consistente all’aspirante democratica.

Ma nulla che permetta di dormire sonni tranquilli.La vera incognita,aggiunge un altro esperto, sarà l’affluenza al seggio,solitamente bassa nel caso di “special elections”: la paura dei democratici è quella di essere le principali vittime del clima di smobilitazione seguita alla sonante affermazione obamiana del 2008.

Molto congiura,quindi,a rendere tutt’altro che scontata la sfida.Tanto più che la stessa cade in un momento particolarmente delicato per i democratici che hanno dovuto incassare in pochi giorni tre importanti defezioni di amministratori uscenti in vista delle cruciali mid-term elections di novembre.

Hanno annunciato,infatti, la propria volontà di non ricandidarsi ben due Senatori ed il governatore del Colorado,stato-chiave recentemente strappato ad una decennale egemonia del GOP.

Quanto basta,insomma,per non prendere sottogamba quella che,da subito,non è apparsa come un’insignificante scampagnata e che sarà seguita con occhi attenti,c’è da scommetterci,anche dalle parti di Pennsylvania Avenue.

Piccola noticina di colore: si presenta nelle vesti di improbabile terzo incomodo un candidato con il cognome Kennedy.La furbata è opera di un certo Joe Kennedy,ovviamente nulla a che fare con l’omonima dinastia,attivista di area libertaria.Libertari che,per altro,pur appoggiando l’intrepido si sono guardati bene dall’appiccicare il brand con la statua della libertà all’impresa,forse timorosi di una figuraccia devastante per un terzo partito quanto mai bisognoso di allontanarsi dalle secche del velleitarismo.

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