Anamnesi di una vittima

Che Francesco Zanardi fosse un lottatore già si sapeva, ne sono testimoni le numerose battaglie in favore dei diritti degli omosessuali, tra le quali possiamo ricordare lo sciopero della fame volto a sollevare una discussione politica circa le unioni civili tra persone dello stesso sesso. Ma questo non basta all’attivista gay che da qualche tempo ha deciso di difendere i diritti di un’altra minoranza: le vittime della pedofilia clericale.

Si tratta di un’ennesima battaglia per la quale Francesco ha portato sulla scena tutto sé stesso, citando la propria esperienza personale e sporgendo querela contro quei preti dai quali, in passato, aveva ricevuto svariate “attenzioni speciali”. Purtroppo i due tentativi di denuncia, sporta prima dinanzi al clero e successivamente presso le autorità civili, si sono rivelati un buco nell’acqua. Tuttavia, le carte in gioco sono ancora molte, asso nella manica: porre la faccenda all’attenzione dell’opinione pubblica; unico tribunale per il quale nessuna prescrizione o direttiva imposta potrà mai insabbiare fatti gravi e illeciti come la pedofilia.

E’ proprio questo l’obiettivo che Francesco, al quale va il merito di non essersi fatto intimidire, si è posto: informare, per evitare che i rei, fino ad adesso non colpevoli (dato che nessuno di loro è stato processato), possano ancora nuocere. Del resto, come afferma il protagonista stesso della vicenda, nessuno vuole porre la pedofilia clericale al di sopra di quella ordinaria, importante è però sottolineare che, mentre i laici non vengono generalmente soggetti ad alcun tipo di copertura, un membro della Chiesa gode, invece, di una sorta di protezione, sia a livello sociale, sia a livello istituzionale.

Ponendo meccanismi truffaldini espliciti, come la Crimen sollicitationis, a parte, nella cultura generale la figura del sacerdote è strettamente legata alla visione di un “uomo al di sopra di ogni sospetto“. L’eventuale denuncia da parte di un poco più che ragazzino potrebbe, in caso, essere fatta nelle mani di un altro prete che, a sua volta, potrebbe rivelare il tutto in confessionale. Ecco che scatta però il meccanismo “auto-invalidante” per cui l’obbligo del segreto confessionale impedisce ogni ulteriore prosecuzione accusatoria, salvo che il sacerdote in questione non voglia rischiare la scomunica.

La lotta di Francesco, di cui riportiamo a seguito la testimonianza, rappresenta pertanto un tentativo di far uscire uno spiraglio che possa illuminare le coscienze di chi ha il potere di porre fine alla reitarazione di questi terribili abusi.

Diocesi di Savona, 1980: Avevo 10 anni circa, Spotorno un piccolo paese della riviera ligure, nemmeno 5000 abitanti, cominciavo con gli amici Franco e Fabrizio ad uscire soli, le nostre situazioni familiari, la mia e quella di Franco pressappoco uguali, Fabrizio invece orfano di padre.

Cominciammo, un po’ così un po’ per fare piacere alle nostre madri a frequentare la domenica la parrocchia, andavamo a servire messa, con le nostre situazioni familiari li ci sentivamo importanti, si faceva a gara per aggiudicarsi i vari servizi durante la messa ed era un’ottima scusa per distrarsi dall’ambiente familiare.

Il parroco M. all’epoca già molto anziano non conduceva molte attività parrocchiali, da li a poco andò in pensione ritirandosi.

1982. Arriva il grande giorno, a Spotorno due giovani nuovi parroci, C. e G. pieni di voglia di fare pieni di voglia di trasmettere Dio come appreso nel Vangelo. Le opere parrocchiali, di nuova costruzione e molto ampie divennero presto un punto di incontro, l’unico per i giovani della piccola e noiosa cittadina.

I primi anni furono fantastici, pieni di emozioni, C. che aveva notato il mio modo di fare molto introverso e l’importanza per me di avere un luogo sereno, dove potermi esprimere (ero agli antipodi della mia vita professionale, smontavo radio, sveglie senza mai riparare nulla) e trovare il mio spazio, che a casa non avevo. Mi diede un sottoscala, li ero solo io, non mi pareva vero.

1983. Un giorno arrivò un nuovo vice parroco, N. G. molto giovane, arrivava da Roviasca una piccola parrocchia nell’entroterra savonese (Solo anni dopo, scoprimmo che lo mandarono a Spotorno per essere controllato da C. e N. G., perche sorpreso a Valleggia mentre molestava un minore), di tanto in tanto, piccole probabili vittime di circa 14-16 anni venivano a trovarlo da Roviasca in motorino (solo per un breve periodo), ridacchiavano con noi dicendo che “toccava” ma non capivamo bene il significato di quelle frasi. Molto presto però capimmo.

Nel frattempo in parrocchia le attività erano numerose, anche fuori dalla parrocchia, proprio con lui io, Franco, Fabrizio, Andrea ,Romeo e altri andavamo alle escursioni nella casa piemontese (ricordo la prima volta che vidi in quella casa, il dormitorio, era un enorme letto di tavole poggiate su due putrelle di ferro, su due piani, il suo altare sacrificale), si mangiava, da buoni lupetti ripulivamo la cucina e si andava a dormire, si spegneva la luce e il mostro cominciava, quasi sempre uno alla volta, in questo caso ingenuamente trasportati al di sotto del piano dove si dormiva,  sentivamo il rumore e tutti sapevamo cosa accadeva, attendevamo solo il nostro turno. Continuò per anni, con vari stratagemmi e in luoghi differenti, verso i 16 anni cominciai ad allontanarmi dalla parrocchia, trovai un lavoro e interruppi gli studi a 18 presi la patente e mi allontanai definitivamente e per diversi anni dalla Chiesa, non passai momenti facili, all’età di 23 anni, mia madre si suicidò. Fu un periodo molto buio per me, non riuscii mai a parlare a C. degli abusi di quel prete, mi faceva paura anche lui (premetto che non provò mai a toccarmi), malgrado fosse stato un po’ il mio papà, la mia guida, lo chiamavo Popi, fu un grande trauma lasciare la parrocchia. Era il 1988 festeggiavo i miei 18 anni.

Malgrado i vari traumi dovuti alle violenze, con molta fatica la mia vita andava avanti, mi licenziai e cominciai a lavorare in proprio,(era il 1994) anche se inconsciamente continuavo a subire quei traumi, me ne ero praticamente dimenticato, li avevo apparentemente rimossi. Incontravo per strada il mio carnefice, senza alcun apparente sentimento di rancore, era sempre con ragazzini, dentro di me sapevo.

E’ inutile dire che la mia adolescenza era oramai distrutta e mai vissuta, il ricordo di quegli anni è molto vago. Ricordo che non avevo ancora una identità sessuale e avevo il terrore di avere rapporti, un classico quasi per tutte le vittime.

C. nel frattempo era diventato Economo, aveva anche intuito, collegando varie situazioni, il perché mi allontanai da Spotorno, non riusciva a perdonarsi il silenzio dovuto a alle direttive interne alla chiesa che così tanto danno avevano arrecato a troppi, un silenzio nel quale tutti sapevano, e che permetteva a questi mostri di continuare le loro barbarie.

Lo incontrai, erano passati tanti anni, ma gli volevo ancora bene, aveva lasciato in me un’impronta importante, lui anche, non si era mai dimenticato di me, non ci eravamo più cercati quelle violenze da parte di N. G., una montagna troppo alta per tutti e due, ancora in lui come un tempo, la voglia di coltivare la sua chiesa, malgrado le difficoltà che impone.

Eravamo contenti che le nostre strade si incrociassero ancora, mi raccontò della sua carriera ecclesiastica, io della mia. Intanto io vivevo con mio padre, non era il massimo ma cercavo di farmela andare bene, C. mi propose di andare a vivere con lui, la casa dove abitava era grande e un po’ di vita in comune con una persona che sentivo una guida mi avrebbe fatto bene. Era il 1996.

Parlammo a lungo, anche delle violenze, ma per C. non era facile, io mi chiudevo, non riuscivo ad affrontare l’argomento. Troppa la vergogna e il peso, mi sentivo in colpa. Anche in lui il senso di colpa e d’impotenza pesava come un macigno.

Nel frattempo C. mi introdusse nell’ambiente lavorativo ecclesiastico come tecnico, andavo spesso da lui in Diocesi, dal cancello vedevo un prete con abiti firmati, sempre alla moda, con auto sportive, intorno a lui dei ragazzini extracomunitari, nei suoi modi mi tornava in mente qualcosa. Scoprii presto che era un pedofilo messo a dirigere la comunità per minori in difficoltà, la comunità era situata nel Palazzo dei Canonici di Savona, stranamente, anche in questo caso nessuno si accorse mai di nulla. La comunità Migrantes di don Giorgio Barbacini, direttore anche dell’ufficio missionario diocesano fu aperta con il consenso del Vescovo nel 1996, lo stesso Vescovo fece aprire in quegli anni al già noto N. G., la comunità di Fegnino, sulle alture di Finale.”

Leggi la lettera di denuncia di Francesco Zanardi

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