Beyond social contract – Postmodernizzare la proprietà

L’ obiezione che più di tutte viene posta alla filosofia politica liberale dai pensieri ad essa avversi, riguarda senza alcun dubbio la legittimità della proprietà.

 Viene spesso contestata la sua naturalità come concetto di diritto. Usando la dialettica marxista, potremmo affermare che l’ idea naturale della proprietà è un feticcio; tra l’ altro è curioso che queste critiche vengano apportate dai seguaci di un pensiero decisamente escatologico, che sostituisce la metanarrazione della salvezza giudaico-cristiana con la rivoluzione proletaria, il messianico avvento del comunismo e la sconfitta del capitalismo, o sarebbe meglio dire Satana.

 Per dirla in termini postmoderni, l’ impianto teorico liberale a difesa della libertà può sembrare un simulacro, un idolo autoreferenziale e metafisico, di stampo religioso.

 Nella concezione postmoderna, che vede nell’ illuminismo una semplice sostituzione dell’ idea di dio con l’ idea di ragione umana, non è più lecito parlare di giusnaturalismo.

 In effetti, ricercare le verità inconoscibili sulla natura dell’ uomo occidentale attraverso un’ indagine filosofica, per quanto accurata possa essere, porterà sempre a risultati soggettivi, nonchè relativi, e quindi privi della legittimità di essere imposti alla società.

 Non a caso Hobbes e Locke avevano due visioni totalmente opposte riguardo la natura umana, e le cause della vittoria della mentalità lockiana non vanno ricercate nella maggiore veridicità delle sue tesi, in quanto quest’ ultime saranno sempre interpretabili e soggettive, ma nella sua maggiore prestanza a incarnare gli interessi e la mentalità della borghesia inglese del XVII secolo, a differenza del pensiero hobbesiano che anelava a difendere l’ ormai indifendibile, l’ ancien regime aristocratico e totalitario.

 Tuttavia un liberale si sente in diritto di considerare la proprietà come il fondamento di qualsiasi relazione sociale, e ancor di più un libertario che fonda il suo pensiero sull’ intero assioma di non aggressione della proprietà altrui, nella quale comprende anche la vita e il libero pensiero.

 Un liberale più accorto, riflessivo, che ha assorbito le analisi filosofiche postmoderne, si accorge che una proprietà che sa di metafisico, di irrazionale e inspiegabile, contraddice il senso più intimo della realtà culturale in cui viviamo.

 Non bisogna cadere nell’ errore di rifugiarsi, come appunto gli integralisti religiosi, in periodi storici considerati aurei per la mentalità libertaria, come il far west o l’ America dei padri fondatori, e cristallizarli come eternamente validi e attuali.

 La società cambia, e con lei devono modernizzarsi le opinioni, le ideologie, le fondamenta dei pensieri filosofici. In verità non ci si accorge che si ricorre alla natura per giustificare la proprietà semplicemente perchè non si saprebbe come altro farlo.

 Ma il problema, a mio avviso, non si pone: la proprietà non necessita giustificazioni, si palesa da se. Non è nemmeno necessario considerarla una pura e semplice esigenza di mercato, come afferma l’ anarchismo analitico di Luigi Corvaglia, perchè in quest’ ottica a essere divinizzato sarebbe il mercato stesso. La soluzione è molto più semplice, e si può trovare postmodernizzando gli scritti del sempre geniale Rothbard.

 Non serve più parlare di diritto di natura, di posizioni dogmatiche e che rischiano di diventare giustificazioniste; è sufficiente considerare la proprietà per quello che è: oggettivazione materiale del lavoro umano. Ovunque c’è un uso fisico o intellettuale delle capacità umane al fine di produrre qualcosa, c’è proprietà. Anche cogliere delle mele da un albero comporta un lavoro, quindi i frutti raccolti saranno di proprietà di chi ha compiuto questo lavoro. Solo la Terra è proprietà collettiva di tutti gli uomini, in quanto unici animali che sono in grado di modificarla a proprio favore, e per questo chiunque decida di lavorare un terreno è legittimo proprietario dell’ appezzamento stesso e dei frutti del suo lavoro.

 Questi banali esempi sono in realtà molto chiari e bastano a comprendere quanto sia illogico mettere in discussione il diritto di ogni uomo di tenere esclusivamente per se i frutti delle proprie fatiche. Che siano mele o monete d’ argento poco importa, sono entrambe oggettivazione di un lavoro svolto o di un servizio erogato verso terzi. Non si capisce perchè le logiche socialiste considerino ogni uomo proprietario del proprio corpo come entità inviolabile ma non dei beni prodotti usandolo. Per di più, in una società libera, è possibile istituire delle cooperative sociali di lavoratori attraverso il principio del volontarismo. E’ questa la mentalità che rende possibile accusare di sete di vendetta sociale e smanie egualitariste tutte le politiche rosse.

 Non bisogna dunque far in modo che anche il concetto liberale di proprietà diventi motivo di accusa di giustificazionismo per accentuare i soprusi sociali e le differenze tra uomini in favore dei più potenti, e gettarlo quindi in pasto alle critiche di comunisti, socialisti e quanti altri preferiscono anteporre la loro personale idea di bene comune alla libertà degli individui.

 Per fare questo bisogna smetterla di cullarsi con la giustificazione naturale della proprietà e andare alla ricerca di concetti sempre nuovi per palesarne maggiormente la sua ovvietà, come penso di aver dimostrato in precedenza con due esempi decisamente elementari.

 La verità è che tra il giustificare la proprietà per natura e il legittimarla per comandamento di dio c’è un filo sottile, e a ben guardare sono due posizioni molto più vicine di quello che possono apparire a prima vista. E si sa, in una società laica, come affermava appunto John Locke, dio e diritto devono rimanere due istituzioni separate.

Daniele Venanzi

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