Che tipo di socialista è Barack Obama?

Affermare che Barack Obama fosse un socialista divenne uno dei punti di svolta della campagna presidenziale del 2008.

 Il suo avversario John McCain pensò di sfruttare alcune frasi scambiate con un idraulico dell’Ohio come prova per questa accusa. Obama aveva detto che “quando distribuisci la ricchezza, è un bene per tutti”. Alle orecchie del candidato repubblicano, questo “assomigliava tanto al socialismo”, come le proposte di Obama che puntavano all’aumento delle tasse per chi guadagnava di più così da finanziare con il ricavato programmi rivolti alle fasce più povere della società.

 I Repubblicani credettero di aver trovato la linea vincente per combattere la retorica obamiana, ma i loro tentativi di trasformare questi concetti in voti furono imbarazzanti, quando non comici. Il Comitato Nazionale del GOP pensò di promuovere una risoluzione per chiedere che il partito democratico includesse la parola “socialista” nel suo nome, così da non ingannare più gli elettori. Alla fine non se ne fece di niente e si preferì usare un linguaggio conciliatorio nel denunciare la “marcia verso il socialismo” dei Democratici.

 A solo 14 mesi dall’inaugurazione, nel Marzo 2010, il presidente Obama è riuscito a far passare a forza la nazionalizzazione parziale della sanità americana. Questo risultato non è che stato che l’ultimo passo di un cammino che aveva visto, meno di un anno prima, il governo federale nazionalizzare, senza nemmeno chiedere il parere del Congresso, due dei tre grandi produttori di auto americani. Subito dopo, Obama aveva anche imposto dei tetti salariali agli impiegati delle banche che avevano accettato i fondi del bailout – la prima volta che vincoli federali del genere venivano imposti dopo il fallimento totale del programma inaugurato da Richard Nixon nel 1971.

 Obama, inoltre, ha nazionalizzato il mercato dei prestiti studenteschi, nascondendo questo cambiamento significativo nelle mille e più pagine della riforma sanitaria. In una conferenza stampa del Settembre 2009, il presidente aveva detto che un sistema sanitario pubblico avrebbe ridotto “parte dei costi strutturali che, nelle compagnie private, spariscono sotto forma di profitti o eccessive spese amministrative” – riducendo in questo modo l’atto di creare profitti, vera pietra angolare del capitalismo, a semplice creazione di spese superflue.

Visti tutti questi esempi e la retorica anti-capitalista del Presidente, abbiamo ogni ragione per riaprire la discussione e chiedere, molto semplicemente, che tipo di socialista sia Barack Obama.

Quando un conservatore si azzarda a suggerire, più o meno velatamente, che Obama o il suo partito siano dediti a perseguire una qualsiasi variante del socialismo, sono semplicemente presi per pazzi.

 Ad esempio, subito dopo il passaggio della riforma sanitaria, un articolo della rivista di sinistra Salon prendeva in giro i conservatori, dipingendoli come visionari convinti che gli americani stessero vivendo sotto “una dittatura bolscevica”. Quando il RNC stava discutendo della risoluzione sul cambio del nome dei democratici, l’editorialista del quotidiano U.S. News & World Report Robert Schlesiger scrisse “quello che è allo stesso tempo divertente e preoccupante è il fatto che all’interno del GOP ci siano così tanti lunatici che danno credito ad una questione tanto ridicola”. Allo stesso modo, in un’intervista del maggio 2009, il redattore di Newsweek Jon Meacham prendeva in giro quei critici del Presidente che lo dipingevano come un “socialista mascherato”.

Secondo questi fini dicitori, il socialismo è un fenomeno estremamente sofisticato, molto tecnico e storicamente limitato che non ha niente a che spartire con la politica attuale; i conservatori che associano tale termine alle politiche di Obama sono da considerarsi o degli sprovveduti o degli agit-prop finanziati da chissà chi.

Eppure, quando sono i sinistrorsi a discutere del legame tra Obama e il socialismo, questa ferrea definizione di “socialismo” sembra espandersi a dismisura. Quattro mesi prima di prendere per matti i dirigenti repubblicani, Meacham aveva scritto il pezzo di copertina della sua rivista “Siamo tutti socialisti” insieme ad Evan Thomas, nipote di Norman Thomas, candidato per sei volte alla presidenza degli Stati Uniti dal Partito Socialista. In quel pezzo Meacham e Thomas affermavano che la costante crescita del peso del governo federale stava rendendo gli Stati Uniti sempre più simili ad un qualsiasi paese europeo (quindi socialista).

 Negli stessi giorni, una serie di scrittori di sinistra, guidati da E.J. Dionne e Harold Meyerson del Washington Post, accarezzavano compiaciuti l’idea che il nuovo presidente stesse facendo nascere una nuova era caratterizzata da una “democrazia sociale”. Il blogger/attivista di sinistra Matthew Yglesias, riprendendo la famosa frase di Rahm Emanuel “una crisi è troppo preziosa per non sfruttarla a dovere”, scrisse in toni entusiasti di come la crisi di Wall Street offrisse una “concreta possibilità” per imporre “massicce dosi di socialismo”.

 In un saggio pubblicato da Foreign Policy nell’aprile 2009, John Judis riportò una sua previsione fatta a metà degli anni ’90, definendola, non senza un pizzico di falsa modestia, “lungimirante”: in un simposio tenuto sulla rivista American Enterprise, aveva scritto che “non appena si sarà spenta l’eco sordida del comunismo Sovietico e si sarà affievolita l’isteria anti-statalista, i politici e gli intellettuali delle nuove generazioni torneranno a pescare apertamente nella tradizione socialista”.

 Nel suo pezzo su Foreign Policy, Judis scrisse che l’era di Obama gli darà finalmente ragione: “il socialismo, che una volta era escluso da ogni conversazione dotta, è tornato di gran moda”. Per Judis, il socialismo nascente non era certo la variante totalitaria che un tempo associavamo con l’Unione Sovietica o con Cuba ma quello “delle nazioni scandinave, di Austria, Belgio, Canada, Francia, Germania e Olanda, tutte nazioni le cui economie sono state modellate sotto la spinta del socialismo”. Questo è un altro tipo di socialismo, che lui definisce “socialismo liberale”, un’ideologia politica che ha “molto da offrire agli Stati Uniti”.

Queste idee furono ulteriormente rafforzate da un sondaggio dell’aprile 2009 condotto da Rasmussen, secondo il quale solo il 53% degli americani adulti credeva che il capitalismo fosse un sistema migliore del socialismo. Il restante 47 per cento si divideva tra un 20% che preferiva il socialismo e un ampio 27 per cento di incerti. Allargando il campo di indagine agli under 30, i risultati erano ancora più equilibrati: 37 per cento a favore del capitalismo, 33 per cento per il socialismo e 30 per cento di indecisi. Yglesias commenta i dati scrivendo che “questo non fa altro che provare quanto il marchio “socialismo” sia fondamentalmente positivo.

L’idea che dovremmo dare priorità alla società più che al capitale o ai soldi suona maledettamente bene!”. Harold Meyerson, che si definisce socialista da sempre, ha provato ad avere sia la botte piena che la moglie ubriaca. In un editoriale pubblicato dal Washington Post il 4 marzo 2009 afferma che chiunque chiami Obama socialista non sa di cosa sta parlando: “credete ad un socialista democratico (come me ndT): il capitalismo americano del laissez-faire sta per essere soppiantato non dal socialismo ma da una forma più regolamentata e sostenibile di capitalismo. E questo non sta certo succedendo perché i boschi sono pieni di socialisti mascherati che solo ora stanno venendo allo scoperto”.

 Appena letti i risultati del sondaggio Rasmussen, Meyerson ha cambiato registro. In un’editoriale titolato “Rush (Limbaugh ndT) costruisce una rivoluzione”, afferma che i tentativi dei conservatori di demonizzare Obama dandogli del socialista si sono rivelati controproducenti e stavano spingendo gli americani, in particolare i giovani, ad appropriarsi di quell’etichetta. “Rush ed i suoi compari stanno realizzando quel sogno che Gene Debs e i suoi compagni non poterono mai nemmeno sfiorare. Insieme a Wall Street, stanno costruendo il socialismo in America”.

 Anche se il capitalismo “più regolato e sostenibile” aveva distinto l’Obamismo dal socialismo, ora definiva il socialismo obamiano: “oggi i partiti socialisti e socialdemocratici del mondo cercano di raggiungere un capitalismo più soclaie, con controlli statali più stringenti sul capitale, più potere ai sindacati e un settore pubblico più esteso in grado di fare quello che il privato non può fare (come garantire l’accesso universale alla sanità)”. Se i sostenitori del programma del presidente Obama lo chiamano tranquillamente socialista, non si capisce perché non possano farlo anche i critici.

Ma è oggettivamente corretto definire l’agenda di Obama “socialista”? Dipende da cosa si intende per socialismo. Il termine è stato associato a talmente tante cose ed è stato usato per descrivere approcci politici ed economici tanto diversi che l’unico significato capace di avere un minimo di credibilità è quello che descrive il socialismo come un sistema statalista proattivo che cerca di raggiungere un’ampia definizione di “uguaglianza”, solitamente attraverso misure redistributive che tendono a favorire un approccio intrusivo e dirigista nelle meccaniche del settore privato. I più maliziosi potrebbero aggiungere un altro elemento a questa formula: un’ambivalenza per la democrazia, al limite dell’antipatia, quando questa diventi un ostacolo sulla strada del progresso sociale. Applicando questo schema interpretativo a braccio, la risposta è certamente positiva; l’agenda di Obama si può definire come socialista.

 L’amministrazione Obama può non aver programmato la nazionalizzazione dell’industria automobilistica o l’imposizione di misure di controllo sui manager di Wall Street, ma, quando ne ha avuto la possibilità, non ha esitato un solo istante. Obama invece ha meticolosamente programmato una enorme ristrutturazione di un sesto dell’economia americana attraverso strumenti tanto legali quanto impopolari e si sta preparando a portare a termine proprio questo compito. Obama si è più volte definito come un membro di quella tradizione intellettuale progressista che risale a Theodore Roosevelt e si è poi evoluta nella figura di Franklin Delano Roosevelt. A parte poche eccezioni, l’agenda politica progressista si è sempre basata su riforme graduali piuttosto che radicali sterzate massimaliste – ma comunque si trattava di riforme che allargavano le dimensioni, gli obiettivi ed i poteri dello stato centrale. Quest’approccio ha numerosi vantaggi: prima di tutto è più realistico dal punto di vista tattico. Concentrando l’attenzione sulle riforme più che sul concetto di rivoluzione, i progressisti possono attrarre sia i militanti ideologizzati della sinistra sia i moderati, sedotti dalla loro stessa retorica che descrive le virtù di qualsiasi riforma come un fine in sé stesso. Allo stesso tempo, gli ideologi più scafati della sinistra capiscono che la riforma non è che un cavallo di Troia. In un momento particolarmente caldo del dibattito sulla riforma della sanità, il Deputato Barney Frank confessò di fronte alle telecamere che vedeva la “public option”, un programma apparentemente limitato che avrebbe messo il governo federale sullo stesso piano delle assicurazioni private, come una tappa intermedia sul cammino verso un sistema single payer dove lo stato federale è l’unico fornitore di servizi medici.

 Nel suo discorso ad entrambe le camere del Congresso del settembre 2009, il presidente Obama ha ripetuto più volte “non sono il primo presidente che si occupa di questa questione, ma sono deciso ad essere l’ultimo che l’affronterà”. Sei mesi dopo, quando ha strappato la riforma della sanità che voleva, ha invece detto che questo era solo il primo, sebbene critico, passo per la riforma del sistema.

 Arthur Schlesinger Jr è stato uno dei pochi moderati che allo stesso tempo capiva questo metodo e lo supportava: nel 1947 scrisse che “non sembra esserci nessun ostacolo insormontabile all’avanzata graduale del socialismo negli Stati Uniti, realizzato a forza di nuovi New Deal”. Questa prospettiva turbava profondamente il grande economista e filosofo della libertà personale Friedrich von Hayek. L’America o le democrazie occidentali non avrebbero mai volontariamente abbracciato il sistema sovietico, che definiva “socialismo caldo”. Eppure nella prefazione dell’edizione del 1956 del suo capolavoro “La via verso la schiavitù” dice che “nonostante il socialismo “caldo” non abbia probabilmente un futuro, alcune delle sue idee sono penetrate troppo a fondo nella struttura del pensiero contemporaneo per pensare di abbassare la guardia.

 Se in Occidente solo pochi gruppuscoli sognano ancora di rifare la società da zero secondo un programma ideale, parecchi continuano a credere in riforme che, sebbene non progettate specificamente per ridisegnare l’economia, aggiunte l’una all’altra possano produrre tale obiettivo”. Questo socialismo “non-caldo” che von Hayek stava descrivendo va sotto il nome di social democrazia, anche se alle nostre latitudini si incarna in una versione americanizzata del fabianesimo, la variante tardo Vittoriana del socialismo britannico.

 Nel 1887 Sidney Webb, leader inglese dei fabiani, disse che “non ci sarà mai un momento nel quale potremo dire ‘ecco, ora abbiamo fatto il socialismo’”. Il difetto fondamentale del fabianesimo, nonché la ragione che gli impedì di diventare un movimento di massa nella sinistra mondiale, è che nessun approccio incrementale potrà saziare chi sogna la rivoluzione. La sua principale virtù politica è che, visto che il socialismo è sempre al di là dal venire e mai realizzato in forma compiuta, non gli si può imputare il fallimento delle politiche stataliste che ha sempre promulgato. Come la cura è sempre un ulteriore aumento delle politiche socialista, la malattia è sempre la stessa: il capitalismo liberista.

Per questa ragione gli otto anni di George Walker Bush sono costantemente descritti dai democratici come un periodo di capitalismo selvaggio e “fondamentalismo liberista” nonostante le dimensioni e le responsabilità dell’amministrazione federale siano aumentate in maniera vertiginosa, le tasse sulle imprese siano rimaste alte e Wall Street sia stata sottoposta a nuove misure di regolamentazione.

All’inizio del ventesimo secolo, Webb scrisse la Clausola 4 della costituzione del partito laburista britannico, che definiva l’obiettivo finale dell’azione del partito in questi termini: “assicurare ai lavoratori manuali e di concetto la totalità del frutto del proprio lavoro e raggiungere la distribuzione più equa di questa ricchezza tenendo conto della proprietà comune dei mezzi di produzione, distribuzione e scambio, nonché il miglior sistema possibile di controllo ed amministrazione popolare di ogni industria o servizio”. La Clausola 4 divenne il “testo sacro” dei laburisti inglesi, com’ebbe a dire Joshua Muravchik nella sua fondamentale storia del socialismo Heaven on Earth: the rise and fall of Socialism. Per il primo ministro Harold Wilson, modificare la Clausola 4 sarebbe stato come rimuovere il Libro della Genesi dalla Sacra Bibbia.

 Eppure, alla fine degli anni ’90, un leader del movimento cristiano sociale britannico, Tony Blair, riuscì a far approvare una nuova versione del testo sacro. La nuova versione suona più o meno così: “Il Partito Laburista è un partito socialdemocratico. Crediamo che attraverso l’azione collettiva si riesca ad ottenere risultati migliori che con l’azione dell’individuo, in modo da creare per ognuno la possibilità di realizzare appieno il suo potenziale e per la comunità intera un sistema nel quale il potere, la ricchezza e le opportunità siano nelle mani di molti, piuttosto che concentrate in quelle di pochi”.

Questa nuova versione della Clausola 4 sollevò numerose denunce: un leader del sindacato dei minatori dichiarò che scriverla era stato come strappare i Dieci Comandamenti. Anche se proveniente da quella che era considerata la destra del partito laburista, l’ex vicesegretario Roy Hattersley denunciò Blair per aver abbandonato il “principio fondamentale della ridistribuzione della ricchezza e del potere”. Tony Blair ignorò queste proteste appassionate e dichiarò che, se rinunciava al socialismo dottrinario ed ideologico, continuava a promuovere quello che chiamava “social-ism”. I bizantinismi di Blair ci portano ad una distinzione importante.

 Il socialismo, per quanto caotico, vasto e indefinito, resta pur sempre una dottrina politica. Il “social-ism” di Blair è qualcosa di molto diverso, è un orientamento filosofico, un modo di pensare alla politica e al sistema di governo che favorisce il controllo da parte del governo ma che non considera il controllo totale di ogni aspetto della vita dei cittadini come la panacea di tutti i mali. Il “social-ism” si occupa di quella che gli attivisti definiscono “giustizia sociale”, che è sempre “progressiva” ed ugualitarista ma non necessariamente statalista. Dal punto di vista pratico, il “social-ism” parte dal presupposto che i leader politici ed i programmatori sociali, se bene intenzionati, sono abbastanza intelligenti e moralmente retti da sentirsi obbligati a “diffondere la ricchezza”, in modo da promuovere il miglioramento della società, con particolare attenzione nei confronti dei meno fortunati.

 Vedendo le cose ad un livello ben più importante, il “social-ism” è un impulso fondamentalmente religioso, un afflato utopistico teso a creare una società perfetta, finalmente libera dai compromessi della vita mortale. Questa revisione dottrinaria portata avanti da Blair ha compreso che la proprietà pubblica dei mezzi di produzione – il principio fondamentale del socialismo – non è necessaria fino a quando si riesca a costringere individui e imprese private a seguire la strada verso l’utopia.

Come ho ricordato sopra, una delle tattiche preferite dai sinistrorsi per ribattere alle accuse di socialismo screditando allo stesso tempo l’estensore dell’accusa è quella di confondere il socialismo con il Marxismo per poi argomentare (spesso correttamente) che, visto che i sinistrorsi non sono marxisti, chiunque affermi che siano socialisti o è un idiota o un ideologo di parte.

Il fatto è che il socialismo esisteva prima del Marxismo e gli è sopravvissuto, in parte perché quest’ultimo è stato sperimentato nel mondo reale per quasi un secolo con risultati spettacolarmente fallimentari.

I rivoluzionari sovietici non provarono l’incrementalismo dei Fabiani; si presero il proprio paese, fondarono il proprio impero, il proprio movimento mondiale e misero in pratica i propri piani senza la minima opposizione. Alla fine, il contributo dato dal Marxismo al socialismo dal quale era nato fu nient’altro che una spolveratina pseudo-scientifica a quella indistinta serie di impulsi e spinte emotive che animavano quelli che odiavano il nascente sistema capitalista e la classe media da esso creata.

 Dato che il Marxismo fu considerato così a lungo una seria teoria economica, fornì al socialismo quella patina empirica che gli mancava ma, in fondo, il socialismo resta la razionalizzazione di una visione fondamentalmente tribale e premoderna dell’economia. A dire il vero, il lato economico del socialismo venne aggiunto quasi per caso. La rivoluzione francese, che pur diede origine al socialismo, non aveva come obiettivo principale il riequilibrio di una distribuzione ingiusta delle risorse economiche. Muravchik scrive che “se per gli Americani il tema fondamentale nel 1776 fu la legittimità politica del governo, i Francesi nel 1789 pensavano allo status dell’individuo nella società”. La ricerca della famosa égalité era motivata essenzialmente dall’odio verso i privilegi dell’aristocrazia; per raggiungere questo scopo, i rivoluzionari in Francia si fecero campioni della proprietà privata estesa a tutti i cittadini. Anche la costituzione del 1793, quella che Muravchik definisce “l’espressione formale della fase più estrema della rivoluzione”, afferma senza tentennamenti la sacralità della proprietà privata.

Il primo ad affermare che la vera uguaglianza sarebbe stata impossibile senza l’abolizione della proprietà privata fu l’agitatore rivoluzionario Francois-Noël Babeuf: nel 1794 scrisse che la ricerca della ricchezza personale non avrebbe fatto altro che sostituire una nuova aristocrazia a quella vecchia. Per arrivare alla vera terra promessa si sarebbero dovute cancellare tutte le distinzioni di ricchezza, fossero esse ereditate o guadagnate sul campo. La “cospirazione degli Eguali” di Babeuf – antesignana dell’avanguardia del proletariato leninista – aspirava a “togliere ad ogni individuo la stessa speranza di poter diventare più ricco o più potente o più intelligente o più rispettato”. L’obiettivo, secondo il Manifesto degli Eguali, era la “scomparsa dei confini, delle siepi, delle mura, delle serrature, delle dispute, dei processi, dei furti, degli omicidi, di qualunque tipo di crimine, dei tribunali, delle prigioni, delle forche, delle multe, dell’invidia, della gelosia, dell’avidità, dell’orgoglio, dell’inganno, della duplicità, in breve di tutti i vizi”, che sarebbero stati rimpiazzati dal “grande principio di uguaglianza, espresso dalla fratellanza universale, che diventerà l’unica religione di tutti i popoli”.

 Pensatela come vi pare a proposito di un’agenda del genere, ma non mi sembra ossessionata da preoccupazioni di teoria economica. Infatti, furono ben pochi i propagandisti socialisti che si presero il disturbo di costruire una ragione empirica che giustificasse il socialismo.

La stragrande maggioranza dei politici di sinistra, quando cerca di convincere gli elettori della bontà del socialismo, si rifà inevitabilmente a concetti come “giustizia sociale”, “politiche umanitarie”, “equità” ed “uguaglianza”.

 In sintesi, il socialismo –sia esso Marxista, Fabiano, nazionalista (fascista ndT), progressista- non è che una delle tante razionalizzazioni pseudo-empiriche dei profondi impulsi psicologici alla base del “social-ism” blairiano. La motivazione più vera del socialismo non va cercata nel PIL o nelle statistiche sull’occupazione, ma nella promessa di saltare fuori dalla Storia e ritrovarsi in una società migliore nella quale tutti siamo amati e rispettati come membri della stessa famiglia. Questo spirito nel corso dei secoli ha preso diverse forme, sia benigne che profondamente malvage. Nel diciannovesimo secolo, quando si dichiarò che Dio era “morto”, prese la forma dello scientismo materialista (da qui l’osservazione del filosofo Eric Voegelin, secondo il quale nel sistema Marxista “l’avvento del nuovo regno futuro non è incarnato da Cristo Redentore ma dal motore a vapore”). Può essere utile ricordare come sia Marx che Engels arrivarono al socialismo dopo esser diventati atei, non il contrario. In America, invece, a partire dall’inizio del ventesimo secolo, il “socialismo” si manifestò principalmente sotto forma di progressivismo cristiano. In Europa, il “social-ism” diede origine a migliaia di diverse fazioni. Anche quello che forse è stato l’esperimento più riuscito e lodevole di applicazione pratica del socialismo, il movimento ebraico dei kibbutz, sarebbe difficilmente comprensibile se esaminato solo come fenomeno puramente economico. La promessa e lo scopo del “social-ism” sono quanto mai evidenti nella visione del mondo sposata dall’ambientalismo. Non è necessario un grande sforzo per capire come gran parte del movimento ambientalista non sia che un cavallo di Troia per portare avanti preconcetti e ambizioni socialiste (gli inglesi si divertono a chiamare gli ambientalisti “cocomeri”: verdi fuori, rossi dentro). Trent’anni fa, Robert Nisbet si accurse che l’ambientalismo stave per diventare la “terza grande lotta per la redenzione della società della storia occidentale, dopo il Cristianesimo e il socialismo moderno”. La società occidentale, secondo Nisbet, stava passando “dal Vangelo dell’Efficienza Capitalista al Vangelo dell’Utopia”. Non è necessario esaminare approfonditamente la pletora di libri dedicati allo studio dell’economia sostenibile o priva di emissioni di anidride carbonica per rendersi conto della bontà della predizione di Nisbet.

Obama non è un Marxista. Questa affermazione non è certo condivisa da certi commentatori che amano sottolineare quanto il presidente deva alle idee del radicale Saul Alinsky, il quale a sua volta certo non era un Marxista ma un radicale di sinistra che sosteneva il “social-ism” di Blair prima che il primo ministro inglese nascesse. Alinsky credeva che tutte le istituzioni, anzi l’intero sistema, dovesse piegarsi alle necessità dei meno fortunati in nome della giustizia sociale. Si noti come non si parli di “rompere” il sistema quanto di “piegarlo”.

Come i progressisti e qualche Marxista, Alinsky era un sostenitore del pragmatismo radicale, ovvero di usare gli strumenti che il sistema mette a disposizione per cambiare lo status quo. Questa era l’idea alla base di quello che il New York Times, in un’eccellente analisi della piattaforma di Theodore Roosevelt all’inizio della sua campagna elettorale del 1913, definì “super-socialismo”: “non è il socialismo di Marx. Gran parte degli insegnamenti di Karl Marx sono rifiutati dai socialisti moderni. Il Signor Roosevelt raggiunge lo scopo di ridistribuire la ricchezza in una maniera molto più semplice e facile: riempiendo i ricchi di tasse e legando mani e piedi la grande industria allo Stato. Questo sistema ha la semplicità del furto e buona parte della sua impudenza. I mezzi impiegati sono ammirevolmente adattati ai fini che si propone e, se un sistema del genere dovesse mai essere messo in pratica, potrebbe andare avanti all’infinito”.

La riforma della sanità del Presidente Obama è un esempio purissimo di questo approccio. Da molto tempo si sa che Obama preferirebbe un sistema single-payer se lo potesse progettare da zero; ma visto che si deve lavorare entro i ristretti confini imposti dal sistema attuale, ha preferito darci l’ObamaCare.

Tale riforma, appena approvata, da cura di tutti i mali si trasforma in un “primo passo molto importante”, che usa le compagnie di assicurazioni come entità parastatali incaricate di fornire un servizio che il governo ha reso obbligatorio, in maniera non molto diversa dalle utilities.

 Le compagnie saranno autorizzate a incassare dei profitti nominali determinati per decreto dal governo federale, dopo aver incassato “premi” stabiliti dal governo federale ed erogato “prestazioni” determinate dal governo federale (le virgolette sono necessarie, visto che i costi della sanità saranno fissati dal governo e sorvegliati dall’Internal Revenue Service (l’odiatissima agenzia delle entrate del governo federale ndT)). Obama tuttora finge di arrabbiarsi quando viene definito socialista solo per delegittimare i suoi avversari politici.

 Durante il discorso ai deputati repubblicani fatto durante un loro meeting a dicembre 2009, Obama prese per i fondelli il partito repubblicano perché continuava a considerare la sua riforma della sanità come un “complotto bolscevico”. Come risposta ai Tea Party che sorgevano dovunque nel paese per opporsi all’espansione del governo federale, Obama ha esplicitamente dichiarato che chi descrive le sue politiche come socialiste è pazzo almeno quanto chi crede che sia nato fuori dagli Stati Uniti: “ci sono dei tizi che non sono sicuri che sia nato negli Stati Uniti o se sia un socialista, vero?”. Lui si considera un tecnocrate disinteressato, pragmatico, costretto ad usare il potere del governo federale per porre rimedio agli errori del suo predecessore e alla follia del libero mercato. Dice che non è interessato all’ideologia ma cerca sempre la soluzione che “funzioni” per il più grande numero di cittadini possibile (ha più volte ripetuto che la sua bussola quando pensa al ruolo del governo nella società è la nozione che tutti siamo responsabili per tutti i nostri fratelli).

 A dire il vero, Obama va ben oltre, insinuando spesso e volentieri che qualsiasi dissenso di principio verso la sua agenda è da considerarsi “ideologico” e quindi illegittimo. In un discorso pronunciato la sera della sua inaugurazione, disse che “quello di cui abbiamo bisogno è una nuova dichiarazione di indipendenza, non solo nella nostra nazione ma nelle nostre stesse vite; una dichiarazione d’indipendenza dall’ideologia, dalla piccineria e dal pregiudizio”.

 Per dirla come Lionel Trilling, per Obama l’ideologia non è che un’irritante manierismo mentale. Negare di essere un ideologo non è la stessa cosa che dimostrarlo; e certamente l’insistenza di Obama nel dire che solo i suoi critici soffrono di ideologismo non è una difesa efficace, specialmente quando viene messa a confronto con quello che ha fatto da quando è entrato alla Casa Bianca.

Il “pragmatico” Obama sceglie le soluzioni che “funzionano” solo quando queste ultime espandono in maniera significativa i poteri del governo federale. In questo senso, Obama è un seguace di quella “terza via” fondata da Blair, che si vantava di aver trovato una via che, rifiutando i preconcetti sia della destra che della sinistra, non era nient’altro che un modo più “intelligente” per espandere il potere del governo.

Questa idea è tanto seducente perché si vanta di aver abbandonato il dogmatismo ideologico ed essere andata oltre le “false scelte” della vecchia politica: in questo modo un leader può affermare che fornire assistenza sanitaria a 32 milioni di persone farà risparmiare soldi o, come piace dire al presidente Obama, “piegare verso il basso la curva della spesa”. Ma facendo finta di non scegliere, Obama sta scegliendo: sceglie la via che porta al controllo totale da parte del governo, ovvero quello che la cosiddetta “terza via” finisce sempre con lo scegliere, visto che è stata pensata proprio con questo scopo. Eppure la nostra domanda resta irrisolta: come chiamiamo il “social-ism” di Obama? La definizione di John Judis – “socialismo liberale” – va benissimo, come anche “social democrazia” o perfino “progressivismo”. Io suggerisco il termine, forse poco serio, di neosocialismo.

 La parola “neoconservatore” servì a definire – con scopi dichiaratamente ostili – un gruppo di pensatori variegato che si era convinto che le ambizioni smisurate della Great Society non solo erano irrealizzabili ma che alla fine si sarebbero rivelate controproducenti, quando non dannose. All’inizio pochi neoconservatori accettavano con serenità quest’etichetta (nel 1979 Irving Kristol ebbe a dire di essere l’unico ad accettarla “forse perché, essendo stato chiamato Irving, sono relativamente indifferenti ai capricci dell’onomastica”) ma, quando il neoconservatorismo maturò, si trasformò in un approccio ben definito alle politiche interne, che si prefiggeva di ridurre gli eccessi dello statalismo cercando di mettere in pratica misure conservatrici nell’ambito del welfare state. Sotto molti punti di vista, il neo-socialismo di Barack Obama è l’immagine speculare del neoconservatorismo: prefiggendosi apertamente di mettere fine all’era reaganiana,

Obama crede fermamente nel potere del governo federale di aumentare sia i suoi compiti che la sua capacità di controllo nei confronti della società. Come i neocon accettavano un ruolo realisticamente limitato del governo, Obama tollera un ruolo realisticamente limitato del libero mercato: gli serve la sua ricchezza per garantire la sopravvivenza e l’espansione del welfare state e promuovere la giustizia sociale. Mentre i neocon riponevano maggiore fiducia nella sfera non-governativa – istituzioni di mediazione come il mercato, la società civile e la famiglia – il neosocialismo continua a credere nella forza del governo federale.

 Mentre il neoconservatorismo era profondamente scettico sull’abilità dei pianificatori sociali di abolire la legge delle conseguenze non previste, l’ideale di Obama sarebbe quello di lasciare l’intera politica sociale nelle loro mani e lamentarsi continuamente dell’interferenza della politica spicciola. In un’intervista alla giornalista della CBS Katie Couric, Obama disse che avrebbe preferito “proporre una soluzione elegante e validata dalla comunità accademica al problema della sanità, priva di ogni sorta di interferenza legislativa, andare avanti e farla passare.

 Purtroppo le cose non funzionano così nella nostra democrazia. Sfortunatamente siamo costretti a negoziare un mucchio di cose con un mucchio di persone diverse”. Mentre Ronald Reagan vedeva le risposte ai problemi della società nella sfera privata (“in questo momento di crisi, il governo non è la soluzione ai nostri problemi: il governo è il problema”), Obama cerca ad ogni occasione di espandere la fiducia del pubblico, e la sua dipendenza, nell’azione del governo, pur muovendosi entro i confini imposti da una nazione fondamentalmente di centro-destra e le “sfortunate” necessità della democrazia. Come con il socialismo dei Fabiani di Webb, nessuno potrà mai dire della dottrina di Obama “ora abbiamo il socialismo”.

La notte del passaggio della riforma sanitaria alla Camera, Obama disse “questa legge non risolverà tutti i problemi che affliggono il nostro sistema sanitario, ma ci fa fare un primo importante passo nella direzione giusta”. Poi, parlando del prossimo voto al Senato ma furbescamente dimenticandosi di menzionare quelli che non erano ancora soddisfatti dei risultati conseguiti, aggiunse “ora, nonostante questo sia un momento importantissimo, sicuramente non è la fine del nostro viaggio”.

Fino a quando rimarremo sotto il neosocialismo di Obama, quel viaggio non avrà mai fine: non importa quanto procederemo sulla strada verso il socialismo, lui sarà sempre lì a dire ai sempre più affaticati marciatori che abbiamo fatto solo “un primo importante passo”.

 Jona Goldberg 

Jonah Goldberg è editor-at-large della rivista telematica National Review Online e visiting fellow presso l’American Enterprise Institute.

Traduzione italiana di Luca Bocci

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