Sunset Boulevard

Di Michael Moore conosciamo l’ironia livorosa e l’ego spropositato a mezzo del quale, da buon officiante del verbo liberal, dispensa i propri giudizi sommari su molti aspetti della vita e della società americana.

 I bersagli, a dire la verità, sono scelti sempre con una cura piuttosto meticolosa in modo da assicurare un notevole battage pubblicitario  ed un rientro economico immediato. 

Nulla di scandaloso in questo, saremmo ipocriti a censurare il legittimo desiderio di profitto di un regista cinematografico.

 Ma quando dalla pellicola trasuda un insincerità ed una pigrizia ricolma di tali e tanti pregiudizi da far impallidire gli apologeti di altri regimi del passato, beh, la tentazione di chiedere perlomeno il rimborso del biglietto sorge quasi spontaneamente.

A parte la monotonia istrionesca del tutto, spiccano in tutti i lungometraggi del nostro un manicheismo al cui confronto i servizi di un Santoro sarebbero dei miracoli di equilibrio. Di rado è possibile riscontrare un così sadico accanimento nei riguardi della nobile arte del documentario.

 Ovviamente tutti i sicofanti al di qua ed al di là dell’Oceano hanno magnificato squinternati tazebao come “Fahrenheit 9/11 ” o “Bowling for Columbine” elevandoli perfino a materia da tesi universitaria o dottissima dissertazione. La rivincita della buona politica engagée, si diceva, contro i poteri demoniaci delle lobbies, del capitale, dell’avidità privata.

 Insomma la trasposizione in prosa dell’ epopea di Oliver Stone, l’altro dei dioscuri progressisti eletti maestri di color che sanno da una pletora di intellettuali mantenuti e politicanti “democratici” non disinteressati.

Ma, come noto, il vento può cambiare spazzando via  un’aria francamente divenuta mefitica. E così, dopo il mega flop della vergognosa intervista-scendiletto all’amico Fidel Castro incassato da Stone, anche per Moore  sembra arrivato il momento del declino.

“Capitalism: a love story” è passato meritoriamente inosservato nonostante l’ambiziosità dell’argomento trattato: nientemeno che la grande crisi economico-finanziaria che sta sconvolgendo mezzo mondo.

Fatto è che il pressappochismo e le balle raccontate con una faccia di bronzo degna di miglior causa hanno stufato e l’opera si è dovuta accontentare di un premio di consolazione in quel di Venezia e dei proventi davvero non esaltanti del botteghino.

 Non bastasse è arrivata anche la mazzata, inattesa , da L’ Avana. Ebbene sì! Proprio la tanto idolatrata dittatura comunista dei Caraibi decise, a suo tempo, di bandire la proiezione di  “Sicko” in quanto descriveva una realtà, quella del sistema sanitario dell’isola, che non corrispondeva esattamente al bengodi gabellato con la consueta sicumera e contrapposto alla disumana iniquità dell’omologo statunitense.

 L’indiscrezione, nemmeno a dirlo, ci è rivelata da Wikileaks. Moore che, ironia della sorte, è stato tra i più risoluti difensori di Assange, si è scagliato prontamente contro la montatura ordita ai suoi danni alludendo a fantomatici complotti.

  La memoria correva impietosa  ai delirii autoreferenziali di una vecchia gloria hollywoodiana immortalati molti decenni trascorsi in un capolavoro assoluto. Il suo nome era “Viale del Tramonto”

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