Bibbia, fucile e canapa

Tra i lasciti negativi della per molti versi meritoria doppia presidenza reaganiana vi è il giro di vite sulle policies di contrasto agli stupefacenti.

 Se , infatti, fu possibile portare a termine vittoriosamente la guerra fredda con l’Unione Sovietica, lo stesso non si può dire se spostiamo la nostra attenzione al campo in questione.

 I problemi sono, per converso, cresciuti in maniera esponenziale. Oggi persino il terrorismo internazionale, è acclarato, si finanzia soprattutto attraverso il traffico di questo vero e proprio oro bianco. Le risposte della politica ufficiale americana sono state, anche negli ultimi due decenni totalmente inconcludenti. Tanto che gli Usa si trovano a dover far fronte ad un nemico temibile come il terrorismo integralista islamico e ad una spietata guerra di cartelli criminali alla propria frontiera meridionale. Senza poi stare a rammentare l’abnorme sovrappopolazione carceraria che ha fatto lievitare il numero dei detenuti alla spaventosa cifra di oltre 2 milioni. Gran parte dei quali, ovviamente, nei guai a motivo di produzione, piccolo spaccio e consumo di droghe.

 I tentativi di mutare la situazione a partire dal basso non hanno avuto un gran successo, è vero, ma indubbiamente hanno contribuito a riaccendere un dibattito serio e non manicheo su questo tema tabù. Significativa, a questo proposito, l’avvincente corsa elettorale sulle propositions antiproibizioniste nell’ambito delle recenti elezioni di midterm. Tre sconfitte, è vero, ma non così soverchianti numericamente e , anzi, nel caso dell’Arizona dopo un avvincente testa a testa terminato con uno scarto di poche migliaia di voti.

 Interessante, inoltre, come la frontiera partitica fra fautori (i democratici ed i libertarians) e contrari (i repubblicani) al cambio di strategia stia diventando assai aleatoria.

Il GOP, sino a qualche anno fa trincerato su posizioni di netta opposizione a qualsiasi ipotesi aperturista, appare oggi di gran lunga meno monolitico. Le prese di posizione importanti come quelle di Ron Paul, Gary Johnson, ma anche di un conservatore duro e puro quale il Governatore del Texas, Rick Perry, danno un po’ l’idea del sommovimento in atto. Tant’ è che persino un magazine liberal quale il Newsweek se n’è avveduto realizzando un’inchiesta pregevole all’interno della destra a stelle e strisce dalla quale risultava che almeno un quarto della base vedeva con favore un deciso cambio di prospettiva.

 Sorprende fino ad un certo punto, allora, quella che qualche tempo fa sarebbe stata rubricata da tutti i media come una bomba: il Reverendo Pat Robertson, padre della  christian right, è sceso a sua volta nell’arengo definendo “negativo” e “fallimentare” l’andazzo odierno.

La grande lezione che se ne può trarre è che, ancora una volta, provvedendo a smantellare steccati ideologici anacronistici ed improduttivi  è possibile individuare e sperimentare soluzioni più mirate e non ottusamente pregiudiziali. Perlomeno negli Stati Uniti.

il link alla notizia: http://www.cato-at-liberty.org/are-republicans-to-the-right-of-pat-robertson/

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