Operazione Aquila

Il suo nome in codice era “Adler” (aquila), decisamente legato all’iconografia di un passato che continuava ad appartenergli e che mai si sognò di sconfessare.

 Ora, dopo le rivelazioni di “Der Spiegel” cade il mistero sulla vita di Klaus Barbie, uno dei più feroci criminali di guerra nazisti, tra la fuga post-bellica in Bolivia e l’arresto con susseguente processo negli anni ’80.

Si scopre, così, che il “Boia di Lione” era riuscito a ricostruirsi una vita nell’accogliente paese sudamericano, notizia, questa, non eccessivamente sorprendente visti gli illustri sodali dell’ ex SS scovati nel corso dei decenni primo fra tutti quell’Eichmann che suggerì ad Hannah Arendt la nota considerazione circa la banalità del male.

 Quello che susciterà di sicuro un notevole clamore non è sapere che Barbie godette di complicità ed aiuti nella sua fuga e successivo occultamento ad occhi indiscreti quanto che costui collaborò attivamente per diversi anni con i servizi segreti della neonata repubblica federale tedesca. Frutto del lavoro spionistico di Barbie, ribattezzatosi all’anagrafe col nome di Klaus Altmann, sono ben 35 rapporti piuttosto meticolosi nei quali informa il controspionaggio estero tedesco (BND) sugli avvenimenti ed i segreti politici e militari di La Paz .

 La copertura , nemmeno troppo fantasiosa, era quella del responsabile della filiale boliviana di un’ impresa tedesca incaricata di vendere armamenti al locale governo. Il Compenso per l’opera offerta veniva versato su un conto depositato presso una banca americana. Pare, tuttavia, che verso la fine degli anni sessanta, per timore che la notizia divenisse di pubblico dominio, i  nuovi datori di lavoro abbiano deciso di scaricare un aiutante tanto ingombrante.

 A distanza di più di quarant’anni arriva ora l’inevitabile nemesi.

Il link alla notizia:  http://www.liberation.fr/monde/01012314027-klaus-barbie-aurait-travaille-pour-les-services-secrets-allemands

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