Parole in libertà

Quel gran genio e sommo stratega della politica sinistra italiana (ma attenzione a non chiamarlo comunista, non lo è mai stato dice) di Walter Veltroni ha riesumato dal cenotafio delle buone idee economiche un contributo di “solidarietà” del 10% sui redditi più alti della durata di tre anni.

Con il nobile scopo, s’intende, di ridurre l’enorme debito pubblico che ammonta a quasi il 120% del PIL.

 Di rado è capitato di incontrare un simile pressappochismo e tanta faciloneria in materia tanto delicata che rifugge da qualsiasi semplificazione demagogica.

 A partire dall’assunto che un aumento dell’imposizione sia sufficiente a far quadrare dei conti dissestati senza un contestuale, drastico taglio della spesa pubblica. Ma tant’è.

 A Walter basta agitare lo spettro della ghigliottina fiscale per rimettere magicamente le cose a posto. Senza considerare l’effetto catastrofico che una manovra di tale fatta avrebbe sugli investimenti e sulla produzione industriale in stagnazione da almeno un ventennio.

Varrà rammentare, infine, al nostro apprendista stregone che la vera causa della crescita esponenziale dello stock debitorio è l’elevatissima incidenza degli alti tassi d’interesse sullo stesso e che, quindi, qualsiasi intervento di inerzia contraria aggraverebbe il problema anzichè contribuire a renderlo controllabile.

L’unica maniera di agire, suggeriscono gli economisti più avveduti, consiste nel favorire, o almeno non impedire, la crescita del prodotto nazionale, nel decurtare, come su ricordato, il fiume della spesa ed accelerare  dismissioni di pubblico patrimonio e privatizzazioni.

 Viceversa in presenza di una pressione fiscale già vessatoria, un aumento ulteriore o un irrigidimento del mercato lavorativo aprirebbero scenari di tipo tunisino. Senza che si intravedano, peraltro, alternative possibili al crollo del regime come pur sembra accadere nel paese nordafricano

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