Prigionieri del terrore

Il terrificante attentato odierno all’aeroporto moscovita di Domodedovo si inserisce in una fitta serie di precedenti che data dal 1999.

 Le stragi terroristiche di quell’anno costituirono il casus belli per la ripresa del sanguinoso conflitto russo-ceceno e, contestualmente, l’inizio dell’irresistibile ascesa di Vladimir Putin verso il potere assoluto.

 Da allora altri episodi si sono susseguiti con una cadenza quasi inesorabile: dal sequestro al teatro Dubrovka con il maldestro blitz che uccide più di cento spettatori, oltre al commando degli assalitori, agli attacchi esplosivi delle cosiddette “vedove nere” provenienti dai dintorni di Grozny. 

La  mattanza proseguiva il suo corso in parallelo con l’affermazione del modello di “democratura” russa fatta di decisionismo, spregiudicatezza negli affari, riduzione sensibile di tutti gli standards di praticabilità democratica, sistematica e brutale persecuzione degli avversari politici. Tanto che in molti, ad iniziare dai principali attivisti impegnati nella trincea delle libertà negate, mettevano in stretta correlazione i due processi chiedendosi se per caso non corrispondessero a due facce dello stesso prisma o a due mostri che si reggevano a vicenda in un infernale simul stabunt.

 Era la tesi sostenuta, ad esempio, dalla povera Anna Politkovskaja, caduta sotto i colpi di ignoti, ma forse nemmeno tanto, sicari poco più di quattro anni fa.

 La matrice di quanto accaduto oggi è,molto probabilmente, legata al separatismo ceceno o, forse, a quello di una qualche altra repubblichetta del caleidoscopio caucasico come il Daghestan  o l’Inguscezia.

 Il rischio di una infiltrazione islamista-qaedista è sempre in agguato almeno quanto era una certezza qualche anno trascorso. Ma la causa scatenante di tanto furore è ancora il mai domo indipendentismo di una parte notevole di quelle popolazioni.

 E di fronte a queste rivendicazioni l’unica risposta è stata la repressione senza quartiere, non solo nei confronti degli aspiranti martiri e questo è nell’ordine delle cose in tempo di guerra, ma anche, come dimostrato da una mole impressionante di documenti e testimonianze, verso i civili.

In queste condizioni è assai difficile non finire in un vicolo cieco pur disponendo di uno strumento militare ancora formidabile e del più cospicuo serbatoio di risorse energetiche al mondo.

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