Redde rationem

Impossibile, per ora, determinare la parabola che prenderà la rivolta anti-regime scoppiata in Egitto cinque giorni fa.

 Le ultime mosse del Presidente Mubarak, al potere dal 1981,non sembrano aver allentato la tensione e la situazione potrebbe ulteriormente aggravarsi nelle prossime ore.

Mubarak, apparso ieri sera alla televisione di stato ha annunciato la nomina di un nuovo governo e riforme immediate per alleviare la grave crisi economica che angustia il paese. Nel pomeriggio di oggi hanno prestato giuramento il nuovo Primo Ministro e il Vice-Presidente,vera novità odierna. Defilati i Fratelli Mussulmani ed i maggiori partiti dell’opposizione che potrebbero,tuttavia, tentare di cavalcare la protesta nel momento decisivo.

 Per ora molto sembra ruotare attorno a tre principali protagonisti: il raìs Mubarak, sul limitare della dipartita politica, il fedelissimo Omar Suleiman, ex-responsabile dei servizi di sicurezza egiziani e uomo di collegamento tra Il Cairo e le capitali occidentali, Washington e Tel Aviv in primis, e l’oppositore più in evidenza, Mohammed El Baradei, già massimo responsabile dell’Agenzia ONU per il controllo dell’ energia atomica.

 Proprio su quest’ultimo si appuntano le attenzioni di molti commentatori internazionali. Si è sottolineato come El Baradei, nel corso del proprio doppio mandato a capo dell’AIEA, abbia in ogni modo tentato di impedire un giro di vite occidentale contro il  programma di riarmo nucleare iraniano, “alleggerendo” sistematicamente i reports dell’agenzia  col causare, in questo modo, un ritardo nell’applicazione di sanzioni verso Tehran. Alcuni temono che possa rivelarsi un docile strumento al servizio degli islamisti ricoprendo il ruolo che appartenne a Bani Sadr nell’effimera stagione democratica persiana all’indomani della fuga di Reza Pahlevi.

 Comunque sia l’inerzia della situazione sembra aver assunto un’accelerazione oramai irresistibile e gli scenari possibili essersi ridotti a due: o l’accentuarsi del braccio di ferro fra potere e piazza con una repressione violenta della protesta o un crollo repentino del primo preceduto da una dissociazione delle forze armate e di esponenti importanti della nomenklatura. Il tempo per altre opzioni più  progressive e meno traumatiche sembra, infatti, inesorabilmente trascorso.

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