Islamismo in doppio petto

Procede,seppur tra frequenti scosse di assestamento, il lento percorso della Tunisia verso un avvenire politico sicuramente all’insegna del pluralismo democratico. Senza, per questo, sottovalutare le incognite che si presenteranno nei prossimi mesi agli incaricati di gestire la transizione tra il regime autocratico crollato ed il nuovo corso.

Prima tra tutte il ruolo che ricoprirà nel processo l’opposizione islamista ritornata legale dopo una clandestinità pluriventennale. Risale, infatti, al 1989 l’unica grande affermazione elettorale del partito Ennadha(Rinascita) prima che la scure della repressione governativa si abbattesse sul movimento costringendo all’esilio molti dei quadri più importanti, non ultimo il leader dello stesso Rachid Gannouchi.

 Le parole d’ordine dell’epoca erano piuttosto radicali, come, d’altronde, succedeva con l’omologa esperienza algerina del FIS(Fronte Islamico di Salvezza). Oltre alla critica dei governi, già allora accusati di ogni nefandezza e malversazione, si reclamava a gran voce una restaurazione mussulmana estremamente rigorosa sul tipo di quella che troverà applicazione, solo qualche anno più tardi, nell’effimero Emirato afghano retto dalle milizie taliban. Ovviamente totale era la ripulsa nei confronti dell’occidente ritenuto fonte di ogni corruzione morale e politica delle masse arabe.

 Queste erano le posizioni del FIS algerino ed anche del dirimpettaio di Tunisi. Diversi però gli esiti delle due ondate integraliste. Mentre in Algeria, l’annullamento delle elezioni scatenò una sanguinosissima guerra civile tra il regime del FLN e gli islamici, passati alla lotta armata, in Tunisia, viceversa, la mossa preventiva messa in atto da Ben Alì smorzò l’avanzata di Ennadha.

 Ora, a distanza di appena due settimane dalla caduta del tiranno, ecco che Gannouchi è tornato trionfalmente in patria accolto da un’importante folla di supporters entusiasti, qualche migliaio di persone, a dar retta ai resoconti della stampa. I toni si sono alquanto moderati: ora la richiesta principale è quella di un riconoscimento del ruolo della religione nell’ambito di un sistema a più voci senza velleità totalizzanti. Un percorso simile a quello dell’AKP turco lontano sia dalla bellicosità del jihadismo qaedista sia dall'”egemonismo” dei Fratelli Mussulmani.

 Almeno così il movimento tenta di accreditarsi agli occhi degli osservatori senza, peraltro, dissiparne totalmente le sacrosante diffidenze. Troppo recente, d’altronde, l’esempio della rivoluzione iraniana presto trasformatasi  da utopia democratica in terrificante incubo teocratico e totalitario.

 Certo l’esistenza di una classe media robusta ed assai acculturata, per certi versi quasi europea, potrebbe essere un freno decisivo a questa inerzia nefasta, ma la vigilanza, a partire dagli stessi tunisini, ansiosi di conquistare quella libertà per troppo tempo confiscata, dovrà essere molto attenta e scrupolosa.

 Per il momento lascia abbastanza preoccupati il tenore delle reazioni della claque che ha salutato il ritorno del capo alle timide contestazioni di alcuni esponenti di ONG laiche presenti all’aeroporto di Tunisi. Alle sollecitazioni alquanto moderate di costoro, semplici cartelli con scritte “Sì all’Islam, No all’islamismo”, i più facinorosi hanno pensato bene di replicare con ceffoni, minacce di morte e quant’altro. Un po’ come dire: se il buon giorno si vede dal mattino…

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