Il Liberismo gode di ottima salute

Apparentemente alle corde e tempestato da una gragnola di colpi provenienti da ogni dove, Berlusconi tenta un rilancio sul terreno impervio dell’economia.

 Dopo l’appoggio convinto al piano Marchionne, alla fine premiato da una seppur esigua maggioranza dei lavoratori di Mirafiori, il Premier preannucia di voler ritoccare l’articolo 41 della Costituzione che tratta , come noto, della libertà dell’iniziativa economica privata. Tema quanto mai attuale vista la giungla di normative, cavilli ed adempimenti cui devono sottostare gli imprenditori ben intenzionati a creare ricchezza.

 Certamente la semplificazione è una delle precondizioni principali ai fini di un incremento del benessere diffuso, ma non occorre dimenticare che il vero volano della crescita sarebbe costituito dalla semplificazione e dalla drastica e contestuale riduzione, beninteso, del carico fiscale che grava sulle imprese e non solo su di esse.

 Sembra davvero incredibile come una costatazione tanto semplice quale la sostanziale veridicità della nota teoria lafferiana venga passata sotto silenzio per tema del fuoco ad alzo zero dei soliti demagoghi populisti. Sì, quelli che un giorno sì e l’altro anche declamano coram populo la triste litania sull’evasione fiscale, sulla tassazione delle rendite, sull’inutilità dei tagli alla spesa e via discorrendo.

 Insomma, ci siamo capiti: parlo di quell’armata brancaleone che non ha trovato nulla di meglio che riesumare, non mi viene termine migliore, il vecchio spauracchio dell’odiosa Patrimoniale. In quale conto essa fosse tenuta già ai tempi della Prima Repubblica si potrebbe agevolmente estrapolare recuperando il dibattito che accompagnò l’analoga uscita del Ministro Visentini, seppellita , come meritava, da un coro di scherno persino dai partitocrati dell’epoca che certo avevano, come suol dirsi, il pelo sullo stomaco in tema di salassi contributivi.

Ora, a dimostrare tutta la pochezza e l’improntitudine che accompagnano l’azione di un cartello eterogeneo che va dai moderati o sedicenti tali ai neo-comunisti, riciccia fuori la genialata. Un tocco di surreale comicità compendia il tutto allorquando, resisi conto della colossale topica, i vertici dell’accrocchio similprogressista fanno a gara per declinare la responsabilità dello scempio. Quasi ai livelli di un filmetto anni ’70 con l’immancabile poveretto additato dal gruppo come l’autore di un fastidioso perturbamento intestinale. Chi sarà questa volta il reprobo?

 Esaurita l’ondata moralista di queste settimane nell’unica maniera ipotizzabile, mirabilmente sintetizzata nel noto verso oraziano (Parturient montes, nascetur ridiculus mus), la risacca lascerà dietro di sè i relitti del naufragio ideologico affrontato con tanto ebete spavalderia. Sarà bene approfittarne per avviare quella modernizzazione tante volte annunciata ed altrettante ingloriosamente accantonata di fronte al fuoco incrociato di avversari ed alleati.

 In caso contrario la campana suonerebbe anche per l’inquilino di Palazzo Chigi. E molto presto.

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