Giro di valzer?

Uno dei lasciti fondamentali degli accordi di Camp David con i quali l’Egitto pose fine ad un’ultratrentennale stato di guerra con Israele risiede nella mutua collaborazione per tentare di arginare la minaccia iraniana.

Il regime degli Ayatollah aveva, infatti, da subito iniziato a giocare una partita spregiudicata per garantirsi l’egemonia nell’area vicino-orientale,  ad esempio utilizzando come docili pedine le organizzazioni terroriste sciite( ma non solo) in paesi come il Libano e nel territorio di Gaza.

 Se le velleità da grande potenza furono, per quasi un decennio, smorzate dall’asprezza del conflitto contro l’Irak di Saddam Hussein, alla fine di quella guerra, propagandata come un trionfo, gli eredi di Khomeini poterono dedicarsi alla realizzazione del proprio disegno. Si trattava di un salto di qualità tantopiù necessario per la nomenklatura di potere in quanto i primi segni di fallimento economico del sistema e di contestuale disincanto e malumore tra i governati si diffondevano evidenti.

Di qui,dunque, la conversione ultranazionalista degli ultimi anni, della quale la manifestazione visibile è la truculenta retorica del Presidente Ahmadinejad, ma la sostanza è costituita dalle ambizioni del complesso militare-rivoluzionario conscio dell’importanza della posta in gioco. Un fallimento avrebbe ottime possibilità, infatti, di mutarsi in un regolamento di conti sanguinoso.

Il Rilancio diventa, allora, sempre più rischioso come si è potuto constatare con la questione del riarmo nucleare e l’ingombrante tentativo di influire sul conflitto israelo-palestinese fornendo ogni supporto, anche e soprattutto militare, ad Hamas e, nell’area libanese ad Hetzbollah.

La testimonianza più evidente di tutto ciò l’abbiamo proprio in questi giorni visto che  un ulteriore, pericoloso, focolaio si è acceso nell’area del Mar Rosso con la vicenda delle due navi da guerra di Tehran dirette verso la Siria per una serie di non meglio specificate manovre militari congiunte. Ed è proprio l’Egitto post-Mubarak a giocare un ruolo di primo piano concedendo il nulla osta per l’attraversamento del Canale di Suez, unica via di accesso al Mediterraneo. Un gesto sino a qualche mese fa assolutamente impensabile, considerando quanto accennavo in esordio.

Formalmente la decisione ha un appiglio legale visto che si appoggia alla Convenzione di Costantinopoli (ripresa a Camp David), documento di fine ‘800 che concedeva il transito nell’area del Canale alle navi di tutti i paesi  non  in guerra con l’Egitto. Ma ovviamente, non sfugge la portata politica dell’evento e le possibili, future, ripercussioni nell’assetto complessivo di tutta l’area.

 Si tratta di un ballon d’essai della nuova dirigenza egiziana rivolto allo stato ebraico per rilanciare il processo di pace con i palestinesi arenatosi nelle secche della diffidenza reciproca o non, piuttosto, dei prodromi di un inopinato mutamento di direzione? Per ora, al netto dell’accaduto, le professioni di buona fede continuano a viaggiare dal Cairo a Gerusalemme.

 Certamente il blitz iraniano ed il ruolo crescente degli islamisti nel paese delle piramidi non depongono in favore dell’affidabilità delle stesse.

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