Titoli di coda per il dittatore cinefilo?

Il Vento che soffia impetuoso dal Maghreb arriva a lambire regioni lontanissime che sembravano immuni al contagio di una possibile rivolta.

 Così se più di un’inquietudine inizia ad agitare i sonni degli uomini forti in diverse realtà africane subsahariane come lo Zimbabwe, il Camerun e l’Uganda, particolare interesse destano anche i timidi segnali provenienti dall’estremo oriente asiatico.

 Se la Cina, forte del suo imponente apparato repressivo, è riuscita a stroncare sul nascere la sua “rivoluzione dei gelsomini” purtuttavia le pesanti incognite che gravano sulla seconda economia del pianeta consentono di individuare un punto di rottura non lontanissimo nel tempo, ma ancora ignoto in quanto a dinamiche e soprattutto esiti finali. L’unico dato certo è che a fornire il casus belli sarà l’inevitabile rallentamento della spettacolare crescita industriale a tassi di incremento superiori al 10% annuo: un ritmo insostenibile a detta dell’unanimità degli analisti internazionali. Allo stato attuale manca solo una data precisa allo scatenarsi della tempesta, non la certezza del suo verificarsi.

 Se la Cina procede a tutto vapore verso la resa dei conti, c’è chi, poco lontano, sta decisamente peggio. Nell’ultimo fortilizio stalinista del globo, la Corea del nord, infatti, ci si prepara per una riedizione della carestia omicida degli anni ’90.

Anche in questo caso, naturalmente, la responsabilità andrà addebitata alla follia del regime comunista che prosegue a dilapidare le poche risorse del paese in una corsa rabbiosa al riarmo nucleare ed a rimpinguare le tasche dei fedelissimi aiutanti del dittatore Kim Jong Il.

 La novità di queste settimane sta, però, nel fatto che il dissenso inizia a far capolino in maniera ancora sotterranea, ma non più eludibile. Tanto che le conferme hanno valicato la muraglia impenetrabile della propaganda seppur attraverso tortuose vie clandestine.

 Proprio una fonte miracolosamente manifestatasi in quel di Pyongyang ha informato il dirimpettaio governo del sud che alcune, piccole, manifestazioni si sarebbero svolte nel mese di febbraio in almeno tre città nordcoreane. La repressione non sarebbe scattata per la mancata identificazione dei partecipanti.

 L’elemento che impressiona non è tanto l’entità del moto quanto il mancato funzionamento di quella capillare rete sociale di controllo in grazia della quale  la repubblica popolare poteva pregiarsi del discutibile appellativo di “stato totalitario perfetto”, financo più implacabile ed asfissiante di un incubo orwelliano e più efficiente del modello sovietico. Ogni atto ed ogni parola “anomala” che fosse sfuggita a qualcuno dei disgraziatissimi abitanti di questa contrada era, infatti, immediatamente individuata attraverso la delazione e  sanzionata con il carcere o la morte.

 Proprio come avveniva nel mondo spielberghiano di “Minority Report” o con gli psicoreati descritti in “1984”.

Se l’infernale meccanismo, chiavistello di un potere disumano, sì è inceppato per la prima volta,  allora l’orizzonte della libertà sembra davvero meno irraggiungibile.

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