Grosso guaio a l’Aia

Guai grossi per il governo di minoranza alla guida dell’Olanda da appena pochi mesi.

 Come principale risultato emerso dal rinnovo delle amministrazioni provinciali, infatti, spicca la mancanza di una maggioranza nel primo ramo del parlamento, il Senato. Questo perchè, a differenza della Camera dei Deputati, lo stesso viene eletto indirettamente dai delegati delle province.

 I numeri, per ora, sembrano difettare al premier Mark Rutte ed alla sua coalizione composta dai liberali del VVD, da lui capeggiati, e dai democristiani (CDA), senza dimenticare il fondamentale appoggio esterno offerto dal Partito per la Libertà di Geert Wilders,vera novità nel panorama politico degli ultimi anni.

 Saranno solamente 37, infatti, i probabili padri coscritti targati centro-destra designati ad occupare uno scranno alla Eerste Kamer, salvo colpi di scena sempre possibili da qui al 23 maggio, data  prevista per il voto.

Molto probabile che il Capo del Governo punti a trattative serrate con alcuni partitini in grado di rovesciare la prognosi infausta. In fondo, basterebbe una sola pedina… Ma il problema sembra essere proprio questo, visto che i soggetti interessati non sembrano essere molto affini allo spirito e soprattutto all’agenda governativa. Sia il neonato 50Plus che l’ultrareligioso SGP si discostano dal tandem di potere: il primo sul coté economico, il secondo su quello,diciamo così, valoriale. Ammesso che,ovviamente, si considerino dei valori il rifiuto del suffragio universale ed il divieto di iscrizione al partito per le donne come propugnato da un movimento bibliocentrico da sempre poco interessato alle contingenze puramente politiche.

 Stando così le cose, la principale conseguenza dello status quo sarà la paralisi dell’attività amministrativa in un momento particolarmente delicato. Il programma di Rutte prevedeva un intervento mirato ed aggressivo in tema di economia con tagli drastici all’ istruzione ed alla pubblica amministrazione oltre che ad una riforma dell’oneroso sistema previdenziale. Ricette lacrime e sangue per centrare l’obiettivo del rapporto deficit/PIL al 3%, entro il 2013, così come imposto dall’Unione Europea.

 Lo scenario paventato è quello di nuove elezioni politiche con tutte le controindicazioni del caso cioè confusione, aggravamento dei fondamentali e rigurgiti di pericoloso welfarismo.

 Entrando nel merito dei risultati della consultazione di ieri il marasma appare evidente: se i Liberali rimangono il maggior partito olandese con un buon risultato, i democristiani del Vice-Premier Maxim Verhagen incassano una batosta notevole uscendo quasi dimezzati quanto a rappresentanza senatoriale nonostante una buona tenuta rispetto al dato nazionale dello scorso giugno. Ma si tratta di ben magra consolazione per una forza politica abituata al 25% o giù di lì di consensi e ritrovatasi, nell’arco di pochi mesi a remare nelle secche del 13-14%.

 Sorprendentemente,ma non troppo, esce ridimensionato il PVV di Wilders, sceso dal 15,5 al 12,4%. Non si tratta di una sorpresa, dicevamo, visto che questa era una prima assoluta nella competizione provinciale e anche considerando che una buona fetta dell’elettorato del partito ha disertato il voto. Se, infatti, l’affluenza è assai migliorata(circa 10 punti in più rispetto al 2007), da uno studio dei flussi elettorali, elaborato da un istituto di ricerca, viene evidenziato come addirittura il 47% del potenziale suffragio del partito anti-islamico abbia preferito, per questa volta, restarsene a casa. Tanto per fare un paragone , questa percentuale si abbassa fino al 23% nel caso dei Verdi. Altro elemento che avrà contribuito ad una performance non eclatante risiede senz’altro nella scarsa considerazione che lo stesso Wilders espresse più volte per l’istituto delle Province che, a suo parere, dovrebbe essere semplicemente abolito per garantire una migliore governabilità del sistema. Si è trattato,quindi, di una vera e propria piccola nemesi.

 Ma nemmeno a sinistra avranno granchè da gongolare vista la mediocre esibizione dei Laburisti (due punti e mezzo in meno rispetto al 2010) e la stabilità, decimale più decimale meno, dei Socialisti(Sinistra radicale, a dispetto della denominazione) dei Verdi e degli Animalisti.

Chi conferma un trend interessante è, invece, la sinistra liberale di Democrazia 66, cresciuta fino ad oltre l’8% e fortissima in diverse realtà urbane come Amsterdam e Utrecht, dove supera addirittura il 15. Il movimento porta avanti una piattaforma abbastanza simile a quella dei radicali italiani: antiproibizionisti su tutto, europeisti convinti e multiculturalisti in tempo di identitarismo crescente.

Per ora sembra funzionare anche se sul futuro gravano pesanti incognite dalla crisi economica alla radicalizzazione dell’islamismo, persino in ambito continentale come evidenziato da gravi episodi proprio nel recente passato olandese. Perchè se è pur vero che questo resta il paese dei mulini a vento in molti sono convinti che il barometro stia per segnare tempesta

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