Porcellane di Sassonia

Un’altra tappa nel lungo anno elettorale tedesco che porterà al rinnovo di ben 7 amministrazioni di Lander sulle 16 della Repubblica Federale. Un test assai importante per verificare il precario stato di salute della maggioranza  conservatrice-liberale insediatasi al potere nel 2009 e le ambizioni dell’opposizione, anzi delle opposizioni di sinistra.

Dopo l’esordio amburghese di febbraio, dominato piu che altro dalle specificità locali piuttosto che dal dibattito nazionale, è toccato domenica alla Sassonia-Anhalt, piccola e abbastanza depressa regione dell’ex-DDR, fornire le prime, ancorchè assai frammentarie, indicazioni dei rapporti di forza tra i partiti.

 La partita si è conclusa con uno stallo, almeno per quanto riguarda i tre grossi calibri che dominano il paesaggio politico ad oriente. Alla CDU ed alla SPD, infatti, a Magdeburgo, si aggiunge la Linke, che da queste parti conta e parecchio avendo sfiorato addirittura il primato alle scorse elezioni federali con un ragguardevole 32%, ad un incollatura dai democristiani.

 La situazione è rimasta più o meno immutata, con questi ultimi ancora in testa davanti ai due cugini socialisti. Percentuali invariate per socialdemocratici e Linke(in rapporto alle regionali del 2006), calo contenuto per la CDU che pure guadagna un seggio nel parlamentino locale rispetto a 5 anni fa. Quasi sicuramente confermata la Grosse Koalition CDU-SPD, anche se con un nuovo Ministro-Presidente, visto l’abbandono dell’uscente Wolfgang Boehmer.

 Difficile l’intesa di governo tutta rossa, vista la preminenza numerica della Linke: un governo locale a guida radicale costituirebbe un problema di difficile risoluzione a livello centrale o quantomeno una fuga in avanti prematura. Anche se, proprio qui si sperimentò tra gli anni novanta e la prima decade del nuovo millennio il cosiddetto “modello Magdeburgo”, un governo socialdemocratico di minoranza con appoggio esterno degli ex-comunisti. Diversi anni sono trascorsi e all’afflato unitario è subentrato un certo timore per la concorrenza elettorale degli un tempo derelitti alleati.

La novità nelle urne, non così sorprendente, è stata la buona affermazione dei verdi che in un terreno non così favorevole incrementano i consensi e con il 7% riescono ad entrare, per la prima volta , nell’assemblea regionale. Di sicuro, almeno così ritengono gli osservatori politici,  le ricadute della crisi nucleare nipponica avranno contribuito non poco a rimpolpare il bottino degli ambientalisti. Tantopiù dopo la mezza marcia indietro della Cancelliera Merkel sulla moratoria per la chiusura delle centrali tedesche, decisione a suo tempo presa dall’ Esecutivo Schroeder di cui i Gruenen erano componente. 

Impressiona, e questa è l’altra tendenza emersa e largamente scontata, il crollo dei liberali della FDP, finiti sotto al 4%, abbondantemente sotto lo sbarramento che impedisce alle forze minori l’accesso nel Consiglio. Il partito del Ministro degli Esteri, Guido Westerwelle, viene addirittura surclassato dai neo-nazisti della NPD che si fermano ad un’incollatura dal clamoroso exploit. Sarebbe stato, peraltro , un ritorno anche se sotto diversa etichetta considerando che già nel 1998 la DVU dell’editore Gerhard Frey fece il pieno di voti populisti ed ultranazionalisti sfiorando il 14%.

 Abbandonata, per ora, la sponda est il grande circo barnum della politica torna ad occidente dove si giocherà una partita molto più importante, forse quasi vitale per le sorti della coalizione di governo. Appuntamento a domenica nel Baden-Wurttemberg.

E se anche lì le cose dovessero mettersi male per Frau Merkel, allora davvero nessuno scenario, nemmeno quello di una catastrofica crisi di governo, potrebbe essere escluso

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