Atterraggio d’emergenza

Quando, cinicamente, il destino si accanisce anche i più temprati dal combattimento dovrebbero comprendere che forse è inutile continuare come nulla fosse  in una via senza uscita.

Prendiamo ad esempio uno dei più vecchi e gloriosi partiti politici europei, per decenni additato da seguaci ed anche avversari come modello di stabilità e pianificazione governativa: la socialdemocrazia svedese. Ricordate? Fino a non moltissimo tempo fa, chi non sentiva nel più insignificante dei tele-dibattiti italiani qualche onorevole uscirsene con un improvviso “Dobbiamo fare come in Svezia!”. La frase bastava ad ammantare il tribuno di un’aura di rispettabilità conferendogli il generale rispetto ed il benevolo assenso del conduttore di turno.

 Ora tutto questo sembra essersi dissolto nel nulla come un incantesimo estinto da una qualche formula arcana. Ma nulla di sovrannaturale si è verificato: elettori ed economisti si sono semplicemente resi conto che il sistema svedese costava troppo ed hanno deciso che era venuto il tempo di mandarlo in soffitta, almeno in buona parte.

 Fu così che dopo decenni di dominio incontrastato con percentuali di consenso impressionanti, tra il 40 ed il 50%, anche il partito che fu di Tag Erlander e Olof Palme conobbe la dura realtà dell’opposizione. Dalla quale , però, sembra che poco abbia imparato, visto che la coalizione liberal-conservatrice del Premier Frederik Reinfeldt è ancora avanti di parecchio nonostante fatichi a trovare il bandolo della matassa nel mentre che i SD remano in surplace attorno al proprio minimo storico, sotto al 30%.

 Eppure il gruppo dirigente aveva tentato il rinnovamento scegliendo una donna dal piglio dinamico e decisionista come Mona Sahlin. Con esiti catastrofici: baruffe interminabili tra le varie anime moderate e più o meno leftist, colpi bassi e scandaletti di contorno hanno fatto da cornice a due elezioni perse malamente.

Ma non è bastato, evidentemente. Perchè dopo le dimissioni dell’ex-Primadonna si è ben pensato di seguire il canovaccio frusto dell’arroccamento identitario nominando alla carica di Presidente un carneade dell’apparato, tal Haakon Juholt, che in vent’anni di bazzica nella sagrestia della chiesa progressista svedese si era fatto notare per i baffoni old-style più che per un particolare acume.

A conferma di quanto sia vero l’assioma secondo il quale piove sempre sul bagnato arrivano due impietose bocciature nell’arco di poche settimane. Per incominciare la credibilità del partito ha toccato un nuovo nadir con un 27% scarso di svedesi che apprezza il nuovo venuto. Per avere un’idea dell’andazzo basti sapere che il Primo Ministro in carica raggiunge il 60 e, ovviamente, quasi tutti gli altri leaders svedesi ottengono percentuali più significative.Dietro Juholt, magra consolazione, solamente Jimmie Akesson, guida dell’estrema destra degli Sweden Democrats.

 La seconda cattiva notizia arriva dalla famiglia: la moglie del Nostro è stata condannata per aver frodato i propri impiegati allorquando era responsabile di una piccola compagnia aerea low-cost. Come dire che si rischia davvero un atterraggio d’emergenza subito dopo uno stentatissimo decollo.

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