Ai blocchi di partenza

Mancano circa 400 giorni all’appuntamento con la tanto temuta (o auspicata, a seconda dei punti di vista) urna presidenziale e l’attività dei principali attori della scena politica francese, partiti e candidati, è già frenetica nel suo precipitarsi inesorabile verso il prestigioso obiettivo.

Ne sono testimonianza incontrovertibile la ridda incontrollata di sondaggi che anima il dibattito mediatico da almeno un mese e le lotte senza esclusione di colpi tra i galletti più ambiziosi delle diverse scuderie in corsa. A partire dallo schieramento cui appartiene il “defending champion” Nicolas Sarkozy, quell’UMP in così perenne stato di instabilità da poter essere felicemente paragonato ad una boccetta di nitroglicerina.

 Nato per volontà dell’ex uomo forte del gollismo francese, Jacques Chirac, il movimento si è trovato da subito invischiato nella lotta di successione tra i due delfini di quest’ultimo, Sarkozy, perlappunto, che ha finito per prevalere e quel Dominique de Villepin, mai come ora desideroso di una resa dei conti con l’arcirivale anche a costo di affondare la nave. E i numeri sembrano confortare questo disegno, dal momento che quel 5-7% attribuito al secondo potrebbe contribuire non poco al ripetersi dello scenario 21 aprile, ma a parti invertite rispetto al 2002. Ovvero con l’esclusione dal ballottaggio della destra repubblicana a tutto beneficio di Marine le Pen e del suo Front National.

 Altro fronte aperto per l’Eliseo quella zona di confine, sorta di limes ideologico a riparo dalle orde gauchiste: il centro. Un tempo, nemmeno tanto lontano, esso costituiva la punta di lancio dell’offensiva sarkozyana contro il campo avverso conosciuta coll’appellativo dal vago sapore postmodernista di “rupture”. I risultati furono da principio interessanti, ma, col susseguirsi rapido delle delusioni il quadro è mutato con una certa nettezza. Da risorsa, insomma, il Nouveau Centre di Hervé Morin e i radicali di obbedienza “valoisiana” con il loro leader, l’effervescente Jean -Louis Borloo, a propria volta ritenutosi defraudato della poltrona di Primo Ministro in forza di un ripensamento presidenziale durante l’ultima fase di rimpasto, si sono trasformati in una spina nel fianco. Anche perchè Borloo se l’è, come suol dirsi, legata al dito e minaccia di presentarsi nella corsa compromettendo così le residue chances di riconferma dell’antico benefattore.

 L’unica strategia rimasta a disposizione di Sarkozy è quella dell’attacco a testa bassa, per ora sul terreno dell’azione politica e diplomatico-militare, in seguito, chissà, focalizzato sui principali contenders. Il drammatico aggravarsi della crisi libica  è giunto a complicare la partita: l’ipotesi di un rilancio pokeristico in corso d’opera è forse maliziosa, ma solleticare l’orgoglio nazionale rielaborando il mito della grandeur in chiave umanitaria sembra, invece, corroborare la nota massima clausewitziana secondo la quale, come noto, la guerra altro non sarebbe che la prosecuzione della politica con mezzi diversi.

 Certamente una risoluzione positiva dell’emergenza gioverebbe alquanto al consenso del primo cittadino di Francia. Un esercizio di cinismo? Probabile, ma, da sempre, l’imponderabile è una componente essenziale del grande gioco.

 Sia come sia, a bocce ferme, Sarkozy rischia di soccombere all’ascesa frontista, confermata anche dall’esito delle recenti elezioni cantonali. Molti i motivi che hanno determinato la rinascita dalle ceneri del partito della fiamma, dato per estinto solo 4-5 anni addietro. Il principale, secondo gli analisti non necessariamente di opposizione, è che l’aver giocato sul terreno dell’estrema evocando e facendo propri temi come l’identità nazionale, la lotta senza quartiere al crimine ed all’immigrazione clandestina, hanno determinato un vero e proprio smottamento nell’opinione pubblica conservatrice rendendo accettabile, sdoganando si direbbe da queste parti, lo spauracchio dell’opposizione di destra.

 Ma alla visione deterministica, definiamola così, si sovrappongono altre chiavi di lettura: il fenomeno, asseriscono altri, è il frutto del particolare momento di transizione in cui siamo immersi. D’altronde, lo stesso Premier britannico Cameron e la Cancelliera tedesca Merkel non hanno forse accennato alla crisi del modello multiculturalista? Che dire poi dello stato comatoso in cui versa l’intero edificio europeo? Possibile non esista relazione alcuna tra questo zeitgeist e lo sfondamento lepenista e sia tutto un errore madornale di Sarkozy?

 Chi erediterà, con buon grado di approssimazione, l’ingrato compito di governare la Francia sarà un socialista dalle caratteristiche piuttosto diverse rispetto a quelle incarnate da François Mitterrand. E questo indipendemente se a prevalere sarà il Direttore del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, dal temperamento riformista, o, piuttosto, François Hollande, esperto uomo di apparato o Martine Aubry , infaticabile mediatrice.

La bozza di programma presentata in una riunione del gotha di Rue Solférino non lascia intravedere mutamenti epocali sulla rotta seguita sin qui dal partito. Il dirigismo continua a farla da padrone, in barba a qualsiasi variabile economica. Tra le misure proposte spiccano la creazione di 300000 posti di lavoro sovvenzionati dalla mano pubblica per i giovani dai 18 ai 25 anni, l’accorpamento della tassa sul reddito con la contribuzione sociale e, il ritorno ai 60 anni per quel che concerne l’età minima del pensionamento.

Abrogato, così, quel poco di lungimirante presente nell’azione governativa, la navigazione a tutto vapore nel pantano della più torbida conservazione economica potrà proseguire indisturbata verso l’esito più probabile: la bancarotta. A meno che un bagno di realismo non spinga i vincitori di domani ad addivenire a più miti consigli, tentando di invertire la rotta. Cosa peraltro già accaduta ad altri partiti affini nel resto del continente, dal PASOK greco, al PSOE zapateriano, pur se sul limitare dell’abisso.

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