Il Convitato di pietra

La letteratura storica sul fascismo ha raggiunto dimensioni colossali e si può dire che tutti gli aspetti di questo fenomeno  siano stati analizzati con acribia dal fior fiore degli studiosi di scienze sociali.

 Naturalmente le interpretazioni divergono spesso in maniera eclatante, variando dalla demonizzazione all’apologia. Non è certamente questa la sede adatta a riprendere gli infiniti esiti della ricerca ed i riverberi che gli stessi hanno avuto sulla polemica politica, sin dal primo dipanarsi degli avvenimenti in questione all’inizio degli anni venti del secolo scorso.

 Mi limiterò,quindi, ad accennare ad una vexata quaestio che conserva, perlomeno ai miei occhi di modesto lettore, un’attualità passata indenne attraverso il fluire delle decadi, ovvero quanto di questa scomoda eredità si è perpetuata nell’Italia democratica uscita dalle macerie di un conflitto catastrofico?

 Come noto, fu già Piero Gobetti, martire dell’antifascismo liberale, a delineare un canovaccio che per molti, a distanza di così tanto tempo, assume quasi i tratti della chiaroveggenza. Il ventennio, per Gobetti, era non una parentesi, per dirla col Croce, ma una sorta di “Autobiografia della Nazione”, un esito quasi obbligato dal portato del primo sessantennio unitario. Non sfugge la portata “eretica” ed anticonformista di una simile interpretazione: di fronte, infatti, alle spiegazioni consolatorie come quella dell’impazzimento improvviso della società, fatto proprio da molti ambienti conservatori , ma anche liberali o quella, per molti versi speculare, della “controrivoluzione preventiva” in funzione antipopolare ed antisocialista, si erge il macigno granitico dell”anomalia” italica sulla via della modernizzazione  politica tra otto e novecento.

Si tratta di un’anomalia affine eppure differente da quella tedesca, soprattutto perchè la seconda pare essersi definitivamente dissolta dopo l’apocalisse del 1945. Da noi, per converso, si è assistito ad un sommovimento trasformista dalle dimensioni inusitate. Un inveterato costume nazionale, si dirà. Ed effettivamente altri esempi di siffatta riconversione dell’assetto valoriale non mancano di certo nella galleria patria. Ma, oltre a molta sovrastruttura giuridica ed economica come denunciato da alcune menti acute, da Luigi Einaudi ad Ernesto Rossi a Bruno Leoni, sembra quasi che nel vissuto sociale riaffiori, di tanto in tanto, il riflesso del fascismo. E non tanto sotto la forma di un’ideologia anacronistica confinata nell’angustissimo recinto della nostalgia quanto per il prevalere di una dialettica portata all’eccesso, al dogmatismo, alla semplificazione dei fatti attraverso narrazioni contrapposte.

 In fondo, forse, il trait d’union è proprio quel populismo inteso come scorciatoia comunicativa da elités incapaci di padroneggiare adeguatamente la complessa sintassi della democrazia contemporanea. Attenzione: di sicuro nessuna delle attuali stars che calcano le scene del palcoscenico italiano  può essere avvicinata alla truce maschera mussoliniana, nonostante che l’epiteto conosca un rinnovato vigore dagli inizi della cosiddetta Seconda Repubblica.

Ma il fatto che l’inquieto bel paese debba fare ancora i conti con questi fantasmi di un’epoca lontana testimonia, con una certa evidenza, quanto quello iato con altre esperienze di edificazione della compagine statale continui ad esercitare tutta la propria influenza. E questo, in una fase di progressivo sgretolamento del mito nazional-welfarista, lascia aperti per noi scenari imprevedibili di esplorazione in terre incognite per la scienza e la prassi politiche

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