Fine di un incubo

A dare il la ci ha pensato l’innefabile Mario Borghezio che, con la coerenza e l’impeto che lo contraddistingue ha salutato in Ratko Mladic un “patriota serbo”. Ma l’infatuazione per uno dei nazionalismi più virulenti degli ultimi decenni, capace di trasformare la tranquilla e multietnica Bosnia in uno spaventoso mattatoio, parte da lontano. Esattamente da quel fatidico inizio degli anni ’90 in cui diplomazie e boiardi di stato occidentali premevano per accreditarsi alla corte del nuovo uomo forte di una Jugoslavia in disgregazione, quello Slobodan Milosevic che di Mladic fu non solo compagno di infamie ma prezioso protettore per diversi anni dopo gli accordi di Dayton.

Ora il nuovo corso belgradese, democratico pur con permanenze revansciste in alcuni segmenti della società, ha deciso che alla solidarietà slava di Lukashenko e Putin valeva meglio preferire l’Unione Europea e la moneta unica. Una scommessa davvero non facile considerato l’andazzo degli ultimi tempi. Ma l’acquisizione più importante non sarebbe l’aggiunta di un ventottesimo stato nel consesso continentale quanto il riavvicinamento al campo occidentale di un paese che ha dovuto fare i conti con una dittatura comunista quanto mai feroce e con le ossessioni scioviniste che già altre nazioni hanno intossicato nel cosiddetto secolo breve.

 Oltreche una vittoria per una classe dirigente accusata, spesso con giusta severità, di reticenze ed esitazioni eccessive, si tratta di un giorno fausto anche per quella comunità internazionale che pure porta su di sè il peso enorme della responsabilità di quegli anni d’odio implacabile. Come dimenticare,infatti, la totale impotenza e , nel terribile caso di Srebrenica, la connivenza di coloro che erano stati inviati in missione per evitare la mattanza colpevoli, invece, di aver consegnato più di 7000 civili nelle mani dei massacratori guidati da Mladic e dal fratello di sangue Radovan Karadzic? A maggior ragione una menzione d’infamia la meritano tutte quelle mezze calzette che ora passano per statisti capaci di urlare a squarciagola la propria riprovazione non per i criminali assassini ma per le vittime di una metodica pulizia etnica. Oggi, per loro, non ci sarà da festeggiare.

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