Tramonto verde

Solito copione quest’anno sul pratone di Pontida. I toni ringhiosi di sempre, il folklore che si mescola alla rivendicazione spiccia, la parata dei capi e capetti  del movimento verde padano. Solo che quest’anno assieme a tanto di antico c’era anche qualcosa di nuovo nell’aria, avrebbe chiosato il poeta. Ed è una novità che dovrebbe preoccupare alquanto i capoccia di Via Bellerio adusi da sempre a tastare l’umore del proprio elettorato. Ma sembra davvero che stavolta manchi qualsiasi capacità e volontà di approfondire il discorso. Forse perchè, scavando nemmeno troppo in profondità, si scorgerebbero i segni di una delusione abissale per ora mascherata , ma pronta ad affondare il vascello leghista alla prima occasione importante. E senza alcuna possibilità di resurrezione come in precedenti occasioni.

 Cosa, dunque, sta demolendo il feeling, molto simile ad un culto per certi versi, tra il popolo leghista e la sua leadership? in primis la mutazione genetica di quest’ultimo decennio (corrispondente press’a poco al rientro nell’orbita berlusconiana): da partito del territorio, come amava autodefinirsi, la Lega è diventata la punta di diamante della metastasi partitocratica italiana. Basterebbe citare solamente il ruolo fondamentale esercitato nella scrittura dell’infame leggina sui rimborsi elettorali ai partiti e la strenua difesa dell’istituto provinciale per fornire una prova inconfutabile di questa affermazione. Se, poi, a questi capolavori aggiungiamo anche la burla dello pseudo-federalismo e l’ignavia di fronte al fiscalismo sempre più rampante abbiamo un ulteriore quadro di insipienza amministrativa e di velleitarismo demagogico. La colpa più grave, tuttavia, di questa vera e propria metamorfosi kafkiana è il totale rovesciamento di prospettiva che Bossi ed i suoi hanno inferto ad un movimento sì populista, ma con alcuni interessanti spunti antistatalisti. Di questi ultimi nulla è rimasto: il protezionismo più accanito, la difesa più becera di ogni tipo di corporativismo ed un disgustoso refolo di illiberalità in campo civile sono diventati merce comune da spacciare come moneta sonante in ogni piccola e grande realtà territoriale governata, dal comune montano all’esecutivo nazionale. La responsabilità  di aver impaniato ed arrestato definitivamente quella rivoluzione liberale da molti evocata tempo fa costituirà il retaggio storico principale, si spera non drammatico, di questa forza antisistema convertitasi in puntello tenace di un edificio putrescente. Domenica pare che alcune salve di fischi siano partite all’indirizzo dei capibastone che tentavano di difendere l’impossibile. Ma l’anno prossimo potrebbe anche andar peggio.E non a causa della pioggia…

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