Prevedibile copione

 Per salvare una presidenza periclitante dall’assalto, al momento piuttosto caotico e poco incisivo, dei contendenti repubblicani che si battaglieranno per ottenere il ruolo di sfidante ufficiale nelle ormai prossime primarie, Barack Obama annuncia un parziale disimpegno delle truppe presenti in Afghanistan. Si tratta di circa un terzo del contingente inviato in loco per rafforzare il nation building avviato dopo la cacciata del regime talebano e contrastare la guerriglia sempre più minacciosa ed intraprendente degli stessi ex padroni di Kabul.

 A dieci anni di distanza da quell’evento che segnò la prima reazione della potenza americana colpita al cuore dagli spaventosi attentati dell’11 settembre, il bilancio che se ne può trarre è piuttosto sconfortante: la democrazia, nel paese mediorientale stenta a decollare, i signori della guerra si dividono brandelli di territorio imponendo la propria spietata legge e lucrando sul floridissimo commercio dell’oppio, la prima, ahimè, risorsa economica del paese che finisce per alimentare i più torbidi traffici illegali ed i forzieri di ogni organizzazione terrorista del globo, ivi comprese quelle islamiste, naturalmente. Nel frattempo il debolissimo governo del presidente Karzai vivacchia nella capitale non riuscendo ad imporre nemmeno qualcosa che si avvicini ad una democrazia con gli standards minimi per esser definita tale: corruzione, nepotismo e oscurantismo continuano a regnare incontrastate dando alla città il sapore malsano di un incubo prossimo a materializzarsi, una Saigon con meno letterarietà, insomma. I talebani, dicevamo, hanno rialzato la testa e presidiano intere province afghane, nonostante gli sforzi della coalizione e si ha l’impressione che siano ben consci del vicolo cieco in cui  i loro avversari si sono cacciati. Una permanenza a tempo indeterminato dei soldati internazionali è fuori discussione ed il ritiro è solo una questione di tempo. Quello che i talebani hanno a disposizione in quantità illimitate e quello necessario alla coalizione ad uscire dalla trappola senza perdere troppo la faccia.

 Di  tutto questo un politico americano ha parlato per anni in splendido isolamento, deplorando lo sperpero di vite umane e quattrini della right nation consumato da una strategia a dir poco approssimativa tesa.Il suo nome è Ron Paul ed anche l’anno prossimo tenterà una difficilissima scalata alla nomination del GOP ed, eventualmente alla stessa Casa Bianca. Certo che se la cappa di mistificazione non regnasse sovrana anche nella tanto esaltata comunità del quarto e quinto potere statunitensi il Congressman texano occuperebbe ruoli di ben altra responsabilità che non quello già importante di segretario del sottocomitato finanziario della Camera. Prendiamo , perlappunto , la reazione sulla faccenda afghana: non si è esitato ad attribuire ad altri candidati, più  o meno di establishment  velleità ed intenti pacifisti (o, per meglio dire, noninterventisti in ossequio alla lettera della costituzione americana) che non hanno mai avuto. Così per John Huntsman, l’ex ambasciatore in Cina, dato tra possibili uomini forti della corsa per il 2012, che si è visto attribuire, senza nulla aver fatto, il suggello di critico numero uno della timidezza obamiana nonchè di  campione del revival isolazionista che va per la maggiore nell’ america profonda. Come lui anche Tim Pawlenty, la Bachmann e, persino, il gommoso frontman Mitt Romney godranno di questo vento nelle loro vele.

 Forse il timore è quello di constatare la pochezza e la scarsa radicalità delle ricette economiche che tutti questi candidati pensano di applicare per dare una risposta alla più drammatica crisi economica dai tempi del 1929. E non è un caso che, anche su questo fronte Paul, al di là del generoso attivismo dell’onda teapartysta sia il più indicato a dare uno scossone epocale ad un sistema che ha scommesso tutto sul connubio innaturale tra la banca centrale statunitense ed un congresso miope che ha anteposto le ambizioni di rielezione ai pericoli dell’alluvione di cartamoneta e derivati finanziari con cui Greenspan prima e Bernanke poi hanno inondato il mercato. Strategia della dissimulazione, quindi, per favorire, nonostante tutto, la continuità che ha però tutta l’aria di una catastrofe (inutilmente) annunciata.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: