Interregno tunisino

Nel paese che ha fatto da battistrada alla cosiddetta Primavera araba, la stagione di rivolte che ha cambiato, in parte, l’assetto politico di questa importante area strategica del pianeta, il 23 ottobre i cittadini avranno la possibilità di eleggere una assemblea costituente, incaricata di riscrivere la carta fondamentale. Parliamo, ovviamente, della Tunisia rimasta orba, senza il minimo rimpianto, del regime corrotto e poliziesco di Zine el Abidine Ben Alì. I pronostici, trattandosi di una prima assoluta, le elezioni precedenti essendo state pilotate dal potere, sono piuttosto incerti e non molto attendibili. Quel che è certo è che ci dovrebbe essere un’affermazione importante degli islamisti di Ennada(Il Risveglio) che un sondaggio accredita come primo partito con uno share poco sopra il 20%. A parole il movimento guidato da Rachid Gannouchi, a lungo in esilio, avrebbe accettato di compiere una svolta moderata abbracciando il modello turco, peraltro non propriamente rassicurante a guardar bene, rappresentato dal’ AKP di Recep Erdogan: rispetto del pluralismo e della laicità dello stato istituita dal padre della patria Habib Bourghiba dopo l’indipendenza del 1955. Molti avversari dubitano, tuttavia, della veridicità di questa sconfessione del radicalismo e non perdono occasione per scendere in piazza contro il settarismo e contro la minaccia rappresentata anche dal diffondersi di cellule estremiste salafite responsabili di diversi attacchi contro cinema, chiese, sinagoghe ed altri luoghi di aggregazione giovanili. La versione ufficiale del governo transitorio in carica è che si tratti di manovre torbide messe in atto dagli ex-fedelissimi del dittatore rifugiato in Arabia Saudita (e presto sottoposto a processo, seppure in contumacia). Potrebbe anche darsi: comunque sia tra i più genuini sostenitori di una via tunisina alla democrazia l’inquietudine regna sempre più sovrana. Anche perchè lo stesso sondaggio citato non testimonia di un grande stato di salute delle altre forze politiche a breve impegnate nel gran cimento: appena il 7  appoggia il più importante dei partiti “laici”, il 5 scarso i comunisti. Dati ancor più preoccupanti provengono da quella buona metà di elettori che non avrebbe ancora idea di chi sostenere e dalla fotografia della società nordafricana offerta da un ulteriore quesito aggiunto al poll propriamente detto. Ebbene, il risultato è che quasi il 50 % dei tunisini vedrebbe di buon occhio un governo islamico (anche “moderato”). Il nazionalismo arabo raccoglie circa un quinto delle preferenze ideologiche. Nota positiva: anche il liberalismo si attesta su questa cifra non disprezzabile, mentre molto più indietro i consensi per socialismo e comunismo, attestati sul 5-6%. Vedremo se alla fine la fredda legge dei numeri prevarrà sul desiderio di portare a compimento quel processo di emancipazione dalla tirannia iniziato 8 mesi fa con l’autoimmolamento di un oscuro fruttivendolo della profonda e poverissima provincia tunisina.

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