Miti da sfatare (di Luca Fusari)

L’Italia si sa è da sempre un Paese in costante declino, la crisi economica che stiamo vivendo è il prodotto politico di questo declino avente come cause l’assoluta fideistica fedeltà verso tesi e paradigmi economico-politici completamente antiquati, non funzionanti e funzionali a risolvere i problemi che esse stesse causano da molto tempo.

La gente ha creduto al contratto collettivo offerto dallo Stato e dai suoi interpreti di professione, i politici, hanno ritenuto che potessero garantire una nuova era di ricchezza per tutti.

Purtroppo come stiamo verificando in questi giorni di manovra finanziaria, tale paradigma si è rivelato una mera truffa all’atto pratico, negante ogni premessa e ogni promessa elettorale; l’incapacità di questi nel produrre una crescita economica e nuova ricchezza costituisce il primo passo per una successiva spirale di frustrazione e di impoverimento che portano a stagnazione e ad un progressivo imbarbarimento della società.

A fronte di tale quadro desolante, uno dei segnali di imbarbarimento sociale non è solo la crescita esponenziale delle tasse e della violenza ma anche della spazzatura.

La spazzatura è il segnale visibile di una incapacità del sistema di funzionare, di rispondere e di assolvere al proprio compito e al ruolo prestabilito; il caso/caos di Napoli inondata dalla spazzatura risulta evidente e mostra come sia i centri decisionali centrali che quelli periferici di fatto siano ormai prossimi alla loro implosione.

A fronte di ciò a fronte di tale spazzatura materiale o visibile, esiste anche un’altra spazzatura a questa connessa che precede e segue ostinatamente quella visibile: quella “informativa”.

Un esempio di spazzatura informativa è la propaganda, la quale informativa non è se non degli atteggiamenti e degli umori decisi dall’alto come degni di essere veicolati nella società.

Essa risulta essere il necessario corollario del sistema al fine di legittimare e presentare sé stesso sempre e comunque sotto i migliori auspici e mai nel torto.

La propaganda viene riciclata e continuamente ripetuta su vari media, nelle forme e nei modi più variegati dai sedicenti “intellettuali di corte” e dal sistema politico-informativo mainstream nel tentativo di consolidare la fedeltà, solidificare saldamente l’ideologia dello Stato quale unico salvatore al fine di estirpare ogni dubbio o scetticismo verso il sistema nonostante il suo clamoroso fallimento politico ed economico.

I “venditori di aria fritta” non mancano a tutti i livelli, capita quindi sovente che tale spazzatura divenga anche un facile e diffuso canovaccio, un mero feticcio da riproporre in chiave di emulazione, quale mezzo e stile argomentativo in mano non a professionisti della disinformazione di sistema ma ad improvvisati loro adepti, ammiratori non meno pericolosi dei primi.

Generalmente sottoprodotto di tale vuoto pneumatico postmoderno creato ad arte, smaniosi dei loro 15 minuti di celebrità vogliono anche loro contribuire in assenza di chiari principi e idee in loro possesso al festival della castroneria e della mera mistificazione al solo scopo di continuare a perseguire le ideologie collettiviste, stataliste e dell’assistenzialismo di massa, negando ogni loro possibile fallimento di tali programmi agli occhi del lettore. 

Sulla rete non mancano tali esempi tra siti complottisti, deliranti e signoraggisti, laddove essi vengono ignorati o ritenuti talmente deliranti e illogici per l’umana ragione da non necessitare nemmeno di una risposta in realtà si rivelano dilaganti, l’attuale Stato di barbarie consente di perpetuare anche sulla rete errori ed orrori all’infinito.

Ecco perché mi sono preso il compito di analizzare e rispondere punto su punto in merito all’articolo, Economia strudel che ho potuto leggere sul blog (ex Wolfstep®) ora Kein Pfusch® (traducibile in Nessun pasticcio, sic!) del tenutario Uriel Fanelli.

L’articolo segnalato risulta essere un chiaro esempio della vuota demagogia di questi personaggi che vogliono ergersi a tribuni della plebe in difesa del sistema e dello status quo.

Il suo contenuto, spacciato come assoluta verità da parte del suo autore è facilmente confutabile dalla prima all’ultima riga inequivocabilmente.

Il nostro Solone inizia il suo articolo presentandosi come “pontefice del Nuovo Verbo salvifico” inveendo scomuniche manco fosse Caronte verso i dannati dell’Inferno dantesco (in questo caso i membri e sostenitori della Scuola Austriaca) da lui ritenuti nonostante tale suo incipit come dei fanatici e di fatto commistionati in una precedente vita con la scuola di Chicago, scuola economica che finisce anch’essa nel suo mirino più in senso lato in relazione alla prima, per il suo presunto cambio di nome.

            «Una nube di idioti, tra cui la rinomatissima (per le cazzate che dice) scuola Austriaca (prima gli stessi idioti erano fanatici  della scuola di Chicago, poi dopo una serie di figure di merda hanno dovuto cambiare nome) sta continuamente ammorbando i commenti di questo blog nella speranza di pubblicizzare le cazzate che scrivono riguardo le farlocchissime teorie che la scuola stessa propugna. Cosi’, spiego come mai sia una gigantesca montagna di merda, semplicemente mostrando come, nei fatti, TUTTI i loro presupposti siano FALSI».

Già in poche righe l’autore ha scritto due menzogne, facilmente smentibili (si veda la prima nota in fondo a questo articolo) anche senza possedere un master in economia solo cercando sul web o addirittura su Wikipedia tanto le informazioni relative a queste due scuole economiche sono in sè chiare.

La scuola austriaca considera il libero mercato come il prodotto dello scambio volontario di beni da parte degli individui, ossia  come il risultato di una interazione tra differenti esigenze degli esseri umani derivanti a loro volta da scelte marginali soggettive singolarmente prese entro una scala di valori di utilità a loro rispettivamente convenienti.

Il prezzo stabilisce l’incontro della domanda e dell’offerta tra consumatore e produttore in relazione ai loro beni e bisogni.

Nella teoria economica austriaca il denaro viene considerato anch’esso un bene solido, una merce-prodotto di scambio per altre merci, esso quindi viene a costituire una merce avente un suo valore di mercato (di richiesta e offerta) che in ragione delle sue particolari caratteristiche di accettazione e utilizzo universale assume un ruolo fondante per tutti gli altri scambi.

Gli economisti austriaci sono inoltre favorevoli a ritenere come moneta (e quindi come bene di scambio universale in cambio di altri beni) l’oro o altri metalli (argento e platino) o minerali preziosi.

Sono quindi considerate come monete quelle valute-merci monetarie utilizzate come promesse di pagamento nelle compravendite aventi un legame o meccanismi di riserva integrale a tali beni solidi.

In ragione di ciò gli economisti austriaci sono contrari alla fiat money (moneta fiduciaria) emessa senza equivalenti in oro dalla Banca centrale (ente monopolista di Stato avente tendenze inevitabilmente inflazionistiche/espansive sull’offerta e disponibilità di denaro sul mercato), la presenza di questo ente implica l’impossibilità che la moneta sia un bene limitato in quanto non falsificabile a livello politico, la moneta di Stato non è un bene autoregolato dal mercato attraverso i suoi liberi scambi con un suo alto valore di acquisto nei confronti degli altri beni, ma risulta essere una moneta fiduciaria espansa in costante perdita di potere d’acquisto a causa della sua stessa inflazione.

La Scuola di Chicago nasce invece ufficiosamente nei primi del Novecento attraverso economisti di ambito neoclassico aventi posizioni però originariamente di sinistra e perfino proto-keynesiane miranti ad un controllato equilibrio economico da parte dello Stato sugli scambi economici di mercato.

Economisti come Irving Fisher tra i maestri seguiti da Milton Friedman (e citati da quest’ultimo nei suoi testi), non solo erano favorevoli alla moneta di Stato sotto il controllo della banca centrale (separando la trattazione della moneta-merce dal resto dell’economia e dal suo naturale processo di libero scambi di mercato) ma attraverso la suddivisione dell’economia in macro e micro-economia posero anche le premesse per altri interventi legislativi da parte dello Stato nel contrasto a livello macro del formarsi spontaneo di aggregati o potentati economici monopolisti o oligopolistici (i cosiddetti trust) visti dalla scuola di Chicago come un problema a priori da prevenire assolutamente, nell’ideale e utopica realizzazione dello scenario di concorrenza perfetta di libero mercato all’ombra dello Stato.

Tale scenario di concorrenza perfetta fu ripresa dal gruppo dei Chicago boys di seconda generazione degli anni ’50-’60 venutosi a costituire nel Dipartimento di economia all’Università di Chicago e aventi ampia risonanza nel corso degli anni ’70-’80.

L’idea della concorrenza perfetta come finalità economica da realizzarsi artificialmente e sistematicamente a tavolino nel mercato, non solo nelle opportunità di ingresso di nuovi soggetti fornitori di servizi ma anche come suo funzionamento e indotto prodotto è la costante che accomuna le generazioni di Fisher e di Friedman.

Pur moderando e riformando il modello di Fisher, essi restano promotori di una visione di egualitarismo economico e commerciale attraverso lo strumento di un mercato strettamente controllato nel suo funzionamento e nelle sue regole dallo Stato anche attraverso lo strumento monetario.

Gli esponenti della scuola di Chicago a differenza dei keynesiani non negano l’utilità del libero mercato e la sua interazione positiva e virtuosa, ma tale sua utilità e sviluppo viene di fatto limitata pesantemente nella sua spontaneità venendo piuttosto indirizzata, gestita e quindi distorta come strumento dalle regole e dai regolamenti politici che ne gestiscono e controllano il suo funzionamento in funzione di una certa “economia giusta di mercato”.

Queste regole normative negano all’atto pratico di fatto la piena libertà del mercato nelle scelte dei soggetti verso determinati offerenti ritenuti dai consumatori magari maggiormente convenienti o soggettivamente più vantaggiosi rispetto ad altri possibili loro alternative.

Gli uomini di Chicago non interpretano tali decisioni degli individui come libere scelte soggettive di preferenza in quanto perseguono l’idea della concorrenza perfetta specie nei soggetti macroeconomici privati, laddove non vi sia tale equilibrio ove cioè una multinazionale o un’industria dimostri di essere superiore alle altre, essi ritengono che vi sia in atto una qualche distorsione o vantaggio realizzato a beneficio dall’offerente (la famosa “posizione dominante”) e non dai consumatori, rispetto ad altre possibili aziende concorrenti (le quali magari sono amici dei politici o hanno prodotti più cari o di minor qualità) oltre che nei confronti dei consumatori stessi.

Risulta evidente come tale intervento antitrust nella macroeconomia sia ingiustamente sanzionatorio nei confronti dell’industria che è riuscita ad emergere grazie ai propri investimenti e ai prodotti più competitivi e a buon mercato, risulta quindi essere un intervento controproducente alla promozione sia della qualità che della quantità dei prodotti a causa di una visione disincentivante verso il merito industriale con una tendenza quindi all’omologazione e alle tesi dei sindacati e delle corporazioni industriali in ragione di una uguaglianza dei contratti lavorativi e delle regole di produzione di mercato tra attori dello stesso ambito.

In pratica l’intervento teorizzato dai Chicago boys risulta essere teso ad una forma di dirigismo e di social-corporativismo, il problema per questi non è nell’azione pubblica e nel monopolio dello Stato ma semmai nell’azione privata (addirittura umana) presente nel mercato.

La Scuola di Chicago è quindi antitetica per finalità, soluzioni e punti di vista basilari da quella austriaca.

La suddivisione in macro-micro economia e l’idea che la macro vada regolata attraverso lo Stato implica di fatto conseguenze che Murray Rothbard esplicitamente bollò come proto-keynesiane, bisogna inoltre ricordare come non si possa ritenere l’economia una serie di compartimenti stagni (macro, micro, questione della moneta) né si può ragionevolmente categorizzare cosa sia macro e cosa sia micro nel tempo.

L’idea che regolando artificialmente e legislativamente la macro e la moneta la micro (delle piccole medie imprese) resti immune da tali conseguenze è una utopia; la micro ne risente come effetti in quanto l’economia è unica non esiste macro-micro in economia, inoltre non esistono né possono esistere criteri per definire nel tempo cosa sia macro e cosa sia micro entro lo sviluppo industriale o commerciale di una attività, questo sia come sviluppo industriale e ricerca delle aziende (nel caso di una loro crescita) sia nel caso una azienda sia in difficoltà (e quindi in fase di recessione).

L’intervento regolatore nella macro implica che lo Stato espanda la propria influenza in modo surrettizio e progressivo su tutta l’economia arrivando di fatto a regolamentare direttamente anche la micro e ampi settori della vita pubblica; la storia quindi della macro-micro è un “cavallo di Troia” per porre un iniziale margine di intervento della politica sull’economia.

Milton Friedman pur rivedendo alcune tesi di Fisher è rimasto ancorato all’idea che lo Stato dovesse regolare le grandi corporation e multinazionali attraverso lo strumento dell’antitrust in mano politica e utilizzare la moneta per regolare il costo della vita e i prezzi dei beni di consumo (le sue idee sono definite non a caso monetariste), esse implicano quindi che la banca centrale operi a tal scopo emettendo periodicamente denaro nel mercato e negli istituti di credito mediante il meccanismo della riserva frazionaria.

A fronte di tutto ciò appare evidente come il liberismo enunciato retoricamente dai monetaristi e dai sostenitori della scuola di Chicago sia un liberismo solo a livello ideale (che ben si sposa con la retorica dei leader politici a cui sovente fanno gioco di sponda) ma non all’atto pratico in quanto nella realtà esso costruisce numerosi lacci e lacciuoli politico-burocratici tesi di fatto a regolamentare il mercato a tal punto da renderlo una variante del corporativismo a livello economico.

L’influenza della politica nell’ambito monetario di fatto ne fa una variante “soft” del keynesismo arrivando di fatto a differenziarsi da esso solo per durata di intervento dell’emissione di moneta onde evitare una Grande Depressione.

Luca Fusari

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2 Risposte to “Miti da sfatare (di Luca Fusari)”

  1. Ma dimmi un po’, chi credi che possa impedire a me, ladrone e assassino, di usare le mie capacità in assenza di stato? Verrò da te e prenderò tutto il tuo oro, e tu non potrai fare nulla.

    Magari arrivasse il giorno!

  2. Graziano Says:

    Direi che affermare che Keynes non avesse fiducia nel libero mercato vuol dire non aver capito Keynes. Tutti amiamo la libertà, ma un posto senza leggi non è un paese libero, è in preda all’anarchia: così vale per il mercato, e mi stupisco che chi dice di appartenere alla scuola austriaca non se ne renda conto, visto e considerato che si basa sulla logica. Una logica degna di tale nome a mio avviso studia tutto e tutti, da Smith, a Marx, a Keynes, a Von Hayek, a Friedmann, cerca di comprendeli ed arriva ad una sintesi.
    E’ avvilente vedere che la cosa migliore che sanno fare gli esponenti delle varie tendenze è darsi reciprocamente dell’idiota, dire che loro hanno la verità in tasca e tutti gli altri sono ignoranti.
    Spero per loro che la verità in tasca ce l’abbiano veramente, altrimenti sono solo bande di supponenti cialtroni autoreferenziali

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