La carica degli elefantini

Ancora poche ore di attesa  alla consumazione  del terzo dei cinque tele-confronti tra i possibili candidati repubblicani alla nomination per la candidatura presidenziale. Questa volta l’evento risulta di particolare interesse visto che la sede è proprio quell’Iowa che il prossimo 6 febbraio, con i suoi caucuses, darà ufficialmente il via alla corsa degli aspiranti anti-Obama. Lo showdown mediatico verrà seguito, a distanza di un paio di giorni, da uno straw-poll che fornirà un primo verdetto sulle ambizioni ed i timori degli 8 in lizza. Mancheranno all’appello, forse un grave errore, l’attuale leader in pectore del campo GOP, Mitt Romney e gli eterni indecisi della competizione, ovvero Sarah Palin e il Governatore del Texas Rick Perry. Dicevamo delle possibili risposte alle velleità del parterre protagonista: Per Tim Pawlenty e John Huntsman si tratterà di un giudizio senza appello. Un fallimento significherebbe compromettere totalmente, escludendo l’imponderabile, le proprie chances considerando anche il non entusiasmante inizio delle rispettive campagne. Anche Newt Gingrich che aveva iniziato in pompa magna sembra aver smarrito la baldanza di qualche mese fa e spera in un problematico rilancio dopo essere stato peraltro abbandonato dal proprio staff. Quanto a Michelle Bachmann, assai autorevole nella precedente tappa in quel del New Hampshire, dovrà confermare la brillantezza di quell’esibizione che le aveva permesso di balzare subito alle spalle di Romney nelle preferenze dell’elettorato repubblicano. Ora, sembra che l’entusiasmo post St Anselme College si sia un po’ appannato: qualche uscita non brillantissima ha contribuito al tutto, anche se i livelli dell’amica-rivale non sono stati fortunatamente emulati. Vera mina vagante, ma nemmeno troppo per la caratura del personaggio, è Ron Paul, rappresentante texano che ha deciso di non ricandidarsi nel suo collegio per meglio affrontare la battaglia presidenziale, da frontman repubblicano o, si mormora, come possibile terzo uomo in rappresentanza di una eventuale coalizione teapartista. Ipotesi suggestiva e non del tutto da escludere. Comunque sia, anche a detta dell’entourage dei rivali, Paul dovrebbe far bene anche in quel di Ames diventando così una seria minaccia all’establishment dell’elefantino. Sicuramente più di quanto la comunità mediatica, piuttosto omissiva nei suoi confronti, sia stata sinora disposta a concedere. Sullo sfondo la paura di un declino che appare irreversibile considerati il downgrade del debito sovrano statunitense e le demenziali politiche economiche attuate dall’amministrazione democratica e dalla banca centrale. Dopo la consumazione del rituale ed i coriandoli per il vincitore ci sarà, infatti, da salvare la più grande repubblica del mondo. Sempre che la situazione non precipiti prima

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