I patemi del grande timoniere

Ha suscitato una certa sorpresa e qualche malcelato scetticismo tra i commentatori stranieri la lunga intervista rilasciata dal Premier russo Vladimir Putin, favorito d’obbligo delle prossime elezioni presidenziali che si terranno il 4 marzo. Il motivo di queste reazioni, non infondate bisogna dire, risiede essenzialmente nell’attacco senza mezzi termini che l’uomo forte della seconda superpotenza(almeno militarmente) mondiale ha rivolto nei confronti di taluni ambienti politici accusati di soffiare sul fuoco del nazionalismo grande-russo e dell’ intolleranza etnica. Un rovesciamento delle parti piuttosto singolare per chi ha fatto dell’esaltazione patriottica e della politica di potenza la sostanza ed il metodo del proprio abile agire nel difficile agone del gigante postsovietico. Durante i primi due mandati da capo dello stato, infatti, nulla è stato fatto per arginare l’ondata di xenofobia anti-caucasica diffusasi nella federazione. Anzi, lo stesso Putin ha puntellato l’impresa di “pacificazione” nella ribelle Cecenia non tanto con le male parole delle squadracce neonaziste che imperversano nella capitale, ma con tutta la forza di un apparato di repressione che non si vedeva dagli anni cupi dello stalinismo. Senza dimenticare il ruolo attivo, chiamiamolo in questo modo,ricoperto dalla diplomazia segreta russa verso i vicini satelliti che tentano di allontanarsi dall’orbita imperiale. Emblematici i casi dell’Ucraina, della Moldova e della Georgia che hanno subito minacce pesanti causa la loro volontà di seppellire definitivamente ogni afflato residuo di “fratellanza slava”. E così, allarmato da quel 43% di concittadini affascinato dal mito della “russia ai russi”, Putin caldeggia un ritorno, nientemeno, alla “nozione sovietica di amicizia tra i popoli” come antidoto a pulsioni “destabilizzanti”. Con tanto di Ministero per le Nazionalità riesumato dal dimenticatoio. Lo stesso di cui fu primo titolare il già menzionato Josif Stalin in anni lontani, ma pare non del tutto trascorsi. Per riequilibrare verso il giusto mezzo quello che ha tutta l’aria di un piccolo dazebao elettorale era impossibile fare a meno di qualche strale contro il separatismo che, anch’esso, “causerebbe il collasso dello stato russo”. D’altronde da chi è cresciuto nel culto della spietata realpolitik comunista cosa aspettarsi di diverso dal centralismo autoritario in barba a tutti i trattati internazionali sottoscritti nelle più alte sedi? Niente autodeterminazione per le tante peculiarità nazionali e culturali asiatiche, siberiane e non solo, dunque. Al massimo il contentino di qualche poltrona di sottogoverno, espediente sempre utile per ritagliarsi quelle clientele senza le quali pare impossibile amministrare qualsivoglia stato contemporaneo. Difficile prevedere se il cambio d’immagine confezionato dal monarca potrà giovare più di tanto ad una campagna elettorale partita piuttosto fiaccamente sulla scia di una contestazione di massa inusitata nelle recenti vicende storiche russe. La vittoria di zar Vladimir è più che possibile. Ma il suo declino è certo.

Pubblicato su “L’indipendenza”  http://www.lindipendenza.com/vladimir-putin/

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