Qualcosa di nuovo, anzi di antico

Indipendenza: una di quelle parole che, nonostante l’uso continuo ed alle volte improprio, è riuscita a serbare quasi intatto il proprio significato intrinseco ed originario. Non è un caso che l’altra felice eccezione sia costituita dal termine Libertà: non importa quante legioni di truffatori, ruffiani e omuncoli abbiano tentato, nel corso dei secoli, di corrompere e snaturare il senso di questo concetto, attributo primario dell’umanità e di qualsiasi individuo. Si potrebbe quasi dire, mutuando terminologia cara ai mistici ed ai credenti, che questa rappresenti la più plastica manifestazione del Verbo che si fa Carne. Libertà ed Indipendenza formano, dunque, agli occhi dei tantissimi che ancora sentono ed intendono, una vera endiade indissolubile ed un connubio eterno. Basterebbero tre illustrissimi esempi storici ad asseverare questa verità elementare.

 Il primo ci proviene dagli impervi bastioni montuosi delle alpi svizzere. In pieno medioevo i contadini ed i pastori di tre lande, conosciute in seguito come i Waldstaetten, prostrati da decenni di vessazioni e razzie dei rapaci Absburgo, decisero di mettere in comune le proprie sorti per scacciare l’oppressore austriaco. La straordinarietà dell’evento è dovuta non solo al clamoroso successo della ribellione, ma anche alla codificazione scritta, la prima in età volgare, del principio di autodeterminazione, seppur in forma alquanto sommaria e sotto la specie di un’alleanza militare  confederale. Recita il testo del Giuramento di Rutli (oggi custodito nel museo della cittadina di Schwitz) : “Sia noto dunque a tutti, che gli uomini della valle di Uri, la comunità della valle di Svitto e quella degli uomini in Untervaldo, considerando la malizia dei tempi ed allo scopo di meglio difendere e integralmente conservare sè ed i loro beni, hanno fatto leale promessa di prestarsi reciproco aiuto, consiglio e appoggio, a salvaguardia così delle persone come delle cose, dentro le loro valli e fuori, con tutti i mezzi in loro potere, con tutte le loro forze, contro tutti coloro e contro ciascuno di coloro che ad essi o ad uno d’essi facesse violenza, molestia od ingiuria con il proposito di nuocere alle persone od alle cose. Ciascuna delle comunità promette di accorrere in aiuto dell’altra, ogni volta che sia necessario, e di respingere, a proprie spese, secondo le circostanze, le aggressioni ostili e di vendicare le ingiurie sofferte.” La concretezza dei montanari, certamente, ma nel contempo la consapevolezza di compiere un atto temerario di sfida all’ordine costituito eppure quantomai moralmente giusto.

Un filo rosso lega i due continenti separati dall’Atlantico: leggendo il testo della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America, vergata da Thomas Jefferson quasi cinque secoli dopo il covenant del prato elvetico, il rimando a quell’exemplum del passato è immediato. Ignoriamo, per la verità, se i Padri Costituenti americani avessero piena contezza e cognizione dell’illustre antecedente. Sappiamo, tuttavia, per sicuro, che l’analogia tra i due eventi era nota alla cultura del tempo. Ne è testimonianza autorevole il “Wilhelm Tell” di Friedrich Schiller che mascherava la  censurata ribellione dei coloni del Nuovo Mondo dietro l’epopea dell’eroe nazionale svizzero. Il tutto in funzione antinapoleonica giacchè gli ammaestramenti dell’insurrezione americana assai inquietavano il cesarismo bonapartista. Non può sfuggire, tuttavia, una differenza fondamentale tra le scene del dittico sommariamente illustrate: mentre gli svizzeri avevano reagito all’aggressione e vinto spinti  da un naturale istinto alla libertà quasi innato tra gli abitanti di quei luoghi impervi, ben più consistente era l’armamentario culturale da cui i commercianti di New York o i proprietari della Virginia potevano attingere per corroborare le motivazioni del proprio sollevamento verso la madrepatria britannica. Il lievito della riforma protestante, in primis, con il principio del libero esame delle Scritture e la conseguente valorizzazione del dissenso, diede il via non solamente, secondo la nota tesi weberiana, al moderno capitalismo nordeuropeo, ma soprattutto favorì l’affermazione di quella democrazia delle possibilità e delle capacità descritta dal Tocqueville nel suo mirabile funzionamento (ma anche nel rischio di trasformarsi in una “tirannide della maggioranza”). La filosofia politica, dal canto suo, aveva compiuto un cammino a dir poco vertiginoso nel corso dei secoli approdando, alfine, all’opera lockeiana e a quella dei suoi epigoni. Quanto la teoria dei diritti naturali ed imprescrittibili possa aver influenzato gli scritti di un Franklin, di Madison o dello stesso Thomas Jefferson è oramai materia da manuali di storia. Quel che preme constatare è come il transfert tra diritti individuali e diritti dei popoli, libertà in testa, divenne nell’arco breve di pochi decenni il senso comune, per dirla con Paine, condensato nella Dichiarazione del 1776. Per oltre un secolo e mezzo la vittoria in un conflitto apparentemente impari che vedeva fronteggiarsi il più potente impero militare e commerciale del globo ed i pionieri di un mondo selvaggio fornì alimento a tutti coloro che cercarono di emularne le gesta. Ma, a dire il vero, tolta la fortunata eccezione del sudamerica  che si affrancò, ad inizio ottocento, dal dominio spagnolo, ben flebile eco percorse gli altri continenti dopo l’iniziale clamore. Troppo forti le fanfare del nascente nazionalismo veicolato dalla Grande Révolution francese del 1789 e dal sogno imperiale napoleonico che ebbero ascolto ed accoglienza assai più entusiastica tra le nuove elites europee. Non a caso furono i processi unitari di Italia e Germania, costruiti sulla punta delle baionette a caratterizzare il secolo del romanticismo. E, assieme, alla corsa frenetica verso il mito della Nazione, grande o piccola che fosse, riprese vigore l’espansionismo militare che, fatalmente, portò alla prima grande conflagrazione mondiale, tomba degli imperi coloniali ma alba delle pestifere e genocide ideologie totalitarie del secolo breve. Poco spazio, quindi, per le rivendicazioni di autonomia da parte di regioni e popoli oppressi. La stessa America che aveva acceso la fiaccola risolse, seppur a prezzo di  una carneficina fratricida la questione sospesa della dialettica fra potere federale e diritti degli stati: era l’inizio del tradimento di quei principi del ’76 ed il primo passo in direzione del destino palese di una superpotenza. Il mito fondante della “patria della libertà” e l’irresistibile spinta all’egemonia convissero, tuttavia, per oltre due secoli fino alla crisi odierna che pare davvero concedere poche chances di sopravvivenza ad un’istituzione, lo Stato-Nazione perlappunto, convertitosi in despota, ben più occhiuto dei sovrani assolutisti del tempo che fu.

Stretta l’Eurasia fra le tenaglie feroci dei fascismi e del comunismo bolscevico, toccò al subcontinente indiano amministrato con mano paternalista e decisa dagli inglesi, offrire un salto di qualità decisivo nella teoria e nella pratica dell’indipendentismo moderno. Se gli americani avevano, infatti, raggiunto l’emancipazione in forza di una rivolta armata condotta a buon fine, all’India toccò la fortuna di poter disporre di una personalità straordinaria capace di compendiare, nella sua azione, il common law anglosassone, la spiritualità del jainismo e gli insegnamenti di Henry David Thoreau sulla disobbedienza civile. Mohandas K. Gandhi riuscì, trasformando in carne viva il principio dell’ahimsa (nonviolenza), a mettere in scacco l’avversario sino a ridurlo all’impotenza. Nella seconda metà del ‘900 la tentazione della lotta armata continuerà a mietere vittime ed illusioni, ma la via maestra era ormai segnata. Ed era stato un piccolo uomo con gli occhiali dall’aria mite e dalla determinazione ferrea a tracciarla con il proprio esempio. Contemporaneamente alla forza dell’esempio gandhiano anche il diritto internazionale rafforzò non poco l’opzione dell’autodeterminazione pacifica. Dalla Carta delle Nazioni Unite al Protocollo di Helsinki numerosi documenti ufficiali sanciscono oramai l’ingresso di quest’ultima nel novero delle scelte possibili. Così, recentemente, abbiamo avuto la possibilità di assistere alla separazione consensuale della Cecoslovacchia ed alla riconquistata sovranità delle repubbliche baltiche. Ma, quasi per spietato contrappunto, ci è toccato osservare la mattanza che ha accompagnato la dissoluzione della Jugoslavia, prigioniera della violenza dei nazionalismi in armi contrapposti. Un rischio insito nelle lotte di emancipazione anche incruente, come fortunatamente sono la maggior parte, è proprio il ripiegamento esasperatamente identitario che assai può nuocere al progetto di nuova patria nascitura. Essersi lasciati alle spalle i lutti e le ubbìe dei grandi leviatani nazionali per ripetere, seppur con conseguenze meno funeste, errori simili, non sarebbe una grande riuscita per un’impresa partita con le più nobili intenzioni.

Oltre agli strumenti giuridici, alle armi nonviolente ed alla simpatia delle opinioni pubbliche mondiali, il supporto ideale del liberalismo è un presidio irrinunciabile ed insostituibile per scongiurare questo tipo di deriva. Più del liberalismo democratico o sociale che rappresentano tentativi non riusciti di puntellare l’edificio logorato di quella che, con espressione felice, taluno ha definito “democrazia reale”, sono le più recenti sperimentazioni del libertarismo, non limitate all’ambito meramente speculativo, ed il revival provvidenziale di autori troppo in fretta rimossi come il francese Fréderic Bastiat, alfiere del laissez-faire, o il suo omologo francofono (ma belga) Gustave de Molinari, vero precursore dell’anarchismo di mercato, ad aver assai opportunamente allargato il perimetro concettuale di una nuova possibile declinazione della territorialità in chiave “leggera” e meno coercitiva. Compito non facile, inutile negarcelo, vista la progressiva sclerotizzazione delle forme consolidate di democrazia rappresentativa oggi imperanti. Per quanto concerne la pars destruens, essenziale in ogni processo che non farebbe scandalo definire rivoluzionario (riappropriandosi di un termine schiettamente liberale e borghese) considerato l’obiettivo da raggiungere, molto utili sono le suggestioni lasciateci da Murray Newton Rothbard, il massimo teorico del libertarismo contemporaneo, che nel suo “Nazioni per consenso” si spinge a delineare uno scenario di disgregazione delle nazioni otto-novecentesche attraverso una teoria di secessioni e possibili aggregazioni sino a scardinare il monopolio territoriale dello stato così come lo conosciamo. Si arriverebbe, in questo modo, ad una omogeneità che solamente la volontarietà può garantire. Di conseguenza le dimensioni della nuova compagine “statale”, definiamola così per comodità, potrebbero essere molto limitate, addirittura al livello di quartiere o di condominio.Senza escludere la possibilità di forme più complesse come città-stato, micronazioni e libere confederazioni di più soggetti. In parole povere la fine dei grandi contenitori costruiti con tratti di penna e colpi di cannone che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli e poco più di storia. Non un utopia, come affrettatamente si potrebbe giudicare, ma una realtà la cui trama già inizia a dipanarsi dinanzi ai nostri occhi ancora abbastanza increduli. Quanto guardare alle esperienze del passato ci aiuti a valutare la pericolosità del mostro che abbiamo contribuito con babelica leggerezza ad edificare ci è, invece, illustrato dal più dotato degli allievi di Rothbard, Hans Hermann Hoppe. In “Democrazia: il dio che è fallito” la vis critica dello storico non deve farci perdere d’occhio l’intento principale che è quello di suggerire un’organizzazione policentrica del consorzio umano che ridia centralità al diritto di proprietà ed al libero mercato. Ma non sono solamente questi ed altri teorici come David Friedman o R.T.Long a discettare dell’evoluzione della specie “homo politicus”. Diversi tentativi di concretare queste idee sono già in corso in diversi punti del pianeta: potremmo citare il principato di Sealand piuttosto che le comunità volontarie sorte un po’ ovunque in nordamerica. Grande notorietà, ad esempio, ha conquistato il “Free State Project”, embrione di società libertaria che dovrebbe sorgere in una zona del New Hampshire al raggiungimento del ventimillesimo componente. Anche volendo accantonare per il momento come premature queste ipotesi di riconquista piena della sovranità individuale, sarebbe alquanto ingiusto liquidarle come elucubrazioni intellettuali e mode momentanee alla maniera fatta da tanta pubblicistica e tanta politica sia conservatrice che democratico-progressista. A confutare tanta sicumera basta prendere in mano un atlante geografico contemporaneo ed operare un semplicissimo confronto fra il numero di stati esistenti all’inizio del novecento e quello di un secolo dopo: noteremo, per lo stupore di tanti, che la cifra è più che triplicata, passando da una sessantina scarsa a quasi duecento. E l’aspetto più importante risiede senz’ombra di dubbio nella constatazione che il processo appare irreversibile nonostante le resistenze, alle volte anche violente, dei sistemi interessati dalle spinte centrifughe.

Perlustrando con attenzione, seppure entro i limiti  di una veloce ricognizione, la mappa evocata come pietra di paragone del cambiamento impetuoso che stiamo vivendo, inizierò l’analisi dai tre massimi campioni del potere militare ed economico globale ossia gli Stati Uniti, la Cina e il riemergente orso russo. Come accennato dinanzi, la dicotomia sempre più accentuata tra “big government” centrale ed i poteri che il sistema di pesi e contrappesi attribuiva ai singoli stati dell’unione sta minando le basi stesse del compromesso faticosamente raggiunto dopo la lacerazione della guerra di secessione. L’avanzata irresistibile dell’interventismo pubblico nella sfera del vissuto quotidiano individuale ha generato, in risposta, un’ inquietudine crescente che si riversa in diversi canali di protesta. Si va dal Tea Party, quasi a rievocare quello spirito ancestrale snaturato dalla stratificazione di troppa pessima politica, a quegli esperimenti di privatopie già descritti in precedenza. Ma riprendono contestualmente forza i localismi in tutti e quattro gli angoli del paese. In Alaska, ad esempio, esiste da oltre un trentennio un partito che riesce a coniugare felicemente il senso di appartenenza con una piattaforma di governo puramente libertaria. Difesa del diritto di portare le armi, tutela della proprietà privata ed economia di mercato sono infatti i capisaldi programmatici dell’Alaskan Independence Party che, come indicato icasticamente nel nome, punta alla separazione da Wahington. Dopo essere riuscito, per la prima ed unica volta in questo ultimo secolo, a far eleggere alla carica di Governatore un proprio rappresentante, il movimento ha conosciuto una eclisse piuttosto lunga per riemergere dal cono d’ombra solo da poco, come testimoniano i numeri crescenti dell’affiliazione elettorale che collocano l’AIP in terza posizione, anche se distante dai due colossi tradizionali repubblicano e democratico. Altra situazione non priva di interesse nel progressista Vermont dove il “Second Republic Party”, pur non partecipando a competizioni elettorali, si spende nel propagandare presso  i concittadini l’idea che forse sarebbe meglio far da sè, senza il condizionamento di Congresso e Casa Bianca. Quasi un eden dal sapore waldeniano, giusto ad omaggiare il non lontano luogo delle meditazioni di quel Thoreau che già ho ricordato come uno dei padri spirituali dell’impegno civile e politico gandhiano. Dal New England scendendo verso quel sud che conobbe il ferro ed il fuoco della battaglia e della sconfitta spiccano gli adepti della “League of the South” meno effimera del “Southern Party” presto sparito tra i litigi delle sue varie componenti. Il sogno non nascosto è quello di far rivivere in qualche modo la Confederazione sudista depurandola, ovviamente, delle parti indifendibili come lo schiavismo istituzionalizzato o quello “spontaneo” del Ku Klux Klan.Tradizionalismo senza revanscismo, dunque, per conservare la specificità del “Vecchio Sud”. Velleitarismo, sempre che l’ambizione di qualche politico locale non trasformi in proposta concreta questo folklore. Cosa possibile ricordando l’uscita antiobamiana del Governatore texano Rick Perry che, non più tardi di un anno addietro minacciava, con tanto di appiglio legal-costituzionale, la dipartita dello stato della stella solitaria dal consesso yankee. Ma se il Texas, ormai nuova terra promessa e baricentro dell’economia americana, può reclamare a gran voce un supplemento di autonomia in grazia di questi nuovi fasti, la California, nobile decaduta, si vede quasi costretta a farlo spinta da un catastrofico dissesto finanziario. Accade così , nella culla della Silicon Valley, che un oscuro supervisore della Contea di Riverside, tale Jeff Stone, se ne esca  con l’illuminazione di segare in due lo stato, distaccando dal centro le 13 contee sudorientali. Sono segnali da non trascurare visto che proprio dalla California presero le mosse la rivoluzione hippy e quella neoliberista reaganiana.

Sorvolato il Pacifico giungiamo nel più stupefacente esempio di ingegneria sociale ed economica conosciuto a memoria d’uomo: la Cina, già portabandiera del comunismo più ortodosso ha compiuto una trasformazione nella direzione di un capitalismo autoritario che mette a serio rischio il primato delle democrazie occidentali. Ma, dietro le cifre mirabolanti della crescita si nascondono tensioni crescenti di natura sociale ed etnico-geografiche. Il benessere assaporato dai quadri di partito e dalla nuova classe media cinese genera la rabbia di quelli che alimentano il miracolo con ritmi di lavoro e paghe da fame. Quasi un singolare ed ironico rovesciamento dello schema classico marxiano con i capi e capetti del PCC ad interpretare il ruolo del pescecane dipinto in tanta letteratura agit-prop. Oltre allo spettro della rivolta anti-establishment altre nubi incombono su Pechino. E la forza bruta, tradizionale risorsa dell’apparato di potere, potrebbe non bastare a tener sotto controllo il sistema. D’altronde la riprovazione mondiale per la persecuzione di cui sono state fatte segno le minoranze tibetane e turcofone del Sinkiang sono la riprova che il pugno di ferro funziona sino ad un certo punto. Soprattutto se si trova a contrastare l’opposizione pacifica dei monaci tibetani. L’eventuale piena sovranità dell’isola di Taiwan, ultimo riparo dei nazionalisti cinesi sconfitti dall’Esercito del Popolo, è, invece, più un residuo della guerra fredda tanto più ora che le differenze tra isola e terraferma si sono alquanto stemperate, almeno sul lato del modello di sviluppo seguito.

Anche la Russia si trova a fronteggiare periodicamente tentazioni di fuga dal seno della propria mole colossale. Di solito ciò è avvenuto nei momenti di vuoto e caos politico intercorrenti tra due fasi autoritarie. Come durante il trapasso dell’autorità regale dai Rjurikidi ai Romanoff o subito prima dell’affermarsi pieno del bolscevismo o ancora negli anni successivi all’ammainabandiera rossa dalla fortezza del Kremlino. La  sete di energia smisurata dell’Eurasia ha ricompattato un complesso mosaico di nazionalità ed etnie che stava per collassare definitivamente. Per converso i morsi della crisi finanziaria esplosa da qualche anno mette in serie ambasce la monarchia postcomunista putiniana. Anche in questo caso la nemesi fa da protagonista assoluta sulla scena: l’uomo forte castigamatti dell’oligarchia corrotta si ritrova contestato in ogni piazza da una folla nauseata dai maneggi della cricca dominante. La delegittimazione del regime può portare ad un rifiorire delle opzioni secessioniste e non solo nel martoriato Caucaso, dove il protettorato ceceno testimonia tutta la durezza della ragion di stato intesa nella sua accezione peggiore, ma ovunque i gravami degli ukaze moscoviti contrastino con le tradizioni ed i sentimenti di popolazioni refrattarie all’abbraccio mortale della cosiddetta madrepatria Russia. E allora dalla Siberia, al Tatarstan, ai sami della Penisola di Kola potrebbero giungere, a breve, nuove scosse capaci di lesionare un edificio che sembrava essere tornato inespugnabile. Certo dovremmo augurarci che tutto si svolga in maniera non troppo traumatica: non dimentichiamo che la stessa Cecenia, inalberato il vessillo dell’autodeterminazione, si trasformò nell’arco di pochi anni, anche causa la violenza della repressione russa, in un comodo ricettacolo per l’estremismo terrorista islamico. Un promemoria insanguinato che la generazione di bloggers e contestatori scesi in piazza contro il nuovo zar dovrà tenere ben presente se non vorrà ripetere i troppi errori del passato.

Il laboratorio di sperimentazione più importante per il nuovo corso delle politiche autonomiste ed indipendentiste rimane, tuttavia, l’Europa. Non esiste quasi stato, nel vecchio continente, che non debba misurarsi con richieste di questo tipo provenienti dagli ambiti locali. A partire dai tenori maggiori, Francia, Regno Unito,Italia, Spagna e Germania che pure sembrava aver invertito la rotta con la riunificazione della parte orientale una volta crollato il Muro di Berlino. Ma le maggiori chances di assistere al parto di nuove entità particolari ci verranno, a detta di molti, da due stati minori: la Danimarca ed il Belgio paese,quest’ultimo, tra i fondatori del Mercato Comune Europeo. La piccola penisola scandinava saluterà, da qui a poco, quelle che erano due sue contee di dimensioni alquanto eterogenee tra loro: la gigantesca Groenlandia, l’isola più grande del mondo escludendo il continente australiano, ed il minuscolo arcipelago delle Faer Oer. Nel 2008 gli abitanti della prima hanno votato un referendum che attribuiva loro una maggiore autonomia, in pratica un’opzione di autogoverno. Il  sì  al quesito ha ottenuto  una maggioranza quasi plebiscitaria, oltre il 70%,lasciando al governo danese le sole competenze concernenti la difesa  e la moneta. Nelle Faer Oer,invece, il referendum, che aveva per obiettivo il distacco completo da Copenhagen, si era già tenuto nel 1946 con esito seppur di un soffio favorevole, ma un vero e proprio golpe bianco ne annullò l’esito convocando elezioni anticipate sfavorevoli all’amministrazione secessionista in carica. Difficilmente oggi simile scenario si ripeterebbe visto l’atteggiamento benigno e rassegnato con il quale la Danimarca ha accolto la consultazione groenlandese. Una nuova chiamata alle urne, stavolta decisiva, potrebbe essere stabilita entro breve visto che il parlamentino di Torshavn ha già in progetto di emendare la costituzione proprio riguardo a questo punto dirimente. Il Belgio vive tutt’altra situazione vista la netta divisione esistente tra due diverse comunità linguistiche costrette a convivere in un contenitore artificiale nato in piena epoca di risorgimento delle nazionalità. Con il non trascurabile particolare che fiamminghi e valloni non costituivano certo una unica nazionalità. Fin quando la guida francofona ha retto il cammino di Bruxelles un compromesso era sempre possibile, ma, allorquando le province settentrionali acquistarono un dinamismo economico che il resto del paese faceva fatica a mantenere, le distanze non fecero che allargarsi sino a scavare l’attuale fossato. L’ interminabile crisi politica susseguitasi alle ultime elezioni non ha fatto che accentuare, qualora ve ne fosse stata necessità, la sensazione di ineluttabilità che accompagna la morte per consunzione di questo piccolo frankenstein istituzionale nel cuore d’Europa.

Quanto alla Spagna, possiamo senza tema di smentite scrivere che non vive momenti facili: uscita dalla dittatura franchista conservando l’istituzione monarchica come collante tra il piccolo mosaico di regioni e comunità autonome che ne rappresenta l’ossatura, la giovane democrazia iberica ha conosciuto un periodo di crescita economica piuttosto lungo per precipitare, dal 2008, nell’incubo del default finanziario. Per oltre 30 anni il confronto tra Madrid e la periferia, soprattutto quella che mai aveva accettato il dominio della capitale, ha avuto due volti: il primo quello duro e drammatico del terrorismo con le efferatezze dei terroristi baschi dell’ETA cui si reagì, da parte del governo, con una guerra sporca senza esclusione di colpi. L’altro, sicuramente più moderato, tentava di ribadire le ragioni della secolare identità catalana. La svolta messa in atto in Euskadi dalle forze più oltranziste che hanno ufficialmente abbandonato la lotta armata offre l’occasione alla sosiddetta sinistra abertzale di mietere ripetuti successi elettorali sotto forma di coalizioni composite. Pensare un domani ad un’alleanza con i rivali storici del Partido Nacional Vasco non è più un’ipotesi tanto irrealistica. Il tutto sancirebbe l’esistenza dei numeri per il grande passo (oltre il 50%, attualmente). Dalle parti di Barcellona dirimente è, invece, la questione dello Statuto, recentemente bocciato dal Consiglio Costituzionale spagnolo: decisivo sarà l’atteggiamento che il governo autonomista catalano, guidato da Convergencia i Uniò, deciderà di assumere magari spinto dall’impellente desiderio di non vedere vanificato un progetto di governo in solitario accarezzato per decenni. Anche qui conterà molto la sintonia con la vasta area, circa il 15%, dell’indipendentismo catalano, in massima parte espressione della storica sinistra repubblicana e nazionalista di ERC. Se gli occhi di tutti sono proiettati su Bilbao o Barcellona, gioverebbe non sottovalutare tutte le voci che si levano da altre comunidades autonomicas insofferenti dell’abito amministrativo che inizia ad andare sempre più stretto. Si va dalle isole come le Canarie e le Baleari, alla Galizia dal retaggio celtico, dalla Asturia alla stessa Castiglia per arrivare sino all’Andalusia, da sempre ponte privilegiato di ogni cultura mediterranea.

 Se la confinante Francia condivide con il vicino le specificità basche ed occitane presenti nel Midi, le vere spine nel fianco del paese di Chauvin vengono dall’orgogliosa Bretagna e dalla patria di Napoleone Bonaparte, la piccola ed arcigna Corsica. Similmente ai baschi la tentazione della lotta ha attraversato la parabola del nazionalismo corso. Di qui le azioni del Fronte di Liberazione Nazionale Corso che hanno colpito soprattutto il possibile processo di emancipazione  negli anni ’80 e ’90. Ora, i sostenitori dell’azione armata sembrano aver perso peso e con l’emergere di una forza come Corsica Libera, cartello di più organizzazioni separatiste, le premesse per riprendere la rotta verso il sogno che fu di Pasquale Paoli nel lontano settecento appaiono meno nebulose. In Bretagna il terrorismo ha avuto forma più che altro dimostrativa ed è scomparso dai radar da qualche tempo offrendo spazio all’affermazione del Parti Breton che sposando una linea gradualista punta a restituire alla penisola bretone la piena sovranità. Altrove si agitano vecchie bandiere storiche come in Borgogna, Lorena o Savoia per riesumare miti ancora pulsanti sotto la cappa di omogeneità e conformismo patriottico imposta da Parigi. Altri ancora, come i normanni e  gli alsaziani si contenterebbero di un po’ più di mano libera nei propri affari regionali e ci sono coloro come la Franca Contea ed alcuni settori della Ligue Savoisienne  che chiedono addirittura di riunirsi alla confederazione Elvetica…

Concluderei questo excursus sommario e necessariamente lacunoso con il fronte che ha suscitato senza dubbio più entusiasmo tra gli amanti delle antiche libertà: la Scozia dei clan e di William Wallace, eroe del luogo fatto rivivere in pellicola dal kolossal di Mel Gibson. Come noto a tanti, lo Scottish National Party, nato nel lontano 1934, governa da un anno ad Edimburgo con la maggioranza assoluta del parlamento. L’intenzione confermata più volte dal Premier Alex Salmond è quella di convocare l’elettorato entro il 2015 per decidere sulla rinascita di un libero stato sulle ceneri dell’Union Jack di Giacomo Primo. Nulla di cosi drammatico come le lotte all’ultimo sangue dei secoli passati, ma solo la riaffermazione di un diritto che affonda le proprie radici in un medioevo leggendario ed in una cultura che non accettò di farsi assoggettare nemmeno dalla formidabile macchina bellica romana. La partita sarà molto difficile, ma corretta: da Londra fanno sapere che non si opporranno alla tenuta del referendum e, quasi sicuramente, accetterebbero il responso delle urne, foss’anche per loro negativo.

Comunque sia, molti sguardi seguiranno con attenzione, partecipazione ed invidia quanto scaturirà in quei giorni dalla terra di Burns e Walter Scott. Persino dalla sfortunata penisola italica oppressa da un potere al contempo farsesco e crudelmente macbettiano delle cui vicende ci toccherà trattare dalle colonne di questo giornale.

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