Cambio di passo

L’Indipendenza, ve ne sarete accorti, segue con attenzione particolare, quasi con trepidazione direi, le sorti presenti e future della Scozia. Assieme a quelle del vicino Belgio, in effetti, esse sembrano prefigurare un avvenire possibile per il continente europeo non più dominato da un’ottusa tirannia burocratica sovranazionale o dalle vetuste oligarchie degli stati ottocenteschi, ma basato sul tanto declamato quanto poco rispettato ditritto all’autodeterminazione dei popoli. La  notizia di oggi, se fosse confermata dagli eventi, ha un che di davvero deflagrante, tanto da far sobbalzare tutti i patrioti dell’Europa delle regioni nonchè i difensori dell’ordine costituito (le Corti, si sarebbe detto un tempo). Sull’ edizione domenicale del “Daily Express”, giornale conservatore non certo sostenitore di istanze secessioniste dal Regno Unito campeggia un sondaggio che ribalta l’inerzia del voto in un eventuale referendum sull’indipendenza di Edimburgo. Finora i favorevoli non avevano mai oltrepassato la barriera psicologica del 30-35% , anche se, giova ricordarlo, le indagini statistiche nel merito avevano perso ultimamente la sistematicità degli anni passati. Stamattina, invece, risulta che ben il 51% dei consultati, quanto basta per trionfare nell’urna seppur di strettissima misura, approverebbero la divisione, fatto che costituisce, commenta il quotidiano, “un severo avvertimento ai fautori dell’Unione”. A corroborare l’importanza del tutto vi è da rilevare che il risultato è venuto fuori da una domanda secca, di tipo binario, ovvero che imponeva la scelta tra il Sì o il No all’indipendenza. Non va dimenticato, infatti, che il governo di Alex Salmond sta lavorando su un’ipotesi più elaborata comprendente un terzo  esito referendario a favore di una maxi-devoluzione a compendio di quella approvata dal Governo Blair negli anni ’90. Uno stratagemma evidentemente congegnato per ammortizzare il possibile effetto negativo di una sconfitta. E, invece, sembra proprio che l’aver iniziato a parlare senza remore dell’unico vero obiettivo politico portato avanti dallo Scottish National Party, vale a dire la  restaurazione delle perdute libertà scozzesi, sia stata davvero una strategia che inizia a dare i propri frutti. Non è più tempo di timori reverenziali, dunque, ed anche le prime reazioni di parte scozzese vanno in questo senso, facendo la debita tara della cautela insita in ogni circostanza. Il Portavoce della campagna referendaria scozzese, Angus Robertson, definisce il sondaggio un “forte impulso”, affermando che “gli elettori hanno compreso che la politica del governo scozzese è favorevole ad una Scozia indipendente con la Regina Capo dello Stato”. Una soluzione istituzionale di tipo Commonwealth, insomma, sul tipo di quella adottata da Canada, Australia o Nuova Zelanda, nazioni pienamente sovrane che hanno pur conservato questo tenue cordone ombelicale con la madrepatria. Altro elemento rilevante che scaturisce dall’inchiesta di “Vision Critical” (l’istituto che ha effettuato il sondaggio) è il sostanziale equilibrio tra favorevoli e contrari, con una lieve prevalenza dei secondi, nelle aree non scozzesi del Regno Unito. Segnale evidente che anche nel resto del paese si fa strada l’idea che un divorzio consensuale sia sempre meglio di una convivenza forzata. Staremo ad aspettare, quindi, il 2014, data probabile di convocazione del referendum, con la speranza che simile lungimiranza trionfi. Con la speranza che un esito fausto possa riverberarsi anche a latitudini geografiche più basse e più sfortunate.

pubblicato su “l’Indipendenza”:    http://www.lindipendenza.com/secessione-scozia/

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