Status quo vs stato dell’Unione

La carovana delle elezioni primarie repubblicane è approdata a Porto Rico, isola caraibica e stato libero associato alla federazione americana. In base al proprio status istituzionale, un vero e proprio commonwealth simile a quello irlandese precedente alla nascita ufficiale dell’Eire, i portoricani pur essendo cittadini americani non votano per le elezioni presidenziali o congressuali, ma possono esprimere una preferenza nella scelta dei candidati per la Casa Bianca. Quest’anno è toccato ai repubblicani battagliare per contendersi i 23 delegati in ballo in questa primaria. Non un numero così cospicuo (poco meno dell’ 1% del totale), ma nel contesto di una corsa piuttosto combattuta una posta nient’affatto trascurabile. Nonostante ciò, i due principali rivali per la nomination, il rappresentante dell’establishment Mitt Romney ed il conservatore Rick Santorum, si sono limitati allo stretto indispensabile, snobbando San Juan e dintorni in favore di Illinois e Louisiana. Mitt Romney, addirittura, ha interrotto anzitempo il suo mini-tour una volta incassato il sostegno di parte del notabilato politico locale. Nel mentre Santorum comprometteva, forse, le velleità di successo con una dichiarazione favorevole all’utilizzo esclusivo della lingua inglese negli atti ufficiali delle amministrazioni pubbliche. Una issue piuttosto spinosa già soggetto di forti controversie da almeno un ventennio, ovvero dall’effimera esperienza di segno diametralmente opposto (con lo spagnolo come unico idioma) messa in atto dall’allora Governatore, Rafaél Hernandez Colòn. La decisione venne poi rovesciata da un governo di diverso colore che si pronunciò per il bilinguismo, anche se con la tacita accettazione dello status quo. Nè poteva essere diversamente visto che dei 4 milioni circa di abitanti  solo poche decine di migliaia padroneggiano con disinvoltura l’inglese. Ma la questione linguistica ne sottende, come noto, un’altra assai più importante, ovvero il futuro ed il prosieguo della “relazione speciale” tra la più importante super-potenza mondiale e questa ex-piccola colonia spagnola, liberata o occupata (a seconda dei punti di vista) alla fine della guerra del 1898. Tre le ipotesi sul tappeto: la prima, l’ingresso ufficiale nell’Unione in qualità di cinquantunesimo stato,che ha trovato concordi sia Romney che Santorum, gode di un forte, ma non maggioritario, supporto presso la popolazione portoricana. La seconda opzione, il mantenimento dell’attuale partnership (Libre Estado Asociado), conserva un seppur lieve margine di vantaggio sulla precedente. Ultima viene la richiesta di indipendenza, caldeggiata dal Partido Independentista Portoricano di tendenza socialdemocratica ed affiliato all’Internazionale Socialista. La scelta più radicale è stata fatta propria, in passato, da un numero abbastanza esiguo, anche se non trascurabile, di elettori (dal 2,5 al 4,5% circa). Infatti, per ben tre volte, nel 1967, 1993 e 1998, il corpo elettorale si è espresso in un quesito referendario che comprendeva tutte e tre le risposte. A distanza di 14 anni dall’ultimo pronunciamento, il prossimo 6 novembre, andrà in scena l’ ulteriore replica di questa pièce. Potrebbe non essere l’ultima e, di sicuro, appassionerà i portoricani più del duello repubblicano o del concomitante show presidenziale.

Pubblicato su L’Indipendenza: http://www.lindipendenza.com/porto-rico/

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