L’ora degli indipendenti

Posted in politica estera with tags , , , , , , , on marzo 26, 2012 by lafayette70

In un disperato tentativo di rinviare quanto più possibile il redde rationem sembra che i tecnici greci al governo per altrui e superna volontà abbian preso gusto ad eludere un pronunciamento definitivo sulla data delle prossime elezioni(anticipate). Si dovrebbe andare alle urne, condizionale d’obbligo, tra la fine di aprile ed inizio maggio, ma la conferma, come si è intuito da quanto sopra, è ben lungi dall’essere arrivata. Ben si comprendono i motivi di questa calcolata inerzia: convinzione unanime, infatti, vuole che l’attuale esecutivo-fantoccio e la coalizione assai improbabile di partiti che lo hanno appoggiato non sopravviverebbe nemmeno un minuto ad una disfatta  cocente come quella in arrivo. Quelli messi peggio di tutti sono i socialisti del PASOK: archiviata definitivamente la dinastia dei faraoni Papandreu toccherà all’attuale Ministro delle Finanze, Evangelos Venizelos, assolvere il compito impossibile di limitare una batosta storica. Con un esito finale di poco sopra al 10%, come in diversi sondaggi si minaccia, il rischio concreto è quello della quasi estinzione o quantomeno della totale irrilevanza. A capitalizzare la fuga degli elettori socialisti, quasi un esodo biblico a giudicare dall’entità, saranno, oltre ai due partiti comunisti, la neonata formazione di Sinistra Democratica, composta da fuoriusciti riottosi ad accettare i diktat di Bruxelles e le ricette lacrime e sangue del Premier Papademos e della BCE (della quale lo stesso Papademos è stato in passato uno dei vice-presidenti). Ma i guai per i manovratori non finiscono certo qui. Imploso il PASOK, coloro che apparivano come i sicuri vincitori della partita, i conservatori di Nea Demokratia, vedono svanire la potenziale maggioranza governativa che ancora qualche settimana addietro costituiva più di una mera ipotesi. Troppo forte il discredito per l’allineamento supino alle direttive stabilite dalla corte franco-tedesca, nonostante alcuni patetici tentativi di smarcamento del leader Antonis Samaras quali l’assicurazione di rinegoziare il patto-capestro salvaEllade. Così, gli epurati del voto blindato sull ‘euro-pacchetto hanno deciso bene di mollare la nave in tempesta e tentare l’avventura  assecondando il vento impetuoso della protesta. Il caso più eclatante di questa cupio dissolvi è, senza ombra di dubbio, la nascita del movimento “Greci Indipendenti” guidati da Panos Kammenos, ora deputato senza-partito ma con lunga militanza in ND. Sono in tanti a scommettere che questa partenogenesi della destra conservatrice possa essere una delle tante  grandi sorprese del voto riuscendo agevolmente a superare l’asticella del 3% che consente la rappresentanza parlamentare. Certo, a giudicare dai discorsi espliciti pronunciati in questi giorni, è difficile pensare agli “indipendenti” come partner di una qualsivoglia coalizione governativa che assicurasse il rispetto integrale dell’attuale indirizzo amministrativo. Kammenos ha, infatti, tuonato contro l’UE e il FMI bollandoli come autori di un “vergognoso ricatto” verso il popolo ellenico. “Il pericolo maggiore, oltre alla  subordinazione economica è la totale perdita della sovranità nazionale”, ha aggiunto l’irruento tribuno nel corso della conferenza stampa di presentazione del suo partito. A conferma che l’euroscetticismo inizia a prendere piede, nonostante alcune indagini statistiche suggeriscano il contrario, è significativa la sede scelta per il lancio: il municipio della cittadina di Distomo, teatro di uno dei peggiori crimini di guerra perpetrati dalle truppe tedesche durante l’occupazione del paese. A buon intenditor…

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Status quo vs stato dell’Unione

Posted in politica estera with tags , , , , on marzo 24, 2012 by lafayette70

La carovana delle elezioni primarie repubblicane è approdata a Porto Rico, isola caraibica e stato libero associato alla federazione americana. In base al proprio status istituzionale, un vero e proprio commonwealth simile a quello irlandese precedente alla nascita ufficiale dell’Eire, i portoricani pur essendo cittadini americani non votano per le elezioni presidenziali o congressuali, ma possono esprimere una preferenza nella scelta dei candidati per la Casa Bianca. Quest’anno è toccato ai repubblicani battagliare per contendersi i 23 delegati in ballo in questa primaria. Non un numero così cospicuo (poco meno dell’ 1% del totale), ma nel contesto di una corsa piuttosto combattuta una posta nient’affatto trascurabile. Nonostante ciò, i due principali rivali per la nomination, il rappresentante dell’establishment Mitt Romney ed il conservatore Rick Santorum, si sono limitati allo stretto indispensabile, snobbando San Juan e dintorni in favore di Illinois e Louisiana. Mitt Romney, addirittura, ha interrotto anzitempo il suo mini-tour una volta incassato il sostegno di parte del notabilato politico locale. Nel mentre Santorum comprometteva, forse, le velleità di successo con una dichiarazione favorevole all’utilizzo esclusivo della lingua inglese negli atti ufficiali delle amministrazioni pubbliche. Una issue piuttosto spinosa già soggetto di forti controversie da almeno un ventennio, ovvero dall’effimera esperienza di segno diametralmente opposto (con lo spagnolo come unico idioma) messa in atto dall’allora Governatore, Rafaél Hernandez Colòn. La decisione venne poi rovesciata da un governo di diverso colore che si pronunciò per il bilinguismo, anche se con la tacita accettazione dello status quo. Nè poteva essere diversamente visto che dei 4 milioni circa di abitanti  solo poche decine di migliaia padroneggiano con disinvoltura l’inglese. Ma la questione linguistica ne sottende, come noto, un’altra assai più importante, ovvero il futuro ed il prosieguo della “relazione speciale” tra la più importante super-potenza mondiale e questa ex-piccola colonia spagnola, liberata o occupata (a seconda dei punti di vista) alla fine della guerra del 1898. Tre le ipotesi sul tappeto: la prima, l’ingresso ufficiale nell’Unione in qualità di cinquantunesimo stato,che ha trovato concordi sia Romney che Santorum, gode di un forte, ma non maggioritario, supporto presso la popolazione portoricana. La seconda opzione, il mantenimento dell’attuale partnership (Libre Estado Asociado), conserva un seppur lieve margine di vantaggio sulla precedente. Ultima viene la richiesta di indipendenza, caldeggiata dal Partido Independentista Portoricano di tendenza socialdemocratica ed affiliato all’Internazionale Socialista. La scelta più radicale è stata fatta propria, in passato, da un numero abbastanza esiguo, anche se non trascurabile, di elettori (dal 2,5 al 4,5% circa). Infatti, per ben tre volte, nel 1967, 1993 e 1998, il corpo elettorale si è espresso in un quesito referendario che comprendeva tutte e tre le risposte. A distanza di 14 anni dall’ultimo pronunciamento, il prossimo 6 novembre, andrà in scena l’ ulteriore replica di questa pièce. Potrebbe non essere l’ultima e, di sicuro, appassionerà i portoricani più del duello repubblicano o del concomitante show presidenziale.

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Extravaganza

Posted in politica estera with tags , , on marzo 22, 2012 by lafayette70

Una piccola tempesta, non meteorologica fortunatamente, ha investito la piccola e ridente isola di Mayotte. Situata nell’Oceano Indiano, quasi a mezzavia tra il Madagascar e la costa orientale africana, Mayotte ha conosciuto gli onori delle cronache internazionali  quasi un anno fa essendo diventata il 101 esimo dipartimento della Repubblica Francese. Ma ora, a poca distanza da quell’evento festeggiato, come al solito, con una certa pompa retorica sia nella madrepatria che in loco, una vicenda di cronaca minuta riguardante il costume ha provocato una vera e propria baraonda che poteva avere conseguenze abbastanza serie. Per celebrare l’anniversario, infatti, una piccola maison di abbigliamento pret à porter dal nome quasi profetico di “Pardon!” (Scusate!) si è lanciata in una campagna promozionale piuttosto ardita. Eh sì, perchè la testimonial del brand, una bella ragazza con le fattezze del posto e con ottimi argomenti persuasivi bisogna dire, appare con il seno ignudo in una sorta di divertente parodia del celeberrimo dipinto di Délacroix “La Libertà che guida il popolo francese”. Nulla di scandaloso, ovviamente, alle nostre latitudini. Ma si da il caso che a Mayotte la maggioranza degli abitanti professi la religione islamica e che la sobrietà dei costumi, definiamola così, sia considerata un attributo imprescindibile della femminilità. Immediate, quindi, sono scattate le critiche agli incauti divulgatori del verbo modaiolo. La cosa poteva prendere anche una brutta piega, cosa non infrequente in questi casi. Alla fine, un accomodamento è stato raggiunto: il marchio potrà continuare nella propria opera di proselitismo commerciale, ma a patto di coprire il corpo del reato con un abito più pudico. Componendo un’allegoria si potrebbe intitolare la scena: l’Oscurantismo che abbraccia il politicamente corretto. Con buona pace della Liberté…

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Virata a sinistra

Posted in politica estera with tags , , , , , , , , on marzo 20, 2012 by lafayette70

La Slovacchia tenta di uscire dal marasma politico e mediatico degli ultimi anni affidandosi ad un cavallo di ritorno della scuderia socialista. Sarà, infatti, Robert Fico, leader dello SMER (Direzione Socialdemocrazia) e già Premier dal 2006 al 2010 ad assumersi, in forza dell’investitura elettorale conseguita domenica scorsa, l’onere tutt’altro che semplice di guidare la piccola repubblica orientale tra i marosi della crisi europea. Non che i numeri della (piccola) economia di Bratislava siano catastrofici; tutt’altro: assieme alla vicina Polonia ed all’ex-condomina ceca la Slovacchia è una delle poche zone del vecchio continente a mostrare dinamismo nella crescita della ricchezza del PIL nazionale, anche se il rallentamento della congiuntura tedesca influenzerà senza dubbio pesantemente il dato di questo 2012. Ma questi, perlappunto, sono tempi difficili e a testimoniarlo è la drammatica crisi del precedente Esecutivo liberal-conservatore della Signora Radicova, inopinatamente caduto anzitempo, dopo poco più di un anno di mandato, per l’opposizione di un partito della stessa compagine che aveva osato, pensate un po’, respingere il secondo piano di salvataggio dell’UE nei riguardi della derelitta Grecia. Le pressioni internazionali furono enormi ed alla fine il governo dimissionario fu costretto ad accettare il capestro brussellese appoggiandosi all’opposizione e votandosi, così, ad una catastrofica sconfitta di lì a poco. Insomma, si trattò quasi della prova generale di quello che sarebbe avvenuto solo poco tempo dopo con due altri componenti dell’unione, la già ricordata Grecia e l’Italia, brutalmente commissariati a vantaggio di quegli stessi tecnocrati corresponsabili dell’Euro-disastro. Cosa si erano permessi di argomentare i liberali di Richard Sulik, economista ed uomo-immagine di SaS (Libertà e Solidarietà) ? Solamente l’inutilità di un ennesimo salvagente lanciato ad un paese fallito e la costatazione che il contributo slovacco alla bisogna avrebbe nuociuto oltremodo all’erario del paese. Tutto inutile, visto che il grande manovratore non sembra intenzionato ad ascoltare ragioni, soprattutto quella del buon senso. Così, si è giunti all’inevitabile, ovvero la contesa elettorale. Con il risultato prevedibile, anche se non in queste proporzioni. Saranno , infatti, ben 83 i deputati socialisti a sedere sugli scranni del Parlamento. La maggioranza assoluta richiesta per governare in splendida solitudine, per capirsi, era di 76. A fare le spese del ribaltone i 4 partiti della coalizione precedente: i due gruppi democristiani, la minoranza ungherese ed i liberali, chi più  chi meno tutti usciti dal voto con le ossa rotte. Il vincitore ha già annunciato le linee generali del suo programma: difesa del welfare, non ostilità al business, buoni rapporti con i vicini, lotta alla corruzione e via discorrendo. Peccato che nel recente passato lo stesso Fico abbia chiuso gli occhi su più di un episodio di malapolitica e corruttela riguardante uomini a lui vicini. Difficile poi conciliare il dinamismo della funzione imprenditoriale con la strenua salvaguardia di uno stato sociale costoso e poco efficiente. Quanto ai buoni rapporti con i vicini, soprattutto con l’Ungheria, come dimenticare che lo stesso SMER accettò la partnership del Partito Nazionale Slovacco il cui “capo” Jan Slota una volta affermò, testualmente, che “Budapest meritava di essere rasa al suolo dai carri armati”? Per fortuna nulla del genere accadde, ma la tensione tra i due stati raggiunse l’apice per diversi anni. Ora, Fico governerà, come detto, da solo e senza zavorra sciovinista, ma dall’altra parte il Primo Ministro magiaro ed il suo parlamento si sono dimostrati piuttosto inclini ad alimentare la fiammella del revanscismo o quantomeno a non controllarla adeguatamente. Va in questo senso la legge sulla doppia cittadinanza per i cosiddetti ungheresi etnici (che risiedono fuori dai confini della madrepatria) con la concessione del diritto di voto nelle elezioni del paese di origine. Un provvedimento che ha irritato oltremodo romeni e serbi oltre che la Slovacchia, tutti paesei con una cospicua minoranza ungherese nei propri confini. Sarà importante che il nuovo timoniere slovacco riesca a contenere il perimetro di un incendio potenzialmente devastante per tutta l’area. Oltre a queste incombenze sgradevoli anche mantenere un contegno dignitoso di fronte alle sempre più pesanti pretese dello schiacciasassi UE non sarà impresa facile. Un popolo che ha riconquistato da non molto tempo la libertà non tollererebbe il contrario

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Concordia discors

Posted in politica estera with tags , , , , , , , , , , , on marzo 18, 2012 by lafayette70

L’importante tornata elettorale svizzera di domenica scorsa ha offerto più di un motivo di interesse per quel che concerne lo stato di salute complessivo del sistema politico locale. I cinque quesiti referendari, riguardanti, come al solito, argomenti molto interessanti ancorchè piuttosto eterogenei, afferivano all’ l’istituzione di un tetto massimo per la costruzione di seconde case, alla concessione di sgravi fiscali per gli acquirenti di prime abitazioni,alla regolamentazione dei giochi a premi, al prezzo unico dei libri ed  alla proposta di elevare a sei settimane la durata delle ferie per i lavoratori. Diciamo subito che le risultanze del voto sono piuttosto contrastanti e non è riscontrabile un leitmotiv politico-ideologico né una tendenza univoca in quello che un tempo era definito il movimento della società. Ma questa è una abitudine consolidata della democrazia referendaria elvetica. Così, se da una parte possiamo annoverare nel campo liberal-liberista la bocciatura del quesito proposto dalla centrale sindacale (quello per l’allungamento delle ferie lavorative) e di quello squisitamente dirigista sull’editoria, è indubbio che la strettissima vittoria dei Sì sulla regolamentazione dell’edilizia secondaria è, per converso, ascrivibile quasi interamente al movimentismo ecologista. La costante che fatichiamo a trovare nel responso numerico  emerge, invece, dalla cesura geografica tra le varie zone del paese. Ma stavolta, accanto, alla tradizionale linea di faglia fra cantoni tedeschi e romandi, il “roestigraben”, si inserisce un’ ulteriore divisione fra pianura e montagna. E proprio l’aspro dibattito e la serratissima conclusione della querelle sulle seconde case ha contrapposto nettamente Vallese, Ticino, Grigioni ed altre zone della Svizzera profonda al cuore più urbanizzato della confederazione. Passando ad analizzare gli esiti delle competizioni amministrative, si votava per il rinnovo di ben 4 assemblee cantonali (Vaud, San Gallo, Uri e Schwyz) e altrettanti Consigli di Stato più quello di Turgovia, il quadro conferma, nella sostanza, i rapporti di forza già emersi lo scorso novembre in occasione del rinnovo dell’Assemblea Federale. L’Unione di Centro, espressione del conservatorismo borghese più euroscettico, mantiene il ruolo di prima forza pur andando incontro ad un ridimensionamento non trascurabile che si sostanzia in ben 15 seggi in meno. Particolarmente preoccupante per la formazione di Cristoph Blocher e del Consigliere Federale Ueli Maurer la flessione accusata nelle due roccaforti di San Gallo e Schwyz le stesse che avevano contribuito con percentuali quasi plebiscitarie all’ascesa degli ultimi anni. Difficile non constatare l’impasse attuale ed attribuire gli smacchi alla sola scissione di quattro anni fa che diede origine al BDP (Partito borghese democratico) dell’attuale Presidente svizzera Eveline Widmer Schlumpf. Per correre ai ripari l’UDC tenta il rilancio su uno dei suoi cavalli di battaglia, il controllo dell’immigrazione. In tal senso va sicuramente la richiesta di sospensione del Trattato di Schengen già depositata in Assemblea dal consigliere nazionale ticinese Pierre Rusconi. Peraltro si tratta di un’iniziativa che intercetta il malumore crescente di un vasto settore di opinione pubblica europea: basti pensare alla recente sortita del presidente francese Sarkozy. Da vedere se la mossa sarà sufficiente a ridare lustro ad una condizione piuttosto appannata testimoniata anche dall’emergere di piccoli movimenti concorrenti, per ora di ambito locale, che incalzano il partitone della destra svizzera su questo ed altri temi. Per restare nello schieramento borghese notiamo qualche segnale di recupero dei liberal-radicali, confermatisi primo partito a Losanna, e, viceversa, un’ulteriore arretramento del Partito Popolare Democratico ed il radicamento del già citato BDP. A sinistra appare in ottimo spolvero il Partito Socialista: guadagna seggi un po’ ovunque e conferma la sua postazione al Consiglio degli Stati(il senato federale) avendo trionfato con il proprio Presidente Christian Levrat nella suppletiva friburghese. Unica nota negativa della giornata  l’uscita dal governo cantonale di Schwyz dopo 68 di ininterrotta presenza. Detto dei verdi che non ottengono score esaltanti ed anzi incassano un duro colpo nel Vaud, giova, infine, annotare la buona performance dei cugini liberal-ecologisti, capaci di far eleggere ben sette consiglieri nel medesimo parlamentino francofono.

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Destini incrociati

Posted in politica estera with tags , , , , , , on marzo 16, 2012 by lafayette70

L’immagine schizofrenica della piccola Islanda in questo tribolato scorcio di inizio millennio è ottimamente rappresentata dal destino contrastante di due uomini politici ambedue appartenenti all’ Independence Party, formazione conservatrice  al potere per decenni  e solo da poco tempo rimpiazzata alla guida dell’esecutivo da una coalizione di sinistra. Mentre, infatti, l’ultimo Premier dell’IP Geir Haarde vive l’inusitata esperienza di un processo a suo carico per la catastrofica gestione della crisi finanziaria del 2008-09 che ha messo in ginocchio il paese, il Presidente della Repubblica  Olafur Ragnar Grimsson (che di Haarde era perlappunto collega di partito) viene ricandidato a furor di popolo alla medesima carica per un ulteriore mandato. Il crollo delle tre principali banche private islandesi, Kaupthing, Landsbanki e Glitnir molto deve, per la verità, al crack di Lehman Brothers, emblema di quella finanza spregiudicata che tanto alimento ha tratto dalle demenziali politiche espansive della Federal Reserve e del Congresso americano. Una crisi di importazione, dunque, ma nel contempo una colossale sottovalutazione del rischio ed una culpa in vigilando esiziale da parte del governo. Tanto più grave se si considera che, da sempre, l’IP si attribuiva  il ruolo di  rappresentante e portavoce di un capitalismo sano e dal volto umano in un paese aduso a vivere quasi unicamente dei proventi derivanti dal turismo e dalla pesca. Ecco i motivi della rabbia popolare culminata in un assalto simbolico,  per fortuna totalmente incruento, all’Althingi, il parlamento locale, evento che segnò l’ inizio della fine politica di Geir Haarde. Ora, a distanza di tre anni, è giunto il momento di rispondere alla giustizia: le responsabilità maggiori di quanto accaduto, è bene ribadirlo, esulano dal ristretto ambito isolano, ma l’aver permesso che l’intero sistema creditizio nazionale finisse infeudato ad una mafia finanziaria globale non è sicuramente colpa lieve, fatta salva la doverosa presunzione di innocenza che è bene valga per tutti, capi di stato e morti di fame qualsiasi. A fare da contrappunto a questa penosa vicenda umana e politica, l’irresistibile ascesa di Grimsson assomiglia davvero ad uno di quei film hollywoodiani nei quali l’eroe buono interviene al momento giusto a raddrizzare i torti e restituire speranza alla cittadinanza umiliata ed offesa. Il Parlamento frastornato, pur dopo il cambio di maggioranza, vota per il rimborso miliardario dei creditori stranieri delle banche fallite rischiando di precipitare Reykjavik in un nuovo medioevo assai meno epico di quello immortalato nelle Saghe vichinghe? Ecco che, uscendo dalla ritualità imbalsamata di un ruolo quasi puramente onorifico, il primo cittadino islandese decide, tra lo sconcerto di vecchi e nuovi amministratori, di restituire la parola al popolo sovrano, proprio come in quelle assemblee di uomini in armi che un tempo decidevano le sorti e gli affari di una comunità. Il risultato è noto: per ben due volte un trattato ignomignoso viene respinto per via referendaria a schiacciante maggioranza e lo spettro di una moderna servitù della gleba respinto al mittente. La vera vittima di questo doppio responso, tuttavia, non è solo il gotha politico islandese che, come ovunque, ha conosciuto il peccato originale dell’autoreferenzialità, ma soprattutto il fragile colosso europeo. Da decenni l’ambiziosa burocrazia continentale accentratrice tentava di cooptare la repubblica dei ghiacciai. Il diniego fermo di un uomo e poco più di 100000 schede nell’urna lo hanno impedito. Forse definitivamente.

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Separati in casa

Posted in politica estera with tags , , , , on marzo 14, 2012 by lafayette70

Sarebbe forse ingeneroso attribuire all’operato del recentemente costituito Esecutivo “di buona volontà” belga, guidato da un abile e consumato mestierante della politica come il socialista Elio di Rupo, il peggioramento della congiuntura economica nazionale testimoniato dall’ingresso di Bruxelles nel tunnel della recessione. Certo, i dati non sono catastrofici quanto quelli greci, portoghesi o italiani, ma il contrasto con i tempi “felici” coincisi con l’incredibile crisi istituzionale durata quasi due anni è, purtuttavia, assai stridente. Difficile non constatare, infatti, come,  appena insediato, il nuovo governo social-liberal-democristiano abbia iniziato ad applicare quasi alla lettera le ricette amare quanto il chinino imposte dal governo europeo che proprio tra la capitale belga e la non lontana Strasburgo divide i propri discutibili fasti. Tasse e tagli alla spesa varati in tutta fretta per ottemperare ai desiderata stringenti dei supremi manovratori continentali hanno, guardacaso, smorzato del tutto le vele alla crescita del P.I.L  che stazionava non lontanissima dai numeri della locomotiva tedesca. Con il risultato del diffondersi di un malcontento palpabile sia nelle Fiandre che in Vallonia plasticamente esemplificato dallo sciopero generale che paralizzò uno dei tanti vertici straordinari dell’UE qualche settimana orsono. Oltretutto incombe minacciosa la faccenda scabrosa del risanamento di Dexia, il colosso bancario-assicurativo in odore di default, che solo ai contribuenti belgi potrebbe costare qualcosa come 50 miliardi di euro. Un quadretto poco edificante, come si può vedere. Tanto da convincere gli analisti e non solo loro che i prossimi due anni fino alle elezioni legislative del 2014 saranno davvero decisivi per la tenuta complessiva ovvero la dissoluzione del paese. La crisi mina, infatti, alla base il faticosissimo compromesso socio-istituzionale raggiunto dai partiti tradizionali dopo estenuanti e complesse trattative. Il fossato tra le due principali comunità dello stato federale non è mai stato così amplio e la divaricazione raggiungerà presto il punto di nonritorno. E non si tratta, oramai, di materia per fiction fanta-politiche come quella andata in onda sulla principale televisione pubblica, ma di argomenti di discussione quotidiana per le élites dei partiti. Da una parte la N-VA ed il suo leader, Bart de Wever, sono quantomai determinati a perseguire quel confederalismo che le forze dell’establishment brussellese non potranno mai concedere tanto è radicata la consuetudine di pianificare e gestire centralisticamente gli onerosi costi di un sistema di welfare tra i più generosi dell’unione. Nonostante diverse concessioni al regionalismo fiammingo risulta impossibile per chi governa spingersi oltre in un ridisegno dell’assetto complessivo dello stato. In questo modo ,per paradosso, una forza sì nazionalista e regionalista, ma che mai ha sposato la causa del separatismo, molto probabilmente perverrà entro breve a decretare la fine dell’esperimento unitario. Dal lato opposto, nel coté francofono, le teste d’uovo della nomenklatura locale iniziano a cercare una exit strategy che possa accompagnare senza eccessivi traumi un esito percepito come assai prossimo nel tempo. Lo hanno chiamato “Piano B” da applicare nel malaugurato caso che la missione salvifica di Di Rupo e compagni non raggiunga lo scopo. Missione del progetto: garantire la sopravvivenza di un futuribile stato della Vallonia. Indipendente.

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