Archivio per indipendenza

Braccio di ferro

Posted in politica estera with tags , , , , , , , , on dicembre 18, 2012 by lafayette70

CatalunyaA distanza di tre settimane dal voto per il rinnovo del parlamento catalano torniamo a dare uno sguardo a quanto accaduto nella zona politicamente più inquieta di Spagna.

 Le elezioni del 25 novembre, come noto, hanno sensibilmente mutato il quadro delle forze in campo senza che venisse però modificato l’elemento principale della dialettica in corso ovvero l’ampia maggioranza di cui gode quello che è stato per comodità definito “blocco sovranista“. Si tratta di una coalizione piuttosto eterogenea di partiti favorevoli alla consultazione referendaria per l’autodeterminazione della regione ma quantomai divisi riguardo alle politiche economiche ed alle tattiche da utilizzare per il raggiungimento dell’agognato traguardo, lo stato nazionale catalano.

Convergencia y Uniò, la formazione delPresidente Màs, scottata da un secco ridimensionamento nell’urna a tutto vantaggio della sinistra indipendentista di ERC, sta tentando di portare a termine una estenuante trattativa finalizzata alla formazione di un nuovo governo, se possibile di coalizione. Ma il problema è proprio lo scarso entusiasmo con il quale Oriol Junqueras, leader dei repubblicani, vede un possibile impegno organico di governo; più facile un appoggio esterno ai nazionalisti con però una data certa per la consulta popolare e una modifica sostanziale alla politica di austerity sin qui seguita dalla Generalitat. Comunque sia è assai probabile che si giunga sino al termine ultimo consentito dalla legge prima del voto di investitura del nuovo presidente, ovverosia la prima settimana  del nuovo anno. Dopo di allora, giocoforza, sapremo se a nascere sarà un esecutivo senza maggioranza e dalla vita presumibilmente assai breve quanto stentata o, per contro, uno determinato a portare a termine il mandato conferito dalla “Diada” e dal consenso popolare  nel più breve tempo possibile.

 Già, perchè contrariamente a quanto la vulgata, soprattutto italiana, è andata raccontando sulla questione un’ipotesi non da scartare è che il processo indipendentista in corso possa subire un’accelerazione più che una crisi irreversibile. Se esiste un nemico temibile per i fautori dell’ Estado propio esso andrebbe individuato, piuttosto, nei reciproci calcoli politici dei due principali attori in campo ed anche, beninteso, degli altri importanti comprimari: Màs ed i suoi più stretti collaboratori temono che fissare da ora il giorno fatidico possa rivelarsi un formidabile propellente per le velleità egemoniche di ERC. I repubblicani, dal canto loro, paventano il peso oneroso di un difficile compromesso.

 Dicevamo degli altri: i difensori dell’unità rimangono a guardare consapevoli di rappresentare una minoranza e , nel contempo, attenti a non urtare la suscettibilità degli indipendentisti. A complicare ulteriormante una posizione già difficile è , infatti, giunta l’improvvida tegola della politica linguistica del Ministro spagnolo Wert, deciso a diminuire decisamente l’influenza della lingua catalana nelle scuole locali. Una iniziativa invisa alla stragrande parte dell’opinione pubblica anche di quella di sentimenti filo-spagnoli, tant’è che la stessa Pasionaria dei popolari catalani Alicia Sanchèz Camacho è stata costretta a smarcarsi.

I socialisti, dei quali si era parlato come di possibili interlocutori sono alle prese con un duplice assillo: da una parte il vertice nazionale del partito ha deciso di patrocinare la causa della nazione(spagnola) una ed indivisibile, dall’altra una serie di indagini giudiziarie ha colpito una parte importante della nomenclatura di Barcellona. Sono, infatti,  finiti sotto inchiesta per tangenti ed abusi vari il responsabile catalano dell’organizzazione e tre sindaci di altrettante cittadine vicine alla capitale.

 Non si rassegna allo stallo invece l’Assemblea Nazionale Catalana. l’organizzazione federale dell’indipendentismo militante che ha promesso, in caso di mancato sblocco del confronto fra Màs e l’ERC, di riprendere su larga scala la propria mobilitazione in favore del referendum.Anche con iniziative clamorose di disobbedienza civile.

Padri e Figli

Posted in politica estera with tags , , , , , , on aprile 14, 2012 by lafayette70

Potrà un partito tutto sommato moderato ed impregnato di un nazionalismo liberale e cristiano-umanista come il catalano Convergencia i Uniò riuscire ad arrivare dove ha fallito la sinistra repubblicana dell’ERC per anni al governo assieme ai socialisti locali? La meta cui alludo e che in tanti nella comunidad autonomica de Catalunya vorrebbero raggiungere è, naturalmente, la piena sovranità della regione o, il che è dire lo stesso, l’indipendenza formale e sostanziale dal Regno di Spagna. I segnali che fanno propendere per un precipitare verso questo esito si vanno moltiplicando ad un ritmo assai serrato negli ultimi tempi. Dai referenda consultivi in numerose municipalità alle variopinte “carovane della libertà” che attraversano il paese a guisa di caroselli giubilanti per gli innumerevoli trofei del Barcellona è tutto un fiorire di iniziative all’insegna di una speranza che è ormai convinzione comune possa tramutarsi presto in realtà. Ad aggiungere propellente alla corsa verso l’obiettivo si inserisce in questo contesto febbrile l’elezione a Segretario dellla componente maggioritaria di CiU, la Convergencia Democratica de Catalunya, di Oriol Pujol, figlio del padre nobile dell’autonomismo català, quel Jordi Pujol primo presidente regionale dal 1980 al 2003 e che mai fece mistero del sogno di una vita di impegno politico. Ovviamente, visto che l’ideale si trova a coabitare su questo pianeta con l’urgenza della realtà quotidiana, l’anelito di far sentire la propria voce nel consesso delle libere nazioni non andò mai disgiunto, nei lunghi anni di governo, con un pragmatismo che spinse Pujol padre a cercare compromessi con la politica nazionale, in specie con i popolari, pur di  avanzare passo dopo passo nella giusta direzione. Talvolta questo atteggiamento alieno alla spettacolarizzazione ed agli eccessi retorici di altri movimenti “di liberazione” è stato bollato con poca generosità come attendista se non come addirittura complice delle elites madriliste. Eppure quanto dell’attuale euforia da primavera dei popoli che con i suoi effluvii percorre le ramblas della capitale, a dispetto del grave momento dell’economia che anche da queste parti si avverte in tutta la sua virulenza, è merito del vecchio patriarca che dopo aver abbandonato il timone ai suoi successori continua, purtuttavia a vigilare sul processo in corso? Sicuramente la maturazione di una coscienza finalmente scevra da tabù e feticci identitari che per decenni hanno ostacolato, ad esempio, il cammino verso l’autodeterminazione delle non lontane province basche. Ora, come accennato, è giunta forse l’ora che la crisalide spicchi il volo come farfalla. Difficile sapere se toccherà al neo-Presidente catalano Arthur Màs o al giovane Pujol, buon conoscitore di Saint-Exupery, impersonare il ruolo del piccolo principe. La certezza è che gli alleati di governo popolari (che garantiscono, almeno sul bilancio, il proprio appoggio esterno all’esecutivo nazionalista) hanno da subito iniziato un fuoco di sbarramento minacciando la fine del compromesso ed il ricorso anticipato alle urne. Cosa che di questi tempi rischia davvero di essere un’arma spuntata nelle mani di un Primo Ministro e di un partito la cui luna di miele con l’elettorato spagnolo ed anche catalano sembra essere stata prematuramente archiviata.

Publicato su L’Indipendenza:  http://www.lindipendenza.com/catalunya-un-altro-pujol-impegnato-per-lindipendenza/

Status quo vs stato dell’Unione

Posted in politica estera with tags , , , , on marzo 24, 2012 by lafayette70

La carovana delle elezioni primarie repubblicane è approdata a Porto Rico, isola caraibica e stato libero associato alla federazione americana. In base al proprio status istituzionale, un vero e proprio commonwealth simile a quello irlandese precedente alla nascita ufficiale dell’Eire, i portoricani pur essendo cittadini americani non votano per le elezioni presidenziali o congressuali, ma possono esprimere una preferenza nella scelta dei candidati per la Casa Bianca. Quest’anno è toccato ai repubblicani battagliare per contendersi i 23 delegati in ballo in questa primaria. Non un numero così cospicuo (poco meno dell’ 1% del totale), ma nel contesto di una corsa piuttosto combattuta una posta nient’affatto trascurabile. Nonostante ciò, i due principali rivali per la nomination, il rappresentante dell’establishment Mitt Romney ed il conservatore Rick Santorum, si sono limitati allo stretto indispensabile, snobbando San Juan e dintorni in favore di Illinois e Louisiana. Mitt Romney, addirittura, ha interrotto anzitempo il suo mini-tour una volta incassato il sostegno di parte del notabilato politico locale. Nel mentre Santorum comprometteva, forse, le velleità di successo con una dichiarazione favorevole all’utilizzo esclusivo della lingua inglese negli atti ufficiali delle amministrazioni pubbliche. Una issue piuttosto spinosa già soggetto di forti controversie da almeno un ventennio, ovvero dall’effimera esperienza di segno diametralmente opposto (con lo spagnolo come unico idioma) messa in atto dall’allora Governatore, Rafaél Hernandez Colòn. La decisione venne poi rovesciata da un governo di diverso colore che si pronunciò per il bilinguismo, anche se con la tacita accettazione dello status quo. Nè poteva essere diversamente visto che dei 4 milioni circa di abitanti  solo poche decine di migliaia padroneggiano con disinvoltura l’inglese. Ma la questione linguistica ne sottende, come noto, un’altra assai più importante, ovvero il futuro ed il prosieguo della “relazione speciale” tra la più importante super-potenza mondiale e questa ex-piccola colonia spagnola, liberata o occupata (a seconda dei punti di vista) alla fine della guerra del 1898. Tre le ipotesi sul tappeto: la prima, l’ingresso ufficiale nell’Unione in qualità di cinquantunesimo stato,che ha trovato concordi sia Romney che Santorum, gode di un forte, ma non maggioritario, supporto presso la popolazione portoricana. La seconda opzione, il mantenimento dell’attuale partnership (Libre Estado Asociado), conserva un seppur lieve margine di vantaggio sulla precedente. Ultima viene la richiesta di indipendenza, caldeggiata dal Partido Independentista Portoricano di tendenza socialdemocratica ed affiliato all’Internazionale Socialista. La scelta più radicale è stata fatta propria, in passato, da un numero abbastanza esiguo, anche se non trascurabile, di elettori (dal 2,5 al 4,5% circa). Infatti, per ben tre volte, nel 1967, 1993 e 1998, il corpo elettorale si è espresso in un quesito referendario che comprendeva tutte e tre le risposte. A distanza di 14 anni dall’ultimo pronunciamento, il prossimo 6 novembre, andrà in scena l’ ulteriore replica di questa pièce. Potrebbe non essere l’ultima e, di sicuro, appassionerà i portoricani più del duello repubblicano o del concomitante show presidenziale.

Pubblicato su L’Indipendenza: http://www.lindipendenza.com/porto-rico/

En avant, Savoie!

Posted in politica estera with tags , , , , on marzo 8, 2012 by lafayette70

Il 22 aprile prossimo i francesi sceglieranno il nuovo inquilino dell’Eliseo, il palazzo presidenziale che plasticamente sembra incarnare il potere repubblicano (ma quanto simile all’omologo monarchico del tempo che fu) della Francia una ed indivisibile. Molti, però, non sembrano darsene per intesi e pensano ad iniziative clamorose di boicottaggio come l’astensione dal voto o la contestazione nei confronti dei candidati alle prese con il tour elettorale per i quattro angoli dell’esagono. ‘E il caso dei savoiardi eredi dei fieri Allobrogi, per dirla coll’Alfieri, che hanno già espresso tutto il loro disappunto avverso quella che viene definita, senza mezzi termini, una chiamata alle armi da parte dello stato occupante. L’oppressore è, ovviamente, la République, accusata di essersi appropriata di un territorio orgogliosamente libero nonché culla dell’omonima casa regnante poi sventuratamente autrice della triste impresa unitaria italiana. In verità con il trattato di Torino del 1860 il Regno di Sardegna cedette  la regione all’Imperatore dei francesi Napoleone III in compenso dei famosi servigi contro gli austriaci; il tutto, come usava all’epoca, senza consultare i residenti, se non con la  forma farsesca del referendum-plebiscito  già   messa in atto da Vittorio Emanuele  II con i defunti staterelli della penisola italica. Ma sotto la brace patriottica e le nevi alpine il sentimento di autonomia delle genti locali non venne mai meno nonostante la sistematica opera di francesizzazione attuata dalle nuove autorità ligie al potere centrale parigino. E, dopo alcuni decenni di incubazione, il vento di libertà degli anni ’90, lo stesso che ridestò dal torpore scozzesi, fiamminghi ed altre minoranze in giro per l’Europa, ha preso a spazzare queste valli con intensità facendo presagire burrasca per uno degli stati più centralisti del globo. Nulla di sanguinoso, per fortuna, sarebbe contro la natura dei laboriosi e testardi montanari del posto, ma un’incredibile volontà di vincere la sfida per il proprio futuro. La fede che smuove le montagne, verrebbe quasi da sermoneggiare. Eppure se esiste qualcosa di simile alla tanto ammirata religione della libertà , è indubbio che luoghi come questi e come quelli prossimi della Svizzera confederale sembrano quasi  evocarla per incanto. Lasciando da parte la metafisica e certe suggestioni romantiche, dobbiamo dire che la popolazione savoiarda pensa all’eden politico venturo in maniera molto concreta organizzando i  mezzi più efficaci alla bisogna. Ad iniziare dalla riappropriazione di una storia rimossa, per continuare con l’appello alle principali istituzioni internazionali e senza omettere l’impegno militante veicolato nelle forme della democrazia partecipativa.  Strategie adottate dalla veterana Ligue Savoisienne, nata nel ’94, e dal quasi esordiente (la sua creazione essendo datata  al dicembre  2010)  Mouvement Citoyens de Savoie. Se i primi privilegiano l’autodeterminazione nel contesto di un ‘Europa delle autonomie, purtroppo di là da venire, i nuovi venuti non escludono forme di affiliazione con la Svizzera  o lo sviluppo di una libera federazione di comunità alpine comprendente oltre alla Savoia l’ex coniuge Piemonte, la Valle d’Aosta  e la Svizzera romanda. Non è un caso che il nome del MCDS prenda a modello il Mouvement Citoyens Genevois di Eric Stauffer che ha conosciuto uno spettacolare successo nell’omonimo cantone elvetico mobilitando l’elettorato con parole d’ordine di sicuro effetto anche se per molti altri discutibili. Comunque sia, gli sviluppi dei prossimi anni  si incaricheranno di farci sapere se la valanga  che si sta preparando riuscirà a travolgere le resistenze del più tenace tra i leviatani continentali.

Pubblicato su L’Indipendenza:  http://www.lindipendenza.com/savoia-libera/

Omaggio alla Catalogna

Posted in politica estera with tags , , , on febbraio 25, 2012 by lafayette70

Con, forse, non un eccelso sforzo di fantasia editorialisti e commentatori spagnoli hanno ribattezzato “patto di S.Valentino” l’intesa tra il governo popolare di Mariano Rajoy, in carica da tre mesi scarsi, e l’omologo catalano del leader autonomista Artur Mas. Nella realtà, le manovre erano iniziate già subito il voto negativo che la formazione catalanista aveva espresso nel dibattito sulla fiducia alle Cortes. Così, dopo una trattativa non facile, Convergencia i Uniò decideva di offrire il proprio appoggio alla severa legge di bilancio del nuovo Esecutivo di Madrid ed in seguito, e siamo alla cronaca degli ultimi giorni, il placet alla riforma del mercato del lavoro e a quella del sistema bancario. Materie di non poco conto, come intuibile, che potrebbero costituire la contropartita per un’ambiziosa riforma del rapporto di unione tra lo stato centrale e la comunità autonoma catalana. A partire da quello Statuto diventato la vera bestia nera del precedente tripartito social-eco-indipendentista travolto dal peso delle aspettative non mantenute. Bastò, infatti, il pronunciamento negativo del Tribunale Costituzionale di Madrid a smorzare le intenzioni dei baldanzosi legislatori di Barcellona. Memore di questa disfatta, il partito di Mas, da sempre autonomista, ha affidato al gioco delle alleanze variabili le speranze di raggiungere gli obiettivi falliti dai predecessori. Dal Partido Popular ci si attende, oltre al via libera ad una carta regionale emendata dei punti più controversi, un accordo fiscale che possa rimettere ordine in un sistema finora svantaggioso per la periferia. Impresa tutt’altro che agevole considerate le grosse somme in ballo: ad esempio già nell’anno trascorso la Generalitat vantava crediti dallo stato spagnolo per la bellezza di 759 milioni di Euro. Per riuscire nel proprio intento Mas non si è esentato dall’ anticipare la politica di lacrime e sangue poi seguita anche da Rajoy e soci a livello nazionale  onde rimettere in carreggiata i disastrati conti catalani. Tra aumento del canone sull’acqua, introduzione di un ticket sanitario su medicine e prestazioni sanitarie e tassa sui soggiorni turistici oltre a tagli consistenti nella pubblica amministrazione (piuttosto pletorica, come ovunque), lo sforzo richiesto agli amministrati non sarà certo di scarsa entità. I numeri sembrano, tuttavia, dare per il momento ragione a Mas ed al suo partito: dopo un anno di austerity gli elettori hanno bocciato senza appello l’opposizione socialista e premiato CiU con il massimo storico del 30 % di consensi in un voto nazionale. Ma se i risultati non verranno, l’opzione indipendentista potrebbe prendere definitivamente il sopravvento. E le avvisaglie di questo slittamento verso la piena sovranità sono già ben presenti nella società catalana. Non più tardi di una settimana fa un sondaggio dall’esito clamoroso, del quale si è dato conto su questo giornale, fotografava al 53% il livello di favore per la scelta più radicale: l’addio al Regno. A questa spada di Damocle va aggiunto un parere autorevole del peso specifico di un macigno. Il padre nobile dell’autonomismo catalano Jordi Pujol, premier dal 1980 al 2003, mai incline a farsi trascinare dagli avvenimenti ha infatti ripetuto in più di un’intervista che il tempo “ormai è scaduto”. Chi ha ha orecchie per intendere…

Pubblicato su “L’Indipendenza”    http://www.lindipendenza.com/mas-rajoi/

Educazione linguistica

Posted in Società with tags , , , , on febbraio 22, 2012 by lafayette70

Una maldestra campagna promozionale in favore dell’utilizzo della lingua basca ha provocato scompiglio tra le autorità locali di Euskadi  che hanno pensato bene di bloccare dei video per la cui realizzazione avevano messo a disposizione fondi pubblici di una certa consistenza. Il motivo che ha scatenato il putiferio, mandando su tutte le furie il governo socialista della provincia e la deputazione di Vizcaya, a guida autonomista, si può rinvenire nel linguaggio piuttosto esplicito e nelle allusioni scabrose contenute nei promo in questione. Nel primo due ragazzi conversano tra di loro ed uno declina sommariamente la propria filosofia amatoria all’amico descrivendogli in maniera alata l’idilio con la propria amichetta: “la scoperò e la butterò via come uno straccio vecchio” . Pronta la replica del confidente con un altrettanto perentorio “Bravo! a questo servono le donne!”. Nell’altro spot un giovane allievo, desideroso di apprendere la lingua materna, incontra un’insegnante che,applicando un metodo didattico eterodosso, lo accompagna nella propria camera per poi spogliarlo. Alle polemiche ha replicato la Fondazione Leizola, curatrice della campagna, tentando di sdrammatizzare: “Si tratta di video innovatori che tentano semplicemente di invogliare i giovani alla conoscenza della lingua basca presentandola in scene di vita quotidiana”. Questo il commento dei produttori. Che, a giudicare da quanto accaduto, non è stato ritenuto sufficiente a scagionarli dal grave attentato alle regole ferree del politically correct, nè ad emendarli da una ben più importante mancanza di gusto.

Articolo pubblicato su “L’Indipendenza”   http://www.lindipendenza.com/basco-e-lingua/

Cambio di passo

Posted in politica estera with tags , , on febbraio 4, 2012 by lafayette70

L’Indipendenza, ve ne sarete accorti, segue con attenzione particolare, quasi con trepidazione direi, le sorti presenti e future della Scozia. Assieme a quelle del vicino Belgio, in effetti, esse sembrano prefigurare un avvenire possibile per il continente europeo non più dominato da un’ottusa tirannia burocratica sovranazionale o dalle vetuste oligarchie degli stati ottocenteschi, ma basato sul tanto declamato quanto poco rispettato ditritto all’autodeterminazione dei popoli. La  notizia di oggi, se fosse confermata dagli eventi, ha un che di davvero deflagrante, tanto da far sobbalzare tutti i patrioti dell’Europa delle regioni nonchè i difensori dell’ordine costituito (le Corti, si sarebbe detto un tempo). Sull’ edizione domenicale del “Daily Express”, giornale conservatore non certo sostenitore di istanze secessioniste dal Regno Unito campeggia un sondaggio che ribalta l’inerzia del voto in un eventuale referendum sull’indipendenza di Edimburgo. Finora i favorevoli non avevano mai oltrepassato la barriera psicologica del 30-35% , anche se, giova ricordarlo, le indagini statistiche nel merito avevano perso ultimamente la sistematicità degli anni passati. Stamattina, invece, risulta che ben il 51% dei consultati, quanto basta per trionfare nell’urna seppur di strettissima misura, approverebbero la divisione, fatto che costituisce, commenta il quotidiano, “un severo avvertimento ai fautori dell’Unione”. A corroborare l’importanza del tutto vi è da rilevare che il risultato è venuto fuori da una domanda secca, di tipo binario, ovvero che imponeva la scelta tra il Sì o il No all’indipendenza. Non va dimenticato, infatti, che il governo di Alex Salmond sta lavorando su un’ipotesi più elaborata comprendente un terzo  esito referendario a favore di una maxi-devoluzione a compendio di quella approvata dal Governo Blair negli anni ’90. Uno stratagemma evidentemente congegnato per ammortizzare il possibile effetto negativo di una sconfitta. E, invece, sembra proprio che l’aver iniziato a parlare senza remore dell’unico vero obiettivo politico portato avanti dallo Scottish National Party, vale a dire la  restaurazione delle perdute libertà scozzesi, sia stata davvero una strategia che inizia a dare i propri frutti. Non è più tempo di timori reverenziali, dunque, ed anche le prime reazioni di parte scozzese vanno in questo senso, facendo la debita tara della cautela insita in ogni circostanza. Il Portavoce della campagna referendaria scozzese, Angus Robertson, definisce il sondaggio un “forte impulso”, affermando che “gli elettori hanno compreso che la politica del governo scozzese è favorevole ad una Scozia indipendente con la Regina Capo dello Stato”. Una soluzione istituzionale di tipo Commonwealth, insomma, sul tipo di quella adottata da Canada, Australia o Nuova Zelanda, nazioni pienamente sovrane che hanno pur conservato questo tenue cordone ombelicale con la madrepatria. Altro elemento rilevante che scaturisce dall’inchiesta di “Vision Critical” (l’istituto che ha effettuato il sondaggio) è il sostanziale equilibrio tra favorevoli e contrari, con una lieve prevalenza dei secondi, nelle aree non scozzesi del Regno Unito. Segnale evidente che anche nel resto del paese si fa strada l’idea che un divorzio consensuale sia sempre meglio di una convivenza forzata. Staremo ad aspettare, quindi, il 2014, data probabile di convocazione del referendum, con la speranza che simile lungimiranza trionfi. Con la speranza che un esito fausto possa riverberarsi anche a latitudini geografiche più basse e più sfortunate.

pubblicato su “l’Indipendenza”:    http://www.lindipendenza.com/secessione-scozia/